Gabriele rilesse il biglietto di suo padre davanti ad Adele e Isabella.
Non cercò di addolcirne le parole.
Isabella lo ascoltò senza abbassare gli occhi e chiese soltanto se Cesare sapesse dove si trovavano.
«Sa di Lila e sa che siamo tornati a Verona», rispose Gabriele.
«Non credo conosca questa casa.
Ma non aspetteremo che lo scopra.»
Adele propose di ospitare madre e figlia presso sua sorella, poco fuori città.
Isabella rifiutò di scappare senza una meta.
Erano già trascorsi sei anni fra case altrui e nomi presi in prestito.
Voleva decidere dove andare, non essere trasportata ancora una volta di nascosto da altri.
«Allora scegliamo insieme», disse Gabriele.
Isabella lo guardò con sorpresa.
Non gli aveva sentito usare quelle parole quando erano sposati.
Nella grande casa Laurenti, Cesare aveva sempre avuto un’opinione sull’ora di partire, sui parenti da frequentare, perfino sul medico da chiamare.
Gabriele aveva creduto di evitare discussioni lasciando correre.
Ora gli appariva chiaro quanto fosse costata quella comodità.
Decisero che Adele avrebbe accompagnato Lila da una parente fidata per il pomeriggio.
Isabella sarebbe andata con Bernardi a consegnare la dichiarazione e il biglietto minaccioso alle autorità competenti.
Gabriele, invece, avrebbe affrontato suo padre, senza rivelare nessun indirizzo.
«Sei certo?» chiese Isabella.
«No», ammise lui.
«Ma posso impedire che interpreti ancora il mio silenzio come un permesso.»
Cesare lo ricevette nella sala dove, da bambino, Gabriele doveva aspettare in piedi finché non veniva invitato a sedersi.
Era invecchiato.
Le mani, un tempo ferme, tremavano leggermente mentre spostava una tazza.
Il suo sguardo, però, era rimasto impassibile.
«La bambina», disse senza salutarlo.
«Dove l’hai portata?»
«In un posto sicuro.»
Cesare sorrise appena.
«Non sai neppure se è tua.
Una donna che scompare per sei anni può raccontare qualunque cosa.»
«Quella donna è Isabella.
E tu sapevi che era viva.»
Il padre non negò subito.
Abbassò il cucchiaino, poi parlò con voce controllata.
«Ho fatto quello che era necessario per evitare che la nostra famiglia finisse in rovina.»
«Hai lasciato che seppellissi una sconosciuta credendola mia moglie.»
Cesare si alzò.
«Bada a come mi parli.
Non hai idea di quello che accadde quella notte.»
«Allora raccontamelo.
Comincia dal nome Bianca Calvi.»
Per la prima volta il volto del vecchio cambiò.
Non fu stupore, ma un calcolo interrotto.
Gabriele comprese che il nome non gli era nuovo.
«Chi ti ha detto questo?» domandò Cesare.
«Non è più importante chi abbia parlato con me.
È importante chi sarà disposto a parlare davanti a un magistrato.»
Cesare gli intimò di uscire.
Gabriele non si mosse.
Chiese di vedere la documentazione sulla vendita della casa dei Tigli e sul riconoscimento del corpo.
«Tutto ciò che ti serviva era già stato sistemato», rispose il padre.
«Tu non volevi sapere.»
Quelle parole colpirono Gabriele perché contenevano una parte di verità.
Non aveva voluto sapere abbastanza.
Ma non avrebbe permesso che la propria debolezza diventasse un’assoluzione per chi aveva mentito.
«Non volevo vedere Isabella morta», disse.
«È diverso dall’averti autorizzato a farla sparire.»
Tornò verso la porta.
Cesare lo seguì con una frase pronunciata quasi senza voce.
«Se insisti, la bambina pagherà per le tue scelte.»
Gabriele si voltò.
«Non usare più Lila per parlare con me.»
Uscì dalla villa e si diresse alla canonica della chiesa in cui si era celebrato il funerale.
Il vecchio sacrestano ricordava la cerimonia.
Ricordava soprattutto che la bara era arrivata già sigillata e che a occuparsi dei documenti era stato Manni.
Il sacerdote dell’epoca era morto, ma i registri erano rimasti.
Gabriele esaminò la copia dell’attestazione di morte.
Il medico aveva scritto che l’identificazione era stata effettuata attraverso gli abiti e un fermaglio, senza annotare alcun segno fisico riconoscibile.
Nessuna persona presente aveva attestato di aver riconosciuto il volto.
La firma era del dottor Taddeo Neri, ormai ritiratosi a Vicenza.
«Perché non mi avete chiamato?» domandò al sacrestano.
«Suo padre disse che era troppo sconvolto e che il medico aveva già fatto tutto il necessario.
Nessuno di noi immaginava un inganno.»
Gabriele copiò gli estremi del documento.
Aveva finalmente un modo concreto di chiedere che l’identificazione venisse riesaminata.
Per farlo, però, occorreva trovare qualcuno che conoscesse Bianca prima di quella notte.
La mattina successiva lui e Isabella partirono per Legnago, mentre Lila rimaneva con Adele.
Isabella non aveva più incontrato la sorella di Bianca, ma ricordava il nome della via che la sarta aveva pronunciato in carrozza.
Trovarono Maria Calvi in una casa modesta con un piccolo cortile.
Maria aprì con diffidenza.
Quando sentì pronunciare il nome di Bianca, si aggrappò allo stipite.
«Mi dissero che era partita per un impiego lontano», mormorò.
«Poi arrivò un uomo a dirmi che non dovevo cercarla.
Mi lasciò del denaro.
Non l’ho mai toccato.»
Da una credenza estrasse una busta ingiallita.
Dentro c’era il denaro, ancora avvolto in una ricevuta senza intestazione.
Sul retro qualcuno aveva scritto un numero e le iniziali E. M.
Isabella riconobbe le iniziali di Ettore Manni, ma non le presentò come una prova sufficiente.
Maria mostrò anche una lettera spedita da Bianca il giorno prima del viaggio.
Descriveva la gravidanza di Isabella, lo scialle che le avrebbe prestato e un particolare che fece alzare gli occhi a Gabriele.
«La signora viaggerà con il mio mantello grigio», aveva scritto Bianca, «e io porterò il suo cappotto chiaro, perché è più pesante e soffro molto il freddo».
Al funerale, Cesare aveva indicato proprio il cappotto chiaro come prova dell’identità della morta.
Aveva conosciuto lo scambio degli abiti o lo aveva scoperto dopo?
Era una distinzione decisiva, e nessuno di loro poteva ancora rispondere.
Maria posò infine sul tavolo un vecchio certificato medico.
Bianca, da ragazza, si era fratturata il polso destro e aveva conservato una deformazione visibile.
Il medico ne aveva descritto la posizione con precisione.
«Non so chi ci sia in quella tomba», disse Maria.
«Ma se è mia sorella, voglio che abbia finalmente il suo nome.»
Gabriele capì che la ricerca non riguardava più soltanto la moglie ritrovata.
C’era un’altra famiglia a cui erano stati rubati sei anni di verità.
E adesso una donna chiedeva qualcosa che nessuno avrebbe dovuto negarle: sapere dove fosse sua sorella.
Per scoprire che cosa rivelerà l’indagine sulla bara chiusa, prosegui con la Parte 6.













