Alle nove e venti, l’avvocata Alessandra Riva mi disse la prima cosa che non avevo voglia di sentire.
«Gianna, ascoltami con attenzione: il biglietto è in tuo possesso, ma questo non significa automaticamente che tutto il premio sia soltanto tuo.»
Ero seduta per terra, tra il letto e la porta, perché Riccardo continuava a salire e scendere le scale.
«Ma l’ho comprato io. Con due euro miei.»
«Siete ancora sposati. Mi hai detto che al matrimonio non avete scelto la separazione dei beni: verificheremo l’atto, ma in quel caso si applica la comunione legale. Anche una vincita ottenuta durante il matrimonio può rientrarvi. Dobbiamo ricostruire i fatti, non raccontarci una favola rassicurante.»
La sua franchezza mi piacque più di una promessa impossibile.
Per anni avevo sentito Riccardo spiegare perché tutto sarebbe andato bene, a patto che io continuassi a rinunciare a qualcosa.
Alessandra, invece, aveva già iniziato a dirmi la verità.
Mi chiese di non firmare documenti, di non trasferire denaro, di non mentire su ciò che possedevo e di non abbandonare la casa soltanto perché mio marito lo pretendeva.
Mi spiegò che avremmo dovuto dichiarare il premio nella procedura di divorzio, quando fosse arrivato il momento, e che una vincita annunciata non coincideva con il contante disponibile.
C’erano modalità di riscossione, imposte e possibili pretese del coniuge da valutare con professionisti competenti.
«E se Riccardo lo scoprisse?» chiesi.
«Prima o poi lo scoprirà. Il nostro lavoro non è costruire un segreto eterno. È impedirgli di usarlo per spaventarti o ottenere informazioni che non gli spettano.»
Il consulente finanziario, Davide Serra, mi raccomandò a sua volta di non improvvisare.
Non avrei chiesto soldi a nessuno, né promesso regali in preda all’euforia.
Fissammo un incontro riservato per il pomeriggio con un esperto fiscale.
Dal corridoio arrivarono tre colpi alla porta.
«Gianna? Hai intenzione di rimanere là dentro tutto il giorno?»
«Sto facendo alcune telefonate.»
«Spero non a tua madre. Evitiamo la scenata di famiglia.»
Mi venne quasi da ridere.
Quando avevamo rischiato di perdere la casa, era stata proprio mia madre a lasciarci la spesa sulla veranda senza chiedere spiegazioni.
Riccardo non si era mai offerto di restituirle nemmeno un sacchetto di pasta.
Presi la cartellina blu in cui tenevo le carte dell’acquisto.
L’anticipo versato sei anni prima proveniva da un conto intestato a me, alimentato dall’eredità di nonna Rosa.
Il resto del prezzo era stato coperto da un mutuo firmato da entrambi.
Alessandra verificò anche la scelta patrimoniale registrata nel nostro atto di matrimonio: non avevamo optato per la separazione dei beni, quindi valeva la comunione legale.
La provenienza dell’anticipo sarebbe stata documentata nella trattativa sulla casa, senza trasformarsi per magia in una proprietà soltanto mia.
Ricordavo bene il giorno del rogito: Riccardo mi aveva tenuto la mano mentre diceva che stavamo finalmente diventando adulti.
Ora, al piano di sotto, lo sentivo parlare del soggiorno con Federica.
«Qui metterei un divano diverso», suggerì lei.
«Cambieremo tutto», rispose lui.
La frase mi fece male più della richiesta di divorzio.
Non perché amassi quel divano, ma perché lui parlava di cancellare la mia presenza come si sostituisce una lampada.
Verso mezzogiorno riuscii a uscire dalla camera.
Riccardo era in cucina, con due tazze sul tavolo e il mio posto occupato dalla borsa di Federica.
«Ho preparato un elenco delle cose che puoi prendere», annunciò, facendomi scivolare un foglio.
