Marco chiuse la porta per impedire che il vento disperdesse i fogli, ma lasciò la mia valigia sul vialetto.
Non sembrava una dimenticanza: nessuno aveva ancora il diritto di decidere al posto mio se sarei rientrata.
«La villa apparteneva a Vittorio Conti», disse, rivolgendosi a tutti e tre.
«Dopo la sua morte, la situazione è cambiata in base alle disposizioni testamentarie.»
Vittorio era il padre di Riccardo.
Era morto sei settimane prima, dopo un periodo di salute fragile che aveva trasformato gli ultimi mesi della sua vita in una successione di visite mediche e giornate molto tranquille.
Ricordavo soprattutto il modo in cui mi salutava: mi stringeva la mano con entrambe le sue, anche quando non aveva abbastanza forza per alzarsi.
«Non abbiamo ancora concluso tutte le pratiche», intervenne Claudia.
«Nessuno può venire qui a inventarsi nuovi proprietari.»
«Non sto inventando nulla», rispose Marco.
«Questa mattina il notaio ha reso disponibili gli atti necessari. Il testamento pubblico di Vittorio contiene un legato preciso relativo alla villa.»
Riccardo fece un passo avanti.
«A favore di chi?»
Marco mi guardò.
«A favore di Sofia.»
Sentii il mio nome come se qualcuno lo avesse pronunciato dall’altra parte di una parete.
Per qualche secondo non pensai alla casa, ai mobili o al giardino.
Pensai a Vittorio, alle sue mani tremanti attorno alla tazza di tè, e al fatto che non mi avrebbe mai potuto spiegare quella scelta.
«Ci dev’essere un errore», dissi.
Marco estrasse una copia del documento.
Indicò la data, il nome del notaio e la descrizione catastale dell’immobile.
Mi spiegò che non si trattava di una promessa fatta a voce né di una lettera senza valore.
Era una disposizione specifica, da verificare e gestire con tutte le formalità del caso.
«Claudia e Riccardo sono comunque eredi», precisò.
«Il resto del patrimonio e le quote riservate per legge vanno esaminati con attenzione. Se qualcuno ritiene lesi i propri diritti, potrà rivolgersi a un legale. Ma dire che questa villa sia già di Riccardo non corrisponde agli atti che abbiamo.»
Claudia gli tolse quasi il foglio dalle mani.
Non lo strappò.
Lo lesse una prima volta, poi una seconda, stringendo tanto il bordo da piegarlo.
«Ha firmato quando non capiva più niente», disse.
«Nove mesi prima della morte», ribatté Marco.
«E le circostanze dell’atto sono documentate. Non discuteremo della sua capacità davanti alla porta di casa.»
Guardai Riccardo.
Aveva le labbra socchiuse, ma non guardava più sua madre.
Per la prima volta quella sera sembrava cercare me.
«Sofia, io non lo sapevo.»
Quelle parole arrivarono troppo tardi per consolarmi.
«Non sapevi del testamento», risposi.
«Ma sapevi che tua madre stava portando fuori la mia valigia. È successo davanti ai tuoi occhi.»
Lui abbassò di nuovo la testa.
La somiglianza con il gesto di pochi minuti prima mi fece quasi male fisicamente.
Mi venne in mente una sera dell’inverno precedente, quando Vittorio aveva insistito per accompagnarmi fino all’uscita nonostante il bastone.
Claudia gli aveva ordinato di sedersi, sostenendo che fosse inutile fare complimenti a chi in quella casa avrebbe dovuto conoscere già il proprio posto.
Vittorio non le aveva risposto.
Mi aveva invece chiesto se il giorno seguente avessi tempo per sistemare con lui alcune fotografie della famiglia.
Non avevamo parlato di eredità.
Avevamo trascorso un pomeriggio a dare nomi a volti ormai sbiaditi, ascoltando racconti che Riccardo conosceva a malapena.
Mi chiesi se quella tenerezza avesse avuto un significato che io, abituata a difendermi da Claudia, non ero riuscita a riconoscere.
La risposta non mi faceva sentire più ricca.
