Per qualche secondo sentii soltanto il ronzio del frigorifero e il vento contro le persiane che non avevamo ancora riparato.
Mia madre teneva ancora la busta, ma ormai non aveva più il diritto di decidere se consegnarmela.
«Dammela», dissi.
Silvia allungò la mano.
Quando presi la lettera, vidi che il lembo era già stato aperto con cura.
Non era stata nascosta per dimenticanza.
Qualcuno l’aveva letta, ripiegata e rimessa al suo posto, aspettando che io continuassi a non sapere.
«L’hai aperta.»
«Sì.»
«E hai deciso anche che non dovevo rispondere.»
Non aspettai la sua giustificazione.
Dentro c’erano due fogli, scritti con una grafia inclinata, e una fotografia piccola, con gli angoli consumati.
Nell’immagine si vedevano due bambine sedute sui gradini della nostra casa.
La più piccola stringeva un bicchiere giallo.
L’altra, con una frangia disordinata, teneva in mano quello rosso.
Mi sedetti perché le ginocchia avevano cominciato a tremarmi.
Non ricordavo il momento in cui era stata scattata la fotografia, ma riconobbi le piastrelle del portico e il bottone mancante del mio vecchio cardigan verde.
Qualcuno, tanti anni prima, aveva fotografato ciò che mi era stato detto non essere mai esistito.
La lettera cominciava senza formule.
«Ciao, Giu. Non so se ti ricordi ancora di me. Non so nemmeno se questo indirizzo servirà, ma è l’unico luogo che abbiamo avuto entrambe e che posso scrivere senza chiedere il permesso a nessuno.»
Mi fermai sulla parola «entrambe».
Era usata con naturalezza, come se bastasse a tenere insieme una parte della nostra vita.
Proseguii.
«Non ti scrivo per chiederti soldi, spiegazioni o il posto che qualcuno mi ha tolto. Vorrei soltanto parlarti una volta, guardandoti negli occhi. Sono cresciuta pensando che forse, da adulta, avresti scelto tu di cercarmi. Poi mi sono chiesta come avresti potuto farlo, se nessuno ti aveva mai raccontato il mio nome.»
Sulla seconda pagina c’era un numero di telefono, un indirizzo a Spoleto e una frase sottolineata due volte.
«Se vuoi sapere perché me ne andai, domandalo anche ad Andrea. Ti prego, non lasciare che una sola persona ti racconti la nostra storia.»
Andrea era mio padre.
Nella mia testa riapparve la sua voce mentre mi chiamava contro lo stipite per segnare un altro centimetro.
Aveva tenuto la matita in mano per entrambe, eppure, in tutte le nostre telefonate da adulta, non aveva mai pronunciato il nome Marta.
«Quanti anni aveva?» domandai.
«Sei quando arrivò. Tu ne avevi quattro.»
«E quando se ne andò?»
«Nove. Tu sette.»
Tre anni.
Avevamo condiviso la stessa cucina, le stesse stanze e tre compleanni miei.
Tre anni non erano una visita di passaggio.
Provai a disporre quei ricordi lungo una linea del tempo.
Nel 2001 avevo quattro anni; quando Marta era partita ne avevo sette, abbastanza per ricordare la forma delle scarpe che mettevo a scuola e il posto dove papà appendeva le chiavi.
Eppure avevo accettato che una bambina presente ogni giorno si fosse dissolta come una figura vista in sogno.
Cominciai a domandarmi quante volte, negli anni, avessi intuito qualcosa e poi cambiato argomento per non vedere mia madre diventare triste.
Non era soltanto la sua bugia ad avermi accompagnata: era il mio modo di imparare a non fare domande.
«Chi erano i suoi genitori?»
Silvia guardò verso il portico.
«Sua madre si chiamava Elisa. Aveva dei problemi di salute. Per un periodo non poteva occuparsi di lei.»
«E papà?»
«Tuo padre l’aveva conosciuta prima che Marta venisse qui.»
«In che senso?»
Mia madre si strinse le mani.
«Non voglio risponderti male solo perché sono spaventata. Ti ho già fatto abbastanza male.»
Le parole sembravano oneste, ma non cancellavano il gesto della busta.
Mi accorsi che una parte di me cercava ancora un modo per assolverla: una ragione abbastanza grande da rendere inevitabile ciò che aveva fatto.
Era un’abitudine antica, quella di trovare una spiegazione prima ancora di concedermi la rabbia.
«Non ti chiedo di essere pronta», dissi. «Ti chiedo di non fermarmi.»
Silvia alzò il viso.
«Hai ragione.»
Sul retro della fotografia c’era una scritta sbiadita: «Le mie ragazze, estate 2002».
Non riconobbi la grafia, ma il plurale mi fece male più di qualunque altra parola.
Non eravamo state due ombre incontrate per caso.
Qualcuno ci aveva chiamate così, insieme.
Portai i fogli nel soggiorno e li fotografai con il telefono, non perché temessi che mia madre me li strappasse, ma perché non volevo più dipendere da un unico oggetto custodito da qualcun altro.
Poi salvai il numero di Marta.
Rimasi a fissarlo mentre sullo schermo appariva il cursore di un messaggio vuoto.
«Che cosa le dirai?» domandò Silvia dalla porta.
«La verità. Che ho letto soltanto oggi.»
Digitai lentamente: «Sono Giulia. Ho trovato la tua lettera. Non sapevo che esistessi ancora nella mia vita, ma adesso lo so. Vorrei ascoltarti, se per te va bene.»
Non aggiunsi che mi dispiaceva.
Non avevo ancora capito per cosa avrei dovuto scusarmi, e non volevo chiedere a Marta di consolarmi.
Il messaggio rimase con una sola spunta per alcuni minuti.
In quel tempo, mia madre tornò alla cucina, svuotò il secchio e chiuse il coperchio della vernice.
Non cercò più di avvicinarsi allo stipite.
Era un gesto minuscolo, ma lo notai.
Quando il telefono vibrò, il numero era lo stesso della lettera.
«Giulia?»
La voce era più bassa di quanto mi aspettassi.
Mi sembrò familiare soltanto dopo aver sentito il diminutivo che seguì.
«Giu, sei davvero tu?»
Non risposi subito.
Nessuno mi chiamava così dai tempi delle elementari.
«Sì. Sono io.»
Dall’altra parte arrivò un respiro incerto.
«Credevo che non volessi parlarmi.»
«Non avevo mai visto la lettera.»
«Lo immaginavo. Ma avevo paura di crederci.»
Guardai mia madre, immobile oltre la soglia.
Non le feci segno di avvicinarsi.
«Possiamo incontrarci?» chiesi.
«Sì. Domani, se puoi. C’è un bar vicino alla stazione di Spoleto. Ti mando la posizione.»
Prima di salutarci, Marta esitò.
«Vieni da sola, per favore. Ho passato tanti anni a cercare le parole. Se c’è tua madre, ho paura di perderle di nuovo.»
La chiamata si interruppe.
Sul tavolo restavano la fotografia e i due fogli, prove di una storia che mi era stata nascosta.
Mentre ricevevo l’indirizzo del bar, capii che il primo incontro non avrebbe riguardato soltanto il passato: avrei dovuto decidere a chi permettere di parlare per me, da quel momento in avanti.
Per scoprire che cosa Marta ricordava della nostra separazione, continua con la Parte 3.













