Delta Archivi non consegnò a Riccardo alcun dato riservato.
La società confermò soltanto, attraverso una risposta formale allo studio di Giulia, di aver gestito in passato un servizio di conservazione per EmiliaMed.
Non sapeva ancora se tutti gli archivi fossero recuperabili.
Era una risposta frustrante, ma almeno il nome di quel servizio non apparteneva soltanto alla memoria di Sara.
Giulia presentò alla procura gli elementi raccolti, distinguendo con cura le fotografie in mio possesso, gli appunti di Elena e le risultanze consultabili da chiunque.
Nessuno di noi poteva ordinare a un’azienda di aprire un archivio privato.
Per settimane non accadde nulla di visibile.
Continuai a lavorare da Olga, a cucinare il suo risotto troppo morbido e a sistemare le ricevute.
Alcune sere tornavo a pensare che avremmo fallito.
Poi fui convocata per rendere dichiarazioni in merito a una nuova indagine.
Giulia mi accompagnò.
Non mi dissero tutto ciò che era stato acquisito, e imparai a non confondere quel silenzio con l’indifferenza.
Mi chiesero soprattutto quando avevo lasciato l’ufficio per assistere mia suocera, chi usava i computer amministrativi e quali procedure seguivo per autorizzare i pagamenti.
Risposi ciò che ricordavo, anche quando ammettere un’abitudine imprudente mi faceva male.
«Avevo comunicato a Tommaso la mia password», dissi.
«Non avrei dovuto farlo.»
Quella frase, per la prima volta, non fu interpretata come una confessione di frode.
Era semplicemente un fatto.
E i fatti non diventavano meno veri soltanto perché mi esponevano a una critica.
Un mese più tardi Giulia poté esaminare, nell’ambito degli atti messi a disposizione della difesa, alcuni risultati dell’acquisizione tecnica.
Delta Archivi aveva conservato una vecchia copia di sicurezza, incompleta ma leggibile.
I log non indicavano soltanto l’utenza utilizzata: riportavano informazioni sulla sessione, sulla postazione di origine e sulle modifiche compiute poco prima dei bonifici.
Il pagamento delle due e tredici risultava preparato da un computer amministrativo, non dal portatile che usavo io.
La conferma finale era avvenuta con le mie credenziali, ma da una sessione aperta dopo una modifica dei permessi eseguita con il profilo di Monica.
Non era ancora la prova di chi avesse materialmente toccato la tastiera.
Era però una sequenza che il processo originario non aveva mai esaminato.
Riccardo mi mostrò la linea del tempo su un foglio grande.
Una colonna conteneva i documenti prodotti al processo.
L’altra mostrava ciò che i registri tecnici rendevano ora verificabile.
Per anni avevo combattuto contro un racconto compatto, in cui ogni firma sembrava confermare la precedente.
Adesso vedevo gli intervalli, le correzioni, i passaggi nascosti.
«Non abbiamo bisogno di inventare un’altra storia», disse.
«Dobbiamo capire perché questa non torna.»
Ma la parte peggiore arrivò da un fascicolo separato sulle forniture sanitarie.
I controlli avviati dopo l’esposto avevano individuato alcuni apparecchi consegnati come nuovi che presentavano numeri di serie non coerenti con i certificati allegati.
Altri risultavano provenire da un circuito di ricondizionamento, senza che i documenti commerciali lo dichiarassero.
Un dispositivo usato non è necessariamente pericoloso, spiegò Giulia.
Il problema era che provenienza, verifiche e condizioni d’uso non corrispondevano a ciò che era stato promesso alle strutture.
Elena aveva avuto ragione a chiedere spiegazioni.
Il suo quaderno era diventato importante perché le cifre annotate anni prima potevano essere confrontate con etichette e documenti ancora presenti.
Non dimostrava tutto, ma mostrava che l’anomalia era stata segnalata quando le consegne erano recenti.
Lessi di una segnalazione relativa a un anziano ospite che aveva avuto difficoltà respiratorie durante l’utilizzo di una delle apparecchiature.
L’origine dell’episodio era ancora da accertare.
Nessuno poteva attribuirlo automaticamente a quel prodotto.
Tuttavia capii che i documenti falsi potevano aver nascosto un rischio reale, non soltanto un guadagno illecito.
Mi alzai dal tavolo prima che Riccardo finisse di parlare.
«Quelle cose portavano il nome della mia azienda», dissi.
«E proprio per questo è importante ricostruire chi le ha scelte, controllate e consegnate», rispose.
Pensai alle famiglie che affidavano un genitore a una struttura assistenziale.
Conoscevo quel sentimento: avevo passato settimane in ospedale con la madre di Tommaso, contando su persone e strumenti che non ero in grado di verificare personalmente.
L’idea che qualcuno avesse guadagnato approfittando di quella fiducia mi provocò una rabbia diversa da quella che provavo per i soldi sottratti.
Rimasi per due giorni quasi muta.
Olga continuò a lasciarmi una tazza di tè vicino al quaderno, senza chiedere spiegazioni.
La seconda sera mi trovò seduta sul pavimento della camera, circondata dai fogli.
«Non posso riparare quello che è successo a quelle persone», le dissi.
«Non sai ancora che cosa sia successo a ciascuna di loro.»
«E se la mia azienda ha contribuito?»
«Allora sarà importante che tu dica tutto ciò che sai. Ma non permettere a chi ha mentito di farti portare anche la sua responsabilità.»
Il giorno dopo telefonai a Giulia e le chiesi che le segnalazioni sanitarie non fossero trattate come una semplice appendice del mio caso.
Lei mi assicurò che avevano un percorso investigativo proprio.
Non mi promise condanne, né mi disse che la mia innocenza avrebbe cancellato le conseguenze per gli altri.
Apprezzai quella precisione.
Intanto l’avvocata ricevette aggiornamenti sulla documentazione immobiliare.
Nella pratica della procura figurava una copia del mio documento di identità risalente a diversi anni prima, periodo in cui Monica aveva conservato le nostre carte durante un trasloco di famiglia.
Da sola, quella circostanza non provava un furto di identità.
Una verifica sulle sottoscrizioni e sui presenti all’atto era però stata richiesta.
La sera in cui cominciavo a ritrovare un po’ di coraggio, arrivò una lettera al recapito di Olga.
Era indirizzata a me, senza mittente.
Dentro c’era soltanto la fotocopia di una vecchia pagina del registro delle consegne, con una riga evidenziata.
La data coincideva con il giorno di un bonifico attribuito a me.
Nella casella «ordine approvato» c’era la mia sigla.
In quella «consegna confermata» compariva il nome completo di Monica.
Avrei potuto pensare che qualcuno cercasse di aiutarmi.
Avrei potuto anche pensare a un tentativo di confondermi, perché quella fotocopia non aveva provenienza verificata.
Giulia mi ordinò di conservarne busta e contenuto senza aggiungere segni.
Pochi giorni dopo seppi che Monica aveva chiesto di parlare con il proprio avvocato riguardo all’indagine.
Non sapevo se fosse stata lei a mandare il foglio.
Sapevo però che, dopo anni di silenzio, mia sorella era diventata una persona da cui gli investigatori volevano sentire una spiegazione.
Per scoprire che cosa Monica avrebbe scelto di ammettere, continua con la Parte 6.













