Il giorno dopo ricevetti da Alessandra una copia della contestazione presentata alla banca.
Il rapporto completo richiesto ai sistemi di informazione creditizia non era ancora arrivato: potevano volerci settimane.
L’istituto, dopo aver ricevuto la mia richiesta formale e la delega, confermò invece il numero della pratica che avevo annotato e la data della sua apertura: tre settimane prima del ritorno anticipato di Riccardo.
Controllai la data con il calendario dei miei turni.
Quella sera ero rientrata tardi e avevo trovato Riccardo davanti alla televisione.
Mi aveva chiesto di non fare rumore perché doveva alzarsi presto.
Nessuna parola sulla banca, nessun fascicolo da leggere, nessuna discussione sul valore della casa.
Aprii il calendario e annotai tutto, anche ciò che sembrava banale.
Alessandra mi aveva detto di separare i ricordi dalle prove, e cominciavo a capire perché: quando qualcuno racconta una storia con sufficiente sicurezza, persino chi l’ha vissuta può dubitare della propria memoria.
Non avevo autorizzato alcuna richiesta.
Alessandra mi accolse in una sala semplice, con una pianta vicino alla finestra e nessuna fotografia di coppie sorridenti appesa alle pareti.
Mi fece sedere, poi esaminò le immagini che le avevo inviato.
«Non possiamo concludere che qualcuno abbia falsificato una firma soltanto da questo», disse. «Ma abbiamo abbastanza per chiedere chiarimenti formali e bloccare ulteriori tentativi.»
Mi aiutò a seguire la richiesta di accesso ai sistemi di informazione creditizia e a integrare la contestazione già inviata alla banca.
La responsabile del reparto antifrodi non volle anticipare dettagli telefonicamente.
Confermò però che esisteva una pratica non perfezionata collegata all’immobile.
Avrebbero conservato i documenti e verificato l’autorizzazione dei richiedenti.
«Serve anche una copia dell’eventuale firma elettronica», precisò Alessandra, prendendo appunti.
Mi accorsi che riuscivo a respirare meglio quando qualcuno traduceva la paura in azioni precise.
Non mi prometteva vendetta.
Mi restituiva la possibilità di scegliere.
Dopo l’incontro, passai da mia madre.
Elena abitava in una casetta di mattoni con un piccolo portico, a venti minuti dalla nostra.
Aveva settant’anni e continuava a coltivare pomodori anche quando i vicini le dicevano che comprarli sarebbe costato meno.
Mi aprì la porta con le mani sporche di terra.
«Gianna? Cos’è successo?»
Le raccontai dell’arrivo di Riccardo con Federica.
Del divorzio.
Della pretesa di mandarmi via.
Aspettai di essere seduta prima di parlare del biglietto.
Mia madre rimase immobile.
«Settantatré milioni?»
«È il premio annunciato. Non so ancora quale sarà l’importo effettivo.»
Elena non esultò.
Mi prese la mano.
«Vorrei che non avessi dovuto ricevere le due notizie nello stesso giorno.»
Quella frase mi fece piangere per la prima volta.
Non piansi per il denaro, né per la paura della banca.
Piansi perché avevo passato la notte precedente a immaginare la felicità di Riccardo e non mi ero concessa neppure un minuto per chiedermi se fossi felice io.
Mia madre andò nell’altra stanza e tornò con una scatola di latta.
Dentro c’erano copie dei documenti dell’eredità e una lettera di nonna Rosa.
L’avevo lasciata lì anni prima, quando temevamo che un trasloco potesse farci perdere qualcosa.
«Tua nonna non voleva comprarti una casa», disse Elena. «Voleva darti un posto da cui nessuno potesse scacciarti con una frase.»
Lessi lentamente la calligrafia inclinata di Rosa.
Non parlava di ricchezza.
Mi chiedeva di conservare una stanza per i miei progetti, anche quando altre persone li avessero considerati poco importanti.
Mi ricordai che nella nostra casa quella stanza esisteva: era diventata il ripostiglio degli scatoloni di Riccardo.
Nel pomeriggio, un incaricato della lotteria confermò le procedure per presentare il biglietto originale e verificarne ufficialmente la validità.
Davide organizzò la custodia sicura del documento e un incontro con un consulente fiscale.
Non c’era ancora un assegno, né una somma su cui potessi fare progetti definitivi.
Ma il biglietto non era più soltanto un segreto tremante dentro la mia borsa.
Era una responsabilità reale, da affrontare senza fretta.
Quando tornai a casa, trovai sul vialetto un’automobile sconosciuta.
Una donna con un metro laser uscì dal portone insieme a Federica.
«Questa parete può sparire», stava dicendo.
Federica mi notò e si irrigidì.
«Stavamo solo prendendo delle misure.»
«Senza chiedere il permesso a una delle proprietarie?»
La donna ripose il metro e si affrettò verso l’auto.
Non la rimproverai: probabilmente le avevano raccontato che tutto fosse concordato.
Era Riccardo che avrebbe dovuto spiegare.
Lo trovai nello studio, davanti al computer.
Quando mi vide, chiuse il portatile.
«Federica sta cercando di rendere la situazione meno imbarazzante», disse.
«Mi hai esclusa da una casa che possediamo insieme. Questo è imbarazzante.»
«Non iniziare con la storia dell’anticipo di tua nonna.»
«Perché? È una storia vera.»
Lui alzò gli occhi al cielo.
«Hai contribuito all’inizio. Io ho pagato tutto il resto.»
Pensai ai bonifici delle mie buste paga quando lavoravo di notte, ai mesi in cui avevo pagato anche alcune sue vecchie rate dell’auto.
Non avrei discusso a memoria.
La contabilità avrebbe raccontato i fatti meglio di noi.
«Hai fatto richiesta per un prestito sulla casa?» chiesi.
Riccardo rimase fermo.
«Ti ho già detto che era una valutazione.»
«La banca mi ha confermato che la pratica esiste. Non autorizzo alcun finanziamento.»
Lui scattò in piedi.
«Stai cercando di rovinarmi?»
«Sto cercando di capire perché il mio nome compare su qualcosa che non ho firmato.»
Un tempo avrei interrotto la discussione per evitare che Riccardo mi accusasse di metterlo in cattiva luce.
Questa volta rimasi vicino alla porta, a una distanza da cui mi sentivo tranquilla, e non cercai di abbassare la tensione al posto suo.
La casa, per anni, era stata piena di piccoli silenzi comprati con le mie scuse.
Non volevo aggiungerne un altro proprio quando avevo finalmente trovato il coraggio di fare una domanda semplice.
Federica apparve sulla soglia.
«Riccardo, avevi detto che Gianna aveva approvato il progetto.»
La guardai.
«Quale progetto?»
Federica non rispose.
Riccardo le ordinò di uscire dalla stanza, ma questa volta lei non si mosse.
Quella sera, Alessandra mi inoltrò una comunicazione della banca.
Era ancora preliminare, ma conteneva una cifra precisa: centottantamila euro.
La richiesta riportava il mio nome accanto a quello di Riccardo.
E indicava come finalità una ristrutturazione che non avevo mai programmato.
Proprio in quel momento mi arrivò un messaggio da un numero sconosciuto.
«Sono Federica. Devo parlarti senza che Riccardo lo sappia.»
Non sapevo se fosse un tentativo di ingannarmi o la prima crepa in una menzogna molto più grande.
Per sapere che cosa Federica aveva scoperto sul prestito, leggi la Parte 4.