Mi lasciava addosso il rimpianto di non avergli chiesto, quando era ancora vivo, come stesse davvero nel posto che chiamava casa.
Claudia cercò di riprendersi la conversazione.
«Questa donna ha passato mesi vicino a Vittorio. Adesso capisco perché.»
Marco intervenne prima che potessi rispondere.
«Non faccia accuse senza elementi. Suo marito ha espresso la propria volontà in un atto notarile.»
Avrei potuto prendere quel foglio, sventolarlo davanti a Claudia e ordinare a lei di uscire.
Non lo feci.
Avrei pronunciato le sue stesse parole con una voce diversa, e l’idea mi provocò soltanto stanchezza.
«Non resterò qui stanotte», dissi.
Riccardo mi raggiunse sul primo gradino.
«Possiamo tornare nel nostro appartamento. Ti prego, parliamone.»
L’appartamento in cui vivevamo era a venti minuti da lì, ed era intestato a entrambi in affitto.
Fino a un’ora prima lo avrei chiamato casa nostra senza pensarci.
Adesso avevo bisogno di un luogo in cui nessuno potesse convincermi che il silenzio equivalesse a una scelta innocente.
«Andrò da Irene», risposi.
Irene era mia sorella maggiore.
Abitava poco distante e aveva un divano scomodo, una cucina piccola e la capacità di ascoltare senza anticipare le mie frasi.
Era esattamente ciò che cercavo.
Marco mi consegnò una busta chiusa.
«Questa non fa parte del testamento», spiegò.
«È una lettera personale. Vittorio mi aveva chiesto di affidargliela quando le avessi comunicato il contenuto dell’atto.»
Sopra c’era scritto soltanto il mio nome, con quella grafia inclinata che riconoscevo dai biglietti di auguri.
Non riuscii ad aprirla davanti a Claudia.
La infilai nella tasca interna della giacca, vicino al cuore, come si mette al sicuro qualcosa che non si è ancora pronti a conoscere.
Mentre richiudevo la giacca, Riccardo tese la mano verso la mia valigia.
Mi ritrassi prima che potesse afferrarla.
Non perché temessi che me la portasse via, ma perché avevo appena visto quanto facilmente un gesto apparentemente pratico potesse diventare un ordine.
«La porto io fino al cancello», disse.
«Grazie, ma posso farcela.»
Per anni avevo trovato mille modi per rendere più semplice la vita agli altri.
Avevo rimandato le telefonate a mia sorella perché Claudia trovava maleducato stare al telefono dopo cena, evitato certi abiti perché li giudicava troppo vistosi, e imparato a chiedere a Riccardo se un invito fosse opportuno prima di rispondere.
Nessuna di quelle rinunce sembrava importante presa da sola.
Eppure, con la valigia davanti a me, compresi quanto spazio occupassero tutte insieme.
Prima di andarmene chiesi a Marco perché fosse arrivato proprio quella sera.
Mi raccontò di aver telefonato nel pomeriggio per concordare un incontro con gli interessati, senza anticipare dettagli riservati.
Claudia aveva insistito perché passasse dalla villa subito dopo cena.
«Voleva parlare di un eventuale accordo», disse.
«Quale accordo?»
Marco esitò.
«Su un punto preferisco essere esatto. Ieri Claudia aveva già saputo, tramite una comunicazione del notaio, che la disposizione riguardava Sofia. E mi aveva chiesto se si potesse ottenere una sua rinuncia prima ancora che lei ne fosse informata.»
Guardai la valigia oltre la soglia.
Claudia non l’aveva trascinata fuori in uno scatto d’ira del tutto improvviso.
Aveva saputo del testamento, aveva visto arrivare il momento delle spiegazioni e aveva deciso di farmi sentire indesiderata proprio prima che conoscessi la verità.
Ero venuta per una cena di famiglia.
Me ne stavo andando con una lettera che non avevo letto e con il sospetto che quella cena non fosse affatto casuale.
Che cosa aveva scritto Vittorio, e quanto sapeva già Claudia?
Per scoprire che cosa nascondeva quella lettera, continua con la Parte 3.













