Quando risposi alla diciottesima chiamata, Riccardo aveva già smesso di gridare.
Parlava piano, con una dolcezza artificiale che conoscevo fin troppo bene.
«Gianna, tesoro, dobbiamo sederci e parlarne.»
Tesoro.
La parola che non aveva pronunciato quando era entrato con Federica sembrava essere ricomparsa insieme ai milioni.
«Possiamo parlarne attraverso i nostri avvocati.»
«È assurdo. Siamo marito e moglie.»
«Lo eravamo anche quando mi hai dato tempo fino a domenica per andarmene.»
Sentii il rumore del suo respiro.
«Non puoi prendere una decisione sul nostro futuro mentre sei arrabbiata.»
«Sei stato tu a prenderla. Io sto cercando di capire come viverci.»
Chiusi la telefonata quando cominciò a ripetere che tutto era stato un errore.
Un errore era dimenticare un anniversario.
Portare una donna in casa e ordinare alla propria moglie di fare le valigie era una scelta.
Quella sera Riccardo arrivò con un mazzo di fiori comprato al supermercato.
Aspettava davanti alla porta della stanza degli ospiti, proprio dove pochi giorni prima aveva lasciato scivolare la proposta di accordo.
«Possiamo ripartire», disse.
Guardai le rose avvolte nella plastica.
«Federica lo sa?»
«Federica non conta.»
Mi colpì la facilità con cui cancellava una persona dopo averla chiamata la donna di cui aveva bisogno.
Non provai soddisfazione.
Provai qualcosa di più definitivo: non volevo essere né lei né me stessa accanto a quell’uomo.
Mi appoggiai allo stipite, mantenendo la porta aperta soltanto a metà.
Alle mie spalle c’era una valigia che avevo preparato per eventuali notti da mia madre.
Non mi vergognavo di averla pronta.
La consulenza legale e il premio non mi rendevano immune dalla paura.
Mi davano, semmai, la possibilità di ascoltarla senza obbedire al primo impulso.
Guardai l’uomo che per anni avevo chiamato casa e aspettai che sentisse ciò che stavo dicendo, invece di immaginare la risposta più conveniente per lui.
«Non desidero ripartire, Riccardo.»
«Perché adesso sei ricca?»
«Perché tu mi hai mostrato come mi guardavi quando credevi che non avessi nulla.»
La sua espressione cambiò.
Posò i fiori sul pavimento con un gesto brusco.
«Sai che ho dei diritti su quella vincita, vero?»
«Il mio avvocato me l’ha spiegato prima ancora che tu lo chiedessi.»
Fu la prima risposta che sembrò lasciarlo senza parole.
Aveva contato sulla mia ingenuità.
Non si aspettava che conoscessi anche ciò che non mi conveniva sentire.
Nei giorni successivi, la notizia uscì dal nostro cerchio privato.
L’ente gestore seguiva le procedure previste, tutelando la riservatezza dei vincitori.
Ma una voce sulla mia situazione aveva già raggiunto alcuni conoscenti e, da lì, un giornale locale.
Non sapevo chi avesse parlato e non volevo accusare nessuno senza prove.
Non avevo il potere di controllare ogni indiscrezione intorno a una notizia così grande.
Davide e Alessandra organizzarono gli incontri necessari e mi prepararono alle domande.
Scelsi di non rilasciare interviste sulla fine del mio matrimonio.
Il telefono di mia madre cominciò a squillare.
Vecchi conoscenti scrivevano messaggi pieni di entusiasmo, e persone che non vedevo da anni chiedevano di incontrarmi.
Elena cancellò il numero dal profilo pubblico del suo piccolo circolo di giardinaggio.
«Non preoccuparti per me», disse. «Mi dà più fastidio la gente che crede di conoscerti dopo aver letto un titolo.»
Una sera andai da lei con la spesa e la trovai intenta a sostituire da sola una tegola vicino al portico.