Lessi: vestiti personali, libri, utensili da cucina comprati prima del matrimonio.
Non c’erano i mobili che avevo restaurato, le fotografie della mia famiglia né il tavolino ereditato da Rosa.
«Chi ha scritto questo elenco?» domandai.
«Io. È casa mia.»
«Siamo entrambi proprietari, Riccardo. E ne parleremo attraverso i nostri avvocati.»
Per la prima volta, il suo sorriso si incrinò.
«Hai già chiamato un avvocato?»
«Sì.»
Federica posò lentamente la tazza.
Riccardo si avvicinò quel tanto che bastava a farmi sentire il suo dopobarba.
«Non complicare le cose. Non puoi permetterti una guerra legale.»
Non risposi.
Non volevo vantarmi del biglietto, e non volevo che fosse il denaro a parlare per me.
Volevo soltanto che smettesse di trattarmi come una persona senza diritti.
Sul tavolo notai una busta di una banca che non usavamo per il mutuo.
Aveva il nostro indirizzo e, sotto il nome di Riccardo, c’era anche il mio.
L’intestazione parlava di una richiesta di linea di credito garantita dalla casa.
«Che cos’è questa?» chiesi.
Lui coprì la busta con una mano.
«Una pratica vecchia. Non ti riguarda.»
Ma mi riguardava eccome.
Sul retro della busta c’era un codice pratica stampato accanto a un numero di telefono.
Lo trascrissi sul foglio che tenevo in tasca, senza sottrarre la corrispondenza né aprire documenti che non mi erano destinati.
Non sapevo ancora cosa avesse fatto Riccardo.
Ma sapevo che non avrei ottenuto risposte discutendo in cucina davanti alla donna che aveva portato a casa.
Non avevamo mai discusso un nuovo prestito.
La nostra unica decisione recente era stata rinviare ancora una volta il mio studio di arredamento per risparmiare.
«Non abbiamo chiesto nessun finanziamento insieme.»
«È soltanto una valutazione. Non fare la detective.»
Federica guardò prima lui, poi me.
«Mi avevi detto che era già tutto sistemato», mormorò.
Il silenzio che seguì fu troppo rapido, troppo attento, per essere innocente.
Riccardo le fece cenno di tacere e infilò la busta sotto un giornale.
Uscii con le chiavi della macchina e raggiunsi il parcheggio di una farmacia, dove potevo parlare senza essere ascoltata.
Fotografai il foglio che Riccardo mi aveva consegnato e riferii ad Alessandra la conversazione.
«Richiedi immediatamente una copia del tuo rapporto di credito», mi disse. «Poi contatteremo la banca. E, Gianna, conserva i messaggi. Non cercare di ottenere prove facendo qualcosa di rischioso.»
Prima di rimettere in moto, aprii sul telefono l’archivio delle mie buste paga.
Avevo cominciato a salvarle in una cartella quando Riccardo era rimasto disoccupato, perché temevo che un giorno la banca ci chiedesse di spiegare i ritardi.
Trovai anche le ricevute di due corsi di progettazione che avevo pagato a rate, dopo avergli promesso che non avrebbero pesato sul bilancio.
Mi resi conto di quanto fosse precisa la memoria dei nostri conti e di quanto fosse vaga, invece, quella del mio lavoro.
Riccardo ricordava sempre le spese sostenute da lui.
Le mie, che rendevano possibili le sue, sembravano sparire appena il saldo tornava positivo.
Quando terminai la chiamata, avevo le mani fredde nonostante il sole sul parabrezza.
Il biglietto della lotteria era al sicuro, nascosto in una cartella che solo io potevo raggiungere.
Eppure, per la prima volta, capii che la minaccia più urgente poteva non riguardare i settantatré milioni.
Riguardava una firma che forse qualcuno aveva già usato al posto mio.
Per scoprire chi aveva chiesto denaro sulla nostra casa, continua con la Parte 3.













