Non andai subito alla villa.
Per due giorni mi limitai a pensare alla busta di Riccardo, chiedendomi perché mi agitasse tanto un foglio che non era destinato a me.
Poi capii che non cercavo un’altra prova contro Claudia.
Cercavo di sapere se Vittorio avesse provato, prima di morire, a dire a suo figlio qualcosa che io non ero riuscita a fargli ascoltare.
Chiamai Marco.
Gli chiesi di organizzare un incontro per recuperare gli oggetti personali che avevo lasciato nella stanza degli ospiti e per verificare, con il consenso di chi viveva ancora lì, se la busta fosse rimasta nello studio.
Non volevo entrare di nascosto e non volevo iniziare la mia relazione con quella proprietà imitando un’invasione.
Marco disse che avrebbe parlato con il legale incaricato da Claudia.
La notizia mi sorprese solo per un istante.
Suo marito era morto da poche settimane, suo figlio sembrava sul punto di perdere il matrimonio, e Claudia aveva già trovato il tempo di cercare qualcuno che difendesse la sua versione dei fatti.
«Ne ha il diritto», osservò Marco.
«E lei ha il diritto di farsi assistere da una persona che rappresenti soltanto i suoi interessi. Io ho lavorato per la famiglia Conti per anni. Su questa questione è opportuno evitare equivoci.»
Seguii il consiglio e affidai la mia posizione a un’avvocata indipendente, Laura Ferretti.
Fu lei a ricordarmi che un testamento non era un lasciapassare per umiliare gli altri e che nessuna trattativa doveva essere condotta sul pianerottolo, con qualcuno che gridava più forte.
Entrammo nella villa il venerdì mattina.
Ero accompagnata da Laura.
Gianna ci attendeva vicino alla porta dello studio.
Claudia aveva accettato l’incontro, ma si era ritirata nella sua camera dicendo che non intendeva assistere a uno spettacolo indegno.
Lo studio di Vittorio odorava ancora di carta e del sapone con cui Gianna puliva i mobili.
Sul tavolo c’era una fotografia di Riccardo bambino, con un pallone sotto il braccio.
Non ricordavo di averla mai vista altrove.
«La busta era qui», disse Gianna, indicando il primo cassetto.
«Il signor Vittorio mi aveva chiesto di lasciarla chiusa. Poi è stato portato in ospedale. Quando sono tornata, non l’ho trovata.»
La scrivania era quasi vuota.
Non cercammo nei cassetti privati senza un accordo preciso.
Gianna ci mostrò soltanto l’inventario che aveva compilato mentre riordinava le carte per Marco.
Accanto alla voce «lettera per Riccardo» compariva la data dell’ultima volta in cui l’aveva vista.
Non era una prova di furto; era la memoria ordinata di una donna attenta.
Gianna mi confidò che negli ultimi tempi Vittorio aveva chiesto spesso di lasciare sul tavolo una seconda tazza, anche quando sapeva che nessuno sarebbe venuto.
Aveva paura che, dopo la sua morte, si parlasse di lui soltanto attraverso i conti e i beni da dividere.
Io lo ricordavo per un’altra cosa: quando gli portavo la spesa, controllava sempre che avessi preso qualcosa anche per me.
Quel ricordo rendeva tutto più difficile.
Non volevo che la sua volontà diventasse il pretesto per una nuova guerra di famiglia, ma neppure potevo cancellarla per fare contenta Claudia.
Cercavo una strada in cui rispettare lui senza perdere me stessa.
Un rumore nel corridoio ci fece voltare.
Riccardo era arrivato con il suo cappotto scuro ancora addosso.
«Gianna non deve cercare», disse, guardandomi.
«So dov’è la lettera.»
Laura rimase vicino alla porta.
Riccardo si sedette sulla poltrona di suo padre, poi si rialzò subito, come se gli sembrasse un posto che non meritava.
«L’ho presa io», ammise.
«Quando sono tornato dall’ospedale dopo avergli portato dei vestiti, l’ho trovata sul tavolo. C’era il mio nome. L’ho messa nella borsa e me ne sono dimenticato.»
«Te ne sei dimenticato?»
«All’inizio sì. Poi l’ho vista di nuovo. Non l’ho aperta.»
Mi disse che, ogni volta che Vittorio cercava di parlare del mio rapporto con Claudia, lui cambiava argomento.
Non voleva sentirsi accusato di essere un cattivo marito e un figlio ingrato allo stesso tempo.
La busta gli sembrava l’ultima conversazione scomoda con suo padre.
Aveva preferito rimandarla anche dopo il funerale.
«Non è sparita per colpa di tua madre, allora», osservai.
«No. Su questo la responsabilità è mia.»
Mi colpì sentirglielo dire senza cercare scuse.
Non cancellava niente, ma almeno non attribuiva a Claudia anche una scelta che aveva fatto personalmente.
Riccardo tirò fuori la busta dalla tasca interna del cappotto.
La carta era sgualcita agli angoli.
Mi chiese se volessi restare mentre la leggeva.
«È indirizzata a te», risposi.
«Devi essere tu a decidere.»
La aprì lentamente.
Non lesse ogni riga ad alta voce.
A un certo punto posò il foglio sulle ginocchia e fissò la fotografia sulla scrivania.
«Dice che ha passato molti anni a credere che la pace consistesse nel non contraddire mia madre», mormorò.
«E che ha confuso la pazienza con il lasciare gli altri soli.»
Deglutì.
«Mi scrive di non fare lo stesso errore con te.»
Non provai soddisfazione.
Vittorio aveva speso le sue ultime energie a raccomandare a Riccardo una cosa elementare.
Non era riuscito a ottenerla da vivo, e io non potevo farla accadere per mezzo di una lettera.
«Ti ha scritto anche della villa?» chiesi.
Riccardo scosse la testa.
«No. Mi dice soltanto che dovrò rispettare le sue decisioni anche quando non mi piaceranno.»
Restammo in silenzio.
Gianna prese la fotografia del bambino e la rimise diritta sul tavolo.
Era un gesto piccolo, ma mi sembrò il modo più delicato possibile di ricordarci chi non poteva più intervenire.
Claudia apparve sulla soglia.
«Quindi siete venuti a mettermi sotto processo nello studio di mio marito?»
Riccardo si voltò.
«Mamma, nessuno ti sta mettendo sotto processo.»
«Tua moglie ti ha trascinato qui per farmi vedere quanto conta adesso.»
Lui respirò a fondo.
«Non parlerai più di Sofia come se non fosse presente.»
Claudia lo fissò, ferita e furiosa.
Poi se ne andò senza salutare.
Per la prima volta Riccardo le aveva risposto.
Ma dentro di me non si aprì nessuna porta: un gesto giusto non bastava ancora a ricostruire la fiducia.
Nel pomeriggio Laura mi chiamò.
Il legale di Claudia aveva anticipato la volontà di contestare il testamento sostenendo che Vittorio, negli ultimi mesi, non fosse pienamente lucido.
Laura mi ricordò che un’affermazione del genere richiedeva riscontri seri e che avremmo potuto esaminare gli atti senza correre a conclusioni.
Poi aggiunse una frase che mi fermò.
«Sofia, c’è un documento firmato da Riccardo prima della cena. Devo sapere se suo marito gliene ha parlato.»
La lettera di Vittorio sembrava averlo spinto finalmente a difendermi.
Ma che cosa aveva firmato Riccardo quando ancora taceva?
Per capire quale peso avesse quella firma, leggi la Parte 5.













