Rimasi con la cornice in mano, aspettando che qualcuno dicesse qualcosa.
L’orologio sopra la porta segnava le quattro e venti.
Nella stanza c’erano quasi venti persone, eppure l’unico rumore proveniva da una tazza appoggiata troppo forte sul piattino.
— Teresa, venga con me in cucina — proposi.
— Non c’è motivo di appartarsi — disse Eduardo. — Abbiamo tutti perso la zia.
Teresa guardò la fotografia, poi il corridoio.
— Io non voglio dividere nessuno — sussurrò.
Quella frase mi fece più male del rimprovero di mio cugino.
Una donna che aveva appena perso la persona con cui condivideva la vita si sentiva obbligata a chiedere scusa per essere ancora lì.
— Non sta dividendo nessuno — risposi. — Sono io che voglio ascoltarla.
Passammo davanti alle foto appese nel corridoio.
Una mostrava Dalva davanti al cancello verde con un pennello in mano; un’altra la ritraeva mentre tagliava una torta.
Mi accorsi che in nessuna delle immagini esposte compariva Teresa.
Non significava che non esistessero fotografie di loro due.
Significava che qualcuno aveva scelto quali immagini dovessero essere viste.
In cucina Teresa si fermò davanti alla credenza.
Sfiorò una piccola sbeccatura nello stipite, come si sfiora il bordo di una ferita che non fa più male ma è rimasta.
— Dalva sbatteva sempre lì il vassoio — disse. — Poi dava la colpa alla porta.
Sorrise appena.
Era il primo gesto spontaneo che le vedevo fare dal mio arrivo.
— Da quanto tempo vivevate insieme? — chiesi.
— Da quando abbiamo deciso che non volevamo più tornare ognuna nella propria casa. Era il 1997. Prima ci conoscevamo già da anni.
Aprì l’armadietto delle tazze senza cercare il permesso, poi si bloccò e richiuse l’anta.
— Scusa. Le abitudini non spariscono perché una persona muore.
— Non deve scusarsi nemmeno per questo.
Teresa mi indicò due tazze, una bianca con il bordo scheggiato e una verde.
Dalva beveva il caffè sempre nella prima, diceva, perché era l’unica che riuscisse a riconoscere anche senza occhiali.
Mi ricordai che da bambina avevo visto la tazza verde sul tavolo, ma nessuno mi aveva spiegato a chi appartenesse.
— E durante la malattia? — domandai.
Teresa abbassò lo sguardo.
— Sono stata con lei ogni volta che mi è stato permesso. Gli ultimi giorni parlava poco, ma quando sentiva le mie mani cercava di stringerle.
— Perché dice «quando mi è stato permesso»?
La porta si aprì.
Mia madre entrò con un vassoio vuoto e un’espressione che non le avevo mai visto durante una festa di famiglia.
— Marina, non tormentare Teresa con le domande — disse.
— Non sono le domande a tormentarla, mamma.
Mia madre posò il vassoio sul piano.
— Tua zia era una donna riservata. Dovremmo rispettare il suo modo di vivere.
Teresa non rispose.
Il suo silenzio non sembrava un assenso.
— Il suo modo di vivere o il nostro modo di raccontarlo? — chiesi.
Mia madre inspirò lentamente.
— Non è il giorno per discutere di cose così personali.
— È il giorno in cui Eduardo ha detto a Teresa che non fa parte della famiglia. Più personale di così non saprei.
Teresa appoggiò le chiavi sul tavolo e le raccolse subito, come se temesse che anche quelle potessero essere contestate.
— Voglio soltanto andare a casa — disse.
Mi voltai verso di lei.
— Questa non è casa sua?
Per qualche istante guardò la tazza verde.
— Non so più come chiamarla.
Fu mia madre a spiegare che Teresa non dormiva lì dalla settimana precedente.
Dopo il funerale, Eduardo aveva chiesto di raccogliere gli oggetti personali e di lasciare libero l’immobile finché la famiglia non avesse deciso che farne.
Teresa aveva portato via solo una valigia ed era andata dalla sorella, dall’altra parte della città.
— Ma Eduardo non può decidere da solo — obiettai.
— Dice che bisogna sistemare tutto in fretta — rispose mia madre.
Dal salotto arrivò proprio la sua voce.
Stava parlando al telefono, troppo forte per nascondere la conversazione.
— Domani alle dieci va bene. Le mostro le stanze e il giardino. No, gli altri non hanno ancora scelto, ma vedrà che si convincono.
Uscii dalla cucina.
Eduardo riagganciò appena mi vide.
— Chi viene domani? — chiesi.
— Un agente immobiliare. Per una valutazione, non per una vendita.
— Hai già preso un appuntamento senza dirlo a Teresa?
Lui si guardò intorno, irritato per l’attenzione che stavamo attirando.
— La casa apparteneva a Dalva. Ora dobbiamo affrontare le questioni pratiche.
— Non so a chi appartenga oggi, e nemmeno tu dovresti fingere di saperlo prima di aver controllato i documenti.
— Non ho detto questo.
— Hai però chiesto a una persona che viveva qui di andarsene.
Eduardo indicò il tavolo delle fotografie.
— Questa commemorazione sta diventando una discussione su soldi e proprietà. È esattamente quello che volevo evitare.
— La discussione l’hai iniziata tu quando hai deciso chi poteva mettere una foto.
Mia madre si fermò sulla soglia.
Mi aspettavo che prendesse le parti di Eduardo.
Invece disse soltanto che Dalva teneva le carte importanti in un raccoglitore verde, in fondo al mobile del corridoio.
Non aggiunse perché se ne ricordasse proprio allora.
Eduardo scattò.
— Quello l’ho già preso io, insieme agli altri documenti. Lo porterò a chi segue la successione.
— Bene — risposi. — Allora domani non entrerà nessun agente finché non avremo parlato tutti insieme e controllato ciò che Dalva ha lasciato.
— Non sei tu a comandare, Marina.
— Non voglio comandare. Voglio che nessuno venga messo alla porta prima che sappiamo la verità.
Teresa comparve alle mie spalle.
Aveva rimesso le due chiavi nella borsa e teneva la fotografia contro il fianco.
— Non serve litigare per me — disse.
Le indicai la cornice che avevo rimesso sul tavolo.
— Non stiamo litigando per lei. Stiamo cercando di capire che cosa abbiamo fatto a Dalva, continuando a cancellare la sua vita anche dopo la sua morte.
Quando gli altri ospiti cominciarono ad andarsene, Teresa mi lasciò il numero di telefono della sorella.
Le promisi che l’avrei chiamata la mattina seguente.
Ma prima di salutarmi mi trattenne per un braccio.
— Marina, nel raccoglitore verde Dalva teneva anche una busta con il mio nome. Se Eduardo l’ha presa, forse ha già letto quello che io non ho mai avuto il coraggio di chiedergli.
Per capire perché quella busta fosse diventata così importante, continua con la Parte 3.













