Adele chiuse le imposte prima che Isabella finisse di raccontare.
Non perché la casa fosse in pericolo immediato, ma perché Lila potesse sedersi al tavolo senza vedere ogni passante come una minaccia.
La bambina mangiò un pezzo di pane, tenendo la mano della madre sulle ginocchia.
Gabriele aspettò che si addormentasse sul divano della stanza vicina.
Poi posò la lettera con la firma falsa accanto al messaggio recuperato nel vicolo.
Aveva davanti due grafie: una sembrava la sua, l’altra era senza dubbio quella di Isabella.
«Chi era la donna nella carrozza?» chiese.
«Bianca Calvi», rispose Isabella.
«Era una sarta rimasta vedova da poco.
Tuo padre disse che avrebbe viaggiato con me, perché stavo male e non voleva lasciarmi sola.»
Il nome non diceva nulla a Gabriele.
Isabella gli spiegò che Bianca aveva una sorella a Legnago e conservava in borsa un ditale con le iniziali incise.
Quel piccolo oggetto era stato l’argomento della loro unica conversazione tranquilla durante il viaggio.
«Perché eri salita su quella carrozza?»
Isabella appoggiò le mani sul tavolo.
«Due giorni prima avevo scoperto che la casa dei Tigli, quella lasciatami da mia madre, era stata ceduta senza il mio consenso.
Nella copia dell’atto c’era una firma che imitava la mia.
Avevo chiesto spiegazioni a Cesare.»
Gabriele conosceva quella casa.
Era dove Isabella aveva imparato a leggere con sua madre e dove conservava ancora, sei anni prima, il vecchio pianoforte di famiglia.
Gli era stato detto che Isabella l’aveva venduta per pagare dei debiti.
Lui aveva accettato la spiegazione perché, dopo il funerale, non sopportava più di parlare di denaro o di cose appartenute a lei.
«Cesare mi disse che avevi firmato anche tu», continuò Isabella.
«Risposi che saresti venuto con me dal notaio, se fosse stato vero.
Il giorno seguente mi fece sapere che volevi incontrarmi fuori città e parlare senza litigare.
Io ero incinta.
Pensai che forse ci fosse ancora una strada per salvare il nostro matrimonio.»
Gabriele chiuse gli occhi.
In quei giorni suo padre lo aveva mandato a Padova con la scusa di una parente malata.
Ricordava perfino la lettera che l’aveva convocato: poche righe urgenti, senza la firma di chi fosse davvero ammalato.
Non gli era sembrato strano, allora, perché aveva imparato a non mettere in dubbio gli ordini di casa.
Al ritorno gli avevano annunciato la morte di Isabella.
Per molto tempo aveva creduto che quell’assenza fosse stata un capriccio del destino.
«Alla svolta prima del ponte», disse lei, «la carrozza si fermò.
Manni aprì lo sportello e mi ordinò di scendere.
Quando protestai, mi trascinò verso un secondo veicolo.
Bianca si sporse per chiedere che cosa accadesse.
Le dissero di restare al suo posto.»
Isabella bevve un sorso d’acqua prima di continuare.
Ricordava un colpo alla nuca, la gamba schiacciata contro un gradino, poi il buio.
Quando riprese conoscenza, il secondo veicolo si allontanava e dietro gli alberi si vedeva un bagliore arancione.
«Sentii gridare», disse.
«Non posso giurare che fosse Bianca.
Ma non smisi mai di domandarmi perché nessuno fosse tornato a cercarla.»
Quella cautela convinse Gabriele più di una certezza gridata.
Isabella non stava inventando un colpevole per alleviare il dolore.
Distingueva ciò che aveva visto da quello che temeva fosse accaduto.
«Nella casa presso Mantova ti tenevano prigioniera?»
«Le porte erano chiuse la notte.
Di giorno mi sorvegliavano.
Una donna incaricata di assistermi credeva che avessi perso la memoria dopo un incidente e che la mia famiglia temesse per la mia salute.
Quando le dissi il mio vero nome, rispose che le avevano raccomandato di non ascoltarmi.»
Aveva partorito Lila all’inizio della primavera successiva, con l’aiuto di una levatrice di nome Anna Ferretti.
Fu Anna, mesi dopo, a procurarle vestiti e un passaggio verso una casa lontana dalle persone di Cesare.
In seguito Isabella aveva spostato più volte la bambina, insegnandole a non usare il cognome Laurenti.
«Non ti ho cercato?» chiese Gabriele, più a se stesso che a lei.
«Ti ho scritto», disse Isabella.
«Una volta da Mantova, una volta da un paese sulle colline.
La seconda lettera tornò con un avvertimento: se mi fossi presentata, un medico avrebbe dichiarato che non ero in grado di tenere Lila.
Avevo visto quanto facilmente una firma poteva essere imitata.
Non potevo rischiare di perderla.»
Gabriele ascoltò senza chiedere perdono.
In quel momento una richiesta del genere avrebbe costretto Isabella a occuparsi del suo dolore, quando era stata lei a portare il peso più grande.
Adele entrò con una candela e propose di rivolgersi a qualcuno fuori dalla cerchia dei Laurenti.
Conosceva il notaio Lorenzo Bernardi, che aveva custodito le carte di famiglia della madre di Isabella.
Bernardi non aveva redatto l’atto contestato e non dipendeva da Cesare.
Il mattino seguente si recarono da lui separatamente.
Isabella rimase con Lila da Adele; Gabriele portò la copia della lettera falsa e chiese di consultare il fascicolo relativo alla casa dei Tigli.
Bernardi rimase a lungo in silenzio davanti a una data.
«La signora Isabella venne qui prima dell’incidente», disse infine.
«Mi consegnò una dichiarazione in cui negava di aver autorizzato la vendita.
Io la conservai, come lei mi chiese, in attesa che tornasse con suo marito.»
Aprì un registro e mostrò una ricevuta firmata da Isabella.
La data precedeva di tre giorni il funerale.
Il notaio aveva ancora la dichiarazione originale e poteva attestare quando l’aveva ricevuta.
«Può aiutarmi a presentarla a chi indaga?» chiese Gabriele.
«Posso testimoniare ciò che so», rispose Bernardi.
«Ma la firma falsa e la morte di quella donna richiedono prove diverse.
Non si risolve un delitto con il ricordo di un altro.»
Gabriele tornò da Adele portando la copia autenticata della dichiarazione.
Sulla soglia trovò un ragazzo che teneva una busta con il sigillo verde dei Laurenti.
Disse di avere l’ordine di aspettare una risposta.
All’interno c’era una sola frase, scritta da Cesare con la sua calligrafia inconfondibile: «So che hai incontrato la bambina.
Riportamela prima di sera, oppure verrò a prenderla io».
Gabriele comprese allora che suo padre non cercava soltanto di difendere una menzogna vecchia di sei anni.
Stava ancora tentando di decidere a chi appartenesse Lila.
Per sapere come Gabriele risponderà alla minaccia di Cesare, continua con la Parte 5.













