Non risposi subito.
Ero in piedi accanto alla finestra, con il telefono premuto all’orecchio e la fotografia del documento ancora aperta sullo schermo.
Il traffico di Salvador continuava sotto casa mia, indifferente a quanto una semplice busta potesse cambiare una famiglia.
— Che cosa c’è dentro? — chiesi infine.
— Una lettera. E alcune istruzioni di Dalva.
— L’hai letta?
— Sì.
Quell’ammissione rese inutile qualsiasi tentativo di chiamare il suo comportamento un malinteso.
Gli dissi che avrei parlato con Teresa e che la consegna sarebbe avvenuta davanti a lei, senza altri intermediari.
Eduardo protestò.
— Non voglio che tu trasformi tutto in uno spettacolo.
— Ieri hai impedito a una donna di posare una fotografia sul tavolo davanti a venti persone. Lo spettacolo lo hai già fatto tu.
Riattaccai prima di dire qualcosa che non avrei potuto ritirare.
Mi sedetti e guardai il vecchio biglietto d’auguri che Dalva mi aveva spedito per i trent’anni.
Lo conservavo in un libro, non perché conteneva una frase memorabile, ma perché mia zia scriveva sempre il mio nome con una «M» molto grande.
Pensai a quante volte aveva dedicato a me un’attenzione che non le avevo mai restituito.
La mattina dopo andai da Teresa insieme a mia madre.
Non avevo previsto di portarla, ma fu lei a chiedermelo.
Si fermò davanti alla porta dell’appartamento di Lúcia e mi afferrò il braccio.
— Se Teresa non vuole vedermi, non insistere — disse.
Teresa aprì e la fissò per alcuni secondi.
— Buongiorno, Helena — disse.
Mia madre aveva lo sguardo lucido.
— Ti devo delle scuse.
— Me ne devi più di una, credo. Ma puoi entrare.
Ci sedemmo in soggiorno.
Lúcia lasciò tre bicchieri d’acqua sul tavolo e andò nella stanza accanto, rispettando un silenzio che le chiedemmo senza bisogno di parole.
Mia madre raccontò del Natale in cui aveva chiesto a Dalva di lasciare Teresa a casa.
Teresa la ascoltò senza interromperla.
Quando finì, sollevò gli occhi.
— Quella sera Dalva tornò da voi con una scatola vuota. Mi disse che avevate apprezzato i dolci. Poi rimase in cucina e lavò due piatti che erano già puliti.
Mia madre portò una mano alla bocca.
— Non sapevo che ci fosse rimasta così male.
— Non glielo avevi chiesto.
Non era una frase crudele.
Era soltanto esatta.
Teresa raccontò che, negli anni, lei e Dalva avevano trovato un equilibrio imperfetto.
Con alcuni amici potevano presentarsi per ciò che erano; con la famiglia si accontentavano di essere «due amiche».
A volte Dalva lo sopportava con ironia, altre tornava a casa stanca e arrabbiata.
Teresa non voleva che la sua compagna fosse ricordata soltanto per la sofferenza, perché fra quelle mura avevano riso molto più di quanto non avessero pianto.
— Voglio che qualcuno sappia questo — disse. — Avevamo una vita normale. Litigavamo per le finestre lasciate aperte, per le bollette, per chi avesse dimenticato di innaffiare le piante. Avevamo persino deciso che sarebbe toccato a me scegliere le tazze nuove, perché Dalva comprava soltanto quelle che non si potevano impilare.
Le tre donne nella stanza sorrisero per la prima volta insieme.
Poi Teresa tornò seria.
— Quando è stata ricoverata, mi hanno chiesto di attendere fuori mentre i parenti decidevano. Non ogni volta, ma abbastanza da farmi capire che potevo perdere la mia casa prima ancora di perdere lei.
Mia madre disse che avrebbe dovuto opporsi.
Teresa annuì.
Non trasformò quell’ammissione in un perdono immediato, e io la stimai anche per questo.
Le parlai della copia dell’atto, della professionista che avevo consultato e della lettera trattenuta da Eduardo.
Teresa abbassò le mani sulle ginocchia.
— Dalva gli aveva chiesto di portarmela dopo il funerale — disse. — Me lo aveva accennato prima di ammalarsi. Pensavo che se ne fosse dimenticato.
— Vuole riceverla adesso? — chiesi.
— Sì. Ma vorrei essere io ad aprirla. E non davanti a tutti.
Fissammo un incontro per il pomeriggio seguente nella casa di Dalva.
Teresa volle che venissero soltanto lei, Eduardo, mia madre e io.
Disse che non desiderava un’altra cerimonia per ottenere qualcosa che avrebbe dovuto ricevere senza supplicare.
Prima di uscire, Lúcia mi fermò in cucina.
Mi confidò che la sorella non dormiva quasi da giorni, non per paura di restare senza un tetto ma perché continuava a sognare il rumore del cancello verde.
— Non ha portato via la tazza che usava — aggiunse. — Dice che non le appartiene più niente finché qualcuno non glielo restituisce.
Tornai a casa con quelle parole in mente.
Riflettei su quanto sarebbe stato facile presentarmi con delle scuse, un mazzo di fiori e la promessa di non ripetere l’errore.
Teresa aveva bisogno di fatti, non di una scena commovente che rassicurasse noi.
Chiamai l’avvocata e fissai un appuntamento per la settimana seguente, con la presenza di Teresa e di chiunque avesse un ruolo effettivo nella gestione dei documenti.
Chiesi a Eduardo di portare la copia completa dell’atto e ogni foglio trattenuto dal raccoglitore.
Gli scrissi che non intendevo discutere con lui della vendita prima dell’incontro.
Mi rispose quasi a mezzanotte.
Non si scusò.
Disse di aver tenuto la lettera perché temeva che Teresa chiedesse di rimanere nella casa e perché aveva bisogno di convincere gli altri a venderla al più presto.
Aveva un debito personale, ammise, e aveva contato sul denaro che sperava di ricevere dopo la successione.
Non era un diritto già accertato, solo un’aspettativa sulla quale aveva fatto affidamento.
Quella confessione mi provocò rabbia, ma non sorpresa.
La fretta di Eduardo aveva finalmente un motivo, anche se non aveva una giustificazione.
Il pomeriggio seguente arrivai per prima alla casa.
Sistemai la fotografia di Dalva e Teresa sul tavolo, senza nascondere le altre immagini.
Poi controllai che le sedie fossero quattro e non tre.
Quando Eduardo entrò, teneva una busta color crema fra le dita.
La posò davanti al posto destinato a Teresa e rimase in piedi.
— Non avevo capito quanto le avrei fatto male — disse.
Lo guardai.
— Non è ancora a me che devi dirlo.
Fuori sentii tintinnare due chiavi legate da un filo di stoffa.
Teresa era arrivata, e per la prima volta da quando Dalva era morta sarebbe stata lei a decidere se attraversare quella soglia e quali parole fosse pronta a leggere.
Per seguire la scelta di Teresa davanti alla lettera di Dalva, continua con la Parte 6.













