Chiesi a Laura di mandarmi il documento.
Lo lessi tre volte seduta al tavolo di Irene, dove la sera prima avevo appoggiato la lettera di Vittorio.
Era una dichiarazione sottoscritta da Riccardo e consegnata al legale di Claudia.
Riferiva episodi in cui suo padre, durante l’ultima malattia, si era mostrato disorientato e aveva confuso nomi e date.
In fondo c’era una frase che mi colpì più delle altre: «Ritengo quindi necessario verificare se fosse in grado di prendere decisioni patrimoniali consapevoli».
Non era una prova di invalidità del testamento.
Laura fu molto chiara su questo.
Ma era il primo passo di una contestazione costruita anche sulla parola di mio marito.
E quella parola era stata messa per iscritto tre giorni prima che io venissi cacciata.
Lo chiamai.
«Hai firmato una dichiarazione sulle condizioni di tuo padre?»
Dall’altra parte ci fu un breve silenzio.
«Sì.»
«Perché non me l’hai detto?»
«Mamma aveva paura che il testamento fosse stato modificato quando papà non stava bene. Mi ha chiesto di mettere per iscritto quello che ricordavo.»
«Tu sapevi che esisteva un testamento a mio favore?»
«No. Non sapevo che riguardasse te. Lei mi aveva detto che c’era qualcosa da chiarire sulla villa.»
Mi appoggiai allo schienale.
La distinzione contava, ma non bastava.
«Hai ricordato davvero quegli episodi?»
«Sì. Nell’ultimo ricovero papà a volte non capiva che giorno fosse. È successo.»
«Il testamento è di nove mesi prima della sua morte. Lo sai adesso, vero?»
«Lo so.»
Lasciai passare qualche secondo.
«Allora devi decidere se permetterai che la tua dichiarazione venga usata per suggerire qualcosa che non hai mai visto.»
Non gli chiesi una promessa.
Avevo ricevuto troppe promesse che non sopravvivevano alla presenza di Claudia.
Gli dissi che, se voleva vedermi, poteva venire nello studio di Laura il giorno dopo.
Arrivò puntuale.
Non portò fiori né cercò di abbracciarmi.
Indossava la stessa giacca della sera della cena, e per un attimo quell’immagine mi fece tornare davanti alla soglia con le mani fredde sulla valigia.
Laura gli spiegò il punto giuridico con parole comprensibili.
Una persona può attraversare periodi di confusione senza che ogni sua decisione precedente risulti per questo invalida.
Il momento in cui l’atto è stato redatto è essenziale.
La dichiarazione di Riccardo descriveva episodi reali di un ricovero successivo; non autorizzava nessuno a presentarlo come testimone di un’incapacità che lui non aveva osservato durante la firma del testamento.
«Non voglio negare ciò che è successo», disse Riccardo.
«E nessuno te lo chiede», rispose Laura.
«Ti si chiede di essere preciso.»
Riccardo aggiunse che, quando sua madre gli aveva portato il documento, lui aveva letto soltanto le frasi sugli ultimi giorni in ospedale.
Non si era fermato a domandare come quel ricordo sarebbe stato usato.
Gli feci notare che era esattamente il suo modo di stare nelle discussioni di famiglia: firmare in fretta, annuire, cambiare stanza e sperare che gli altri trovassero una soluzione.
«Perché sei venuto a dirmelo soltanto quando Laura ha avuto il documento?»
«Perché avevo paura che non mi avresti più guardato nello stesso modo.»
«E non hai pensato che avessi il diritto di sapere?»
Non rispose.
Mi ricordai di una Pasqua in cui Claudia aveva deciso di non invitare Irene, sostenendo che la tavola fosse già piena.
Riccardo mi aveva pregato di non insistere, promettendo che avremmo recuperato un altro giorno.
Non c’erano state urla, allora.
Soltanto una sedia rimasta vuota e una serie di scuse che avevo ripetuto a mia sorella.
Capivo adesso che il nostro matrimonio non si era incrinato in una sola sera.
Uscimmo dallo studio e camminammo fino a una piccola piazza.
Ci sedemmo lontani l’uno dall’altra su una panchina.
«Avevo paura che mia madre si sentisse abbandonata», disse.
«Dopo la morte di papà ha cominciato a chiamarmi per qualsiasi cosa. Mi sembrava crudele contraddirla.»
«E allora hai lasciato che fosse crudele con me.»
Riccardo annuì.
Non provò a trasformare quella frase in una discussione sulle intenzioni.
«Non so se potrò rimediare», ammise.
«Nemmeno io.»
Gli spiegai che non sarei tornata nell’appartamento coniugale soltanto perché aveva trovato il coraggio di rispondere a sua madre nello studio.
Volevo tempo.
Volevo anche che smettesse di chiedermi quale parola potesse cancellare il danno e cominciasse a comportarsi diversamente senza avere la certezza di essere perdonato.
«Non ti sto chiedendo di scegliere tra me e Claudia», aggiunsi.
«Ti sto chiedendo di non usare più me per evitare un conflitto con lei.»
La sera stessa incontrai Laura per discutere della villa.
Scoprii un dettaglio che nessuno aveva voluto usare come arma, e ne fui sollevata.
Poiché l’immobile era stato la casa coniugale di Vittorio e Claudia, bisognava tenere conto anche dei diritti di abitazione spettanti al coniuge superstite, oltre che delle questioni successorie ancora da sistemare.
Essere destinataria della proprietà non significava poter trascinare le valigie di Claudia fuori dal cancello dall’oggi al domani.
«Non voglio farlo», dissi.
«È bene che sia una scelta sua», rispose Laura.
«Ma i diritti vanno rispettati indipendentemente dalla scelta.»
Per la prima volta dopo la cena sentii una specie di calma.
La legge non avrebbe reso Sofia una Claudia con più potere.
Avrebbe posto regole là dove per anni c’erano stati soltanto ordini, paure e favori concessi a discrezione.
Chiesi che Claudia fosse informata per iscritto: non avrei chiesto un suo allontanamento immediato, non avrei accettato pressioni per rinunciare al legato e sarei stata disponibile a discutere una soluzione abitativa concordata, senza mettere in discussione le tutele che le spettavano.
La risposta arrivò due giorni dopo.
Claudia definiva l’offerta un’umiliazione e annunciava di voler impugnare la disposizione di Vittorio.
Aveva incaricato il suo avvocato di raccogliere dichiarazioni sulla salute del marito.
Nello stesso pomeriggio Riccardo mi telefonò.
«Ho preparato una precisazione scritta», disse.
«Specifica che gli episodi che ricordo sono successivi alla data del testamento e che non ero presente quando papà lo firmò.»
«L’hai inviata?»
«Non ancora. Voglio leggerla con il mio legale, per essere sicuro che dica esattamente quello che so.»
Apprezzai che non fingesse di aver compiuto un gesto soltanto per tranquillizzarmi.
Poi sentii una voce femminile alle sue spalle.
«Se mandi quella lettera contro di me», disse Claudia, abbastanza forte perché la sentissi, «non venire più a cercarmi.»
Riccardo non rispose subito.
Mi tornò in mente il modo in cui aveva abbassato gli occhi davanti alla porta.
La sua firma aveva già provocato conseguenze; ora doveva assumersi la responsabilità di ciò che avrebbe scritto dopo.
Questa volta avrebbe parlato anche sapendo di poter deludere sua madre?
Segui la sua scelta nella Parte 6.