La convinsi a chiamare un professionista.
Avrei voluto risolvere ogni problema con un assegno, ma mia madre mi disse qualcosa che ricordai a lungo.
«Aiutami pure, Gianna. Ma non trasformare la nostra vita in una lista di persone da salvare.»
Così iniziammo dalle cose semplici: una riparazione, una cena tranquilla, la promessa di continuare a parlarci come prima.
Il mio nome nei giornali cambiò anche il modo in cui gli altri raccontavano il nostro matrimonio.
Alcuni conoscenti sostenevano che Riccardo mi avesse lasciata perché sapeva già della vincita; altri lo descrivevano come una vittima della mia improvvisa fortuna.
Erano entrambe storie false.
Nessuno di loro era nella cucina quando il telefono mi cadde a terra, né nel corridoio quando mio marito mi diede l’ultimatum.
Smisi di cercare di correggere ogni versione.
Affidai la parte documentabile ai professionisti e tenni per me i ricordi che non dovevano diventare spettacolo.
Nel frattempo la banca ci inviò i documenti richiesti sulla pratica immobiliare.
Alessandra li esaminò insieme a un professionista competente nelle verifiche elettroniche.
Una delle autorizzazioni risultava associata a un recapito che non avevo mai usato.
Non era ancora una conclusione definitiva, ma bastò perché l’istituto confermasse la sospensione e avviasse una verifica interna approfondita.
Federica, attraverso il proprio legale, consegnò copia di alcuni messaggi ricevuti da Riccardo.
In uno lui parlava di iniziare i lavori appena «sistemata la questione della firma di Gianna».
In un altro le assicurava che, dopo il viaggio, «nessuno avrebbe più fatto domande».
Erano frasi inquietanti, ma non autorizzavano a inventare ciò che ancora mancava.
Alessandra insistette per distinguere i fatti dalle supposizioni.
Riccardo, intanto, cambiò strategia.
Il suo nuovo avvocato inviò una richiesta formale per definire la quota spettantegli sui beni matrimoniali, inclusa la vincita.
Non era una minaccia priva di fondamento.
Nel nostro ordinamento la divisione non dipendeva soltanto da chi aveva tenuto in mano il biglietto.
«La comunione legale è stata confermata e Riccardo ha una pretesa concreta sulla metà della vincita netta», ammise Alessandra. «Il tradimento non cancella automaticamente quel diritto. Dobbiamo prepararci a una trattativa onesta, anche quando il risultato ci ferisce.»
Mi sedetti davanti a lei e provai un sentimento contraddittorio.
Era ingiusto che chi mi aveva umiliata potesse beneficiare di quella fortuna.
Ma ero anche stanca di vivere nell’idea che ogni mio passo dovesse servire a punirlo.
«Non voglio mentire per vincere», dissi.
«Allora abbiamo una base solida da cui partire.»
La settimana successiva recuperammo gli estratti conto dei sei anni di matrimonio.
C’erano i versamenti del mio stipendio, le rate del mutuo, il trasferimento dall’eredità di Rosa e le spese condivise.
C’era anche un pagamento consistente effettuato da Riccardo poco prima del viaggio a Barcellona.
Non lo ricordavo.
Alessandra chiese la documentazione relativa all’operazione.
Quando arrivò, scoprii che quei soldi provenivano dal conto comune e avevano finanziato una caparra per un appartamento destinato, secondo le comunicazioni allegate, a Riccardo e Federica.
Rimasi a fissare la ricevuta.
Mentre io progettavo di estinguere il nostro mutuo, lui aveva già usato i nostri risparmi per preparare un’altra vita.
Non sapevo ancora come sarebbe stata valutata quella spesa nella divisione dei beni.
Sapevo, però, che non avrei più accettato la parola «nostro» soltanto quando faceva comodo a lui.
Per capire come affrontai la richiesta di Riccardo e la caparra nascosta, continua con la Parte 6.













