Irene aprì la porta prima che suonassi il campanello una seconda volta.
Non fece domande quando vide la valigia.
Mi tolse il cappotto dalle mani, lo appese accanto al suo e mise l’acqua sul fuoco.
«Vuoi raccontarmi tutto o vuoi prima sederti?»
«Prima sedermi.»
Restammo in cucina mentre fuori cominciava a piovere.
Le raccontai della cena, del cancello, di Riccardo che aveva fissato il pavimento e di Marco che aveva pronunciato il mio nome davanti a una copia del testamento.
Irene non disse che avevo avuto fortuna.
Non disse neppure che adesso potevo vendicarmi.
«Come stai?» chiese quando ebbi finito.
La domanda mi sorprese più di tutte quelle che avrei potuto farle io.
«Non lo so. Mi sento in colpa per qualcosa che non ho chiesto.»
Tirai fuori la busta di Vittorio.
La colla sul bordo aveva ceduto leggermente con il tempo.
Dentro c’erano due pagine scritte a mano, datate quasi un anno prima, e una fotografia scattata in giardino.
Nella foto tenevo in mano un vassoio con due tazze, mentre Vittorio rideva seduto su una panchina.
Avevo dimenticato quel momento.
La lettera cominciava chiamandomi cara Sofia.
Vittorio raccontava di quando, dopo l’operazione all’anca, aveva imparato a fare di nuovo pochi passi senza appoggiarsi al muro.
Ricordava che ero stata l’unica a non contare i minuti delle visite, ma anche l’unica a contraddirlo quando voleva rinunciare agli esercizi.
Poi arrivava una frase che lessi due volte.
«Non confondere il mio gesto con un pagamento. Non si può mettere un prezzo alla dignità con cui qualcuno ti tratta.»
Più sotto spiegava che la villa gli ricordava anni felici e anni difficili.
Aveva visto Claudia definirla un simbolo del nome Conti e Riccardo crescere convinto che sarebbe diventata sua per il solo fatto di essere figlio.
Vittorio non voleva punirli, scriveva, ma impedire che quella convinzione diventasse il diritto di decidere chi appartenesse alla famiglia e chi no.
«Quando ti ho sentita chiedere scusa per aver occupato una sedia a questa tavola, ho capito quanto poco spazio ti era stato concesso. Io non voglio lasciarti soltanto una casa. Voglio lasciarti la possibilità di non dover chiedere permesso.»
Posai la lettera.
Mi venne in mente un pranzo di molti mesi prima.
Avevo spostato il mio posto per far sedere un conoscente di Claudia, benché in salone ci fossero altre sedie libere.
Vittorio aveva notato il gesto.
Io l’avevo considerato troppo piccolo per ricordarlo.
Lui no.
«Questo spiega perché», disse Irene.
«Non ti dice cosa devi farne.»
Annuii.
La gratitudine e il bisogno di decidere da sola mi sembravano due sentimenti incompatibili.
Irene mi ricordò che potevano esistere entrambi.
La mattina seguente accompagnai Marco nello studio del notaio a Milano.
Non volli che Riccardo venisse con me.
Avevo bisogno di ascoltare ciò che riguardava Vittorio senza una voce di famiglia pronta a interpretarlo.
Il notaio ci mostrò gli estremi dell’atto pubblico, la data e le disposizioni riguardanti gli altri beni.
Claudia conservava una tutela patrimoniale prevista dalla legge e riceveva anche un appartamento che Vittorio possedeva in città.
Riccardo era destinatario di altri beni e diritti che sarebbero stati valutati nell’insieme della successione.
La villa, però, era indicata specificamente a mio favore.
«Questo non significa che non vi saranno contestazioni», disse il notaio.
«Significa che abbiamo documenti autentici da cui partire. Se qualcuno intende impugnare l’atto, dovrà farlo nelle sedi appropriate.»
Chiesi se Vittorio fosse stato in grado di capire ciò che firmava.
Il notaio rispose che, al momento dell’atto, non aveva riscontrato dubbi sulla sua volontà e che aveva conservato gli atti relativi all’incontro.
Non mi promise che una causa sarebbe stata impossibile.
Apprezzai la precisione più di una rassicurazione assoluta.
Prima di lasciare lo studio chiesi anche che cosa sarebbe successo se avessi deciso di non volere quella proprietà.
Il notaio non si meravigliò.
Mi parlò della necessità di distinguere tra desideri personali, effetti dell’attribuzione testamentaria e atti formali, da valutare con una consulenza indipendente.
Non avevo alcun obbligo di prendere una decisione quel mattino.
Scesi le scale invece di prendere l’ascensore.
Mi accorsi che stavo cercando di risolvere tutta la mia vita in poche ore: il matrimonio, il rapporto con Claudia, l’ultima volontà di Vittorio e persino il modo in cui gli altri mi avrebbero giudicata.
Mi fermai sul pianerottolo e appoggiai una mano al corrimano.
Una casa poteva aspettare che capissi cosa desideravo farne.
La ferita lasciata da Riccardo, invece, non poteva essere venduta né consegnata a un notaio.
Quando uscii, Claudia mi aspettava sul marciapiede.
Portava il cappotto beige con cui si presentava a ogni occasione importante.
Sembrava uscita per un appuntamento, non per parlare con la donna che aveva buttato fuori di casa.
«Dobbiamo trovare una soluzione ragionevole», disse.
«Possiamo parlarne tramite gli avvocati.»
«Non rendere tutto così formale. Siamo una famiglia.»
Sentii una stanchezza improvvisa.
«Ieri sera mi hai chiamata estranea davanti al cancello.»
Per la prima volta Claudia non trovò subito una risposta.
Poi aprì la borsa e mi mostrò un foglio con una cifra scritta a penna.
Era un’offerta di denaro in cambio della mia disponibilità a rinunciare alla villa, da formalizzare con i professionisti se avessi accettato.
«Con questa somma potresti ricominciare», disse.
«E Riccardo avrebbe finalmente ciò che gli spetta.»
Non presi il foglio.
«Non ho deciso cosa fare della casa. Ma non deciderò sotto una minaccia.»
Claudia si avvicinò.
«Stai mettendo mio figlio nella posizione di scegliere.»
«No. È stato lui a scegliere di tacere. Io sto soltanto cercando di capire come vivere dopo.»
Tornai da Irene senza aspettare un’altra parola.
Sul telefono trovai cinque chiamate di Riccardo.
Alla sesta risposi.
«Mi dispiace», disse subito.
«Ho lasciato che mia madre oltrepassasse ogni limite.»
«Perché?»
Passò qualche secondo.
«Avevo paura di perderla. Ero abituato a fare qualunque cosa pur di non farla arrabbiare.»
«E hai pensato che perdere me sarebbe stato meno grave?»
Non seppe rispondere.
Quella volta non riempii io il silenzio.
Poco dopo mi chiamò Gianna, la donna che da tanti anni si occupava della casa e aveva aiutato Vittorio durante la convalescenza.
Mi disse che il giorno prima dell’ultima visita in ospedale, lui aveva preparato due buste diverse.
Una portava il mio nome.
L’altra, quello di Riccardo.
«La sua l’avvocato l’ha consegnata», sussurrò.
«Ma l’altra era nel cassetto della scrivania, e adesso non c’è più.»
Non sapevo cosa contenesse quella seconda lettera.
Sapevo soltanto che qualcuno l’aveva tolta dal suo posto prima che il destinatario potesse leggerla.
Chi aveva preso la busta indirizzata a Riccardo, e perché?
Per seguire la traccia della busta, passa alla Parte 4.













