«Mamma, chi è Marta?»
Avevo appena sollevato una scaglia di vernice color avorio quando comparve quel nome, scritto a matita sullo stipite della cucina. Accanto alle lettere c’era una piccola tacca orizzontale. Sotto, quasi nascosta dalla pittura, una data: 2001.
Mia madre si voltò di scatto. Il pennello che aveva in mano rimase sospeso sopra il secchio.
«Che cosa hai detto?»
«Marta.» Indietreggiai di mezzo passo per lasciarle vedere il legno. «Chi è?»
Silvia attraversò la cucina senza rispondermi. Aveva cinquantotto anni, i capelli castani attraversati da fili grigi e un grembiule macchiato di pittura. Allungò il pennello verso la scritta ancora scoperta.
Le fermai delicatamente il polso.
«Mamma. Non coprirla.»
Lei abbassò gli occhi sulla mia mano, poi sul nome.
«È una cosa vecchia, Giulia. Non ha importanza.»
Eravamo nella casa di famiglia sulle colline fuori Perugia. Dovevamo sistemarla per metterla in vendita: pulire i mobili, riparare due persiane, dare una mano di pittura agli infissi.
Quella porta la conoscevo da sempre. Da bambina, mio padre mi faceva stare dritta contro lo stipite e segnava la mia altezza con la matita.
Avevo ventinove anni, e mia madre mi aveva sempre raccontato che ero cresciuta da figlia unica.
Non era una frase detta una volta, per distrazione. Lo ripeteva quando i parenti chiedevano se avessi desiderato un fratello, quando a scuola preparavamo l’albero genealogico, perfino quando le mostravo le fotografie delle mie amiche con le loro sorelle.
«Noi due siamo sempre state una squadra», diceva.
E io le credevo, anche dopo la separazione da papà.
«Forse appartiene a qualcuno che abitava qui prima di noi», disse.
La guardai.
«I nonni hanno comprato questa casa prima che tu nascessi.»
Il pennello tremò appena. Non avevo mai visto mia madre così spaventata per una domanda.
Tolsi un’altra scaglia, lentamente.
Sotto apparve una seconda tacca, poco più in alto, con il nome “Giulia”. Entrambi i segni portavano la stessa data.
Due bambine erano state misurate sulla stessa porta, nello stesso anno.
«Chi mi misurava, papà?»
«Sì.»
«E allora conosceva Marta anche lui.»
Silvia abbassò il pennello; il manico urtò il bordo metallico del secchio con un colpo secco. Poi si sedette accanto alla credenza. Una goccia di pittura cadde sul giornale steso a proteggere il pavimento.
«Ti prego, rimetti via la spatola.»
La posai sul tavolo, ma non toccai il secchio.
Adesso avevo paura di rovinare quella traccia, l’unica cosa concreta che mi fosse rimasta di una persona della quale ignoravo perfino l’esistenza.
Pensai di telefonare a mio padre. Viveva a Foligno e parlavamo ancora, anche se raramente del periodo prima della separazione. Ma non volevo ascoltare un’altra versione prima che mia madre trovasse il coraggio di darmi la sua.
Per anni avevo creduto di ricordare male le estati in quella casa. A volte mi tornavano in mente due bicchieri di plastica, uno giallo e uno rosso, sulla tavola della cucina. Una bambina che correva su per le scale. Qualcuno che mi chiamava «Giu».
Avevo pensato fossero immagini mescolate ai sogni o alle fotografie di vecchie compagne di scuola.
«C’era un’altra bambina con me?»
Mia madre respirò profondamente.
«Sì.»
«Viveva qui?»
«Per un periodo.»
«Perché non me l’hai mai detto?»
«Quando se n’è andata eri piccola. Ti cercava, la chiamavi per casa. Poi hai smesso di parlarne. Pensavo fosse meglio non riaprire quella ferita.»
«Meglio per chi?»
Silvia non rispose.
Si sistemò il grembiule, come faceva ogni volta che cercava un compito pratico per evitare una discussione.
Per un momento fui tentata di lasciar perdere. Era sempre stata lei a crescermi, ad accompagnarmi alle visite mediche e a restare sveglia quando avevo la febbre.
Farle domande sembrava quasi un tradimento.
Ma non era lei a essere stata cancellata da quella porta.
Mi tornò in mente un disegno conservato in un album: io davanti a una casa rossa, accanto a un’altra bambina.
Quando le avevo chiesto chi fosse, mia madre aveva sorriso e parlato di un’amica immaginaria. Io ci avevo creduto. Avevo sette anni e nessun motivo di dubitare di lei.
«Marta era quella bambina del disegno?»
«Potrebbe essere.» Mia madre si strinse le braccia. «Non so che cosa ricordi davvero.»
Per la prima volta la sua prudenza mi sembrò sincera. Non volevo trasformare ogni immagine sbiadita della mia infanzia in una prova.
Ma le due tacche erano lì.
Non me le ero inventate.
«Era mia sorella?»
Silvia scosse la testa, poi si fermò.
«Non posso risponderti con una parola sola.»
Sentii salire la rabbia. Non perché Marta dovesse per forza essere mia sorella, ma perché qualcuno aveva deciso che non meritavo neppure di sapere che era passata dalla nostra vita.
Guardai lo stipite.
La vernice nuova avrebbe cancellato le ultime linee in pochi minuti. Se avessi lasciato fare, forse avrei rinunciato a fare altre domande, come avevo fatto da bambina.
Presi il pennello dalla mano di mia madre e lo appoggiai lontano dalla porta.
«Non ridipingeremo questo pezzo.»
Lei annuì piano.
«Voglio sapere se sta bene», continuai. «Non ti chiedo di raccontarmi tutto adesso. Ma non mentirmi più.»
Silvia rimase immobile, poi si alzò. Aprì la credenza che stavamo svuotando e spostò una scatola di fotografie.
Da sotto tirò fuori una busta bianca, con un angolo piegato.
La teneva per i bordi come se potesse scottarla.
Lessi il destinatario: Giulia Bellini.
Il mio nome, scritto per intero.
L’indirizzo era quello della vecchia casa, anche se ormai vivevo altrove.
Il timbro postale era di appena tre mesi prima.
«Perché una lettera per me è qui?» domandai.
Mia madre non riuscì a guardarmi.
«Marta ti ha scritto», disse. «Tre mesi fa. E io ho fatto in modo che tu non lo sapessi.»













