Diciannove giorni dopo essere uscita di prigione, mia sorella mi gettò una busta di denaro ai piedi, davanti al cancello di casa sua.
«Se pronunci ancora il mio nome, Rebecca, ti faccio tornare dentro», sibilò Monica.
Guardai le banconote sparse sul marciapiede.
Non mi chinai a raccoglierle.
Per quasi quattro anni avevo immaginato il momento in cui avrei potuto chiederle perché mi avesse tradita.
Quando finalmente l’ebbi davanti, capii che non aveva paura del mio dolore.
Aveva paura delle mie domande.
Mi chiamo Rebecca Bianchi, ho trentasei anni e ho trascorso quasi quattro anni in un istituto penitenziario femminile per una frode che non avevo commesso.
Prima dell’arresto possedevo EmiliaMed Forniture, una piccola azienda di dispositivi medici alle porte di Bologna.
Avevo una casa a San Lazzaro, clienti affezionati e un marito, Tommaso Rinaldi, di cui mi fidavo più che di me stessa.
Quando uscii, Tommaso controllava l’azienda.
Monica teneva i libri contabili.
Sulla mia casa gravava un’ipoteca che non avevo mai autorizzato.
Io avevo una borsa con alcuni vestiti, settantacinque euro e una condanna che mi precedeva ovunque andassi.
Nei primi nove giorni cercai lavoro senza smettere.
Tre datori di lavoro interruppero il colloquio appena sentirono parlare del carcere.
Una ditta di pulizie notturne mi avrebbe assunta, ma pretendeva un domicilio stabile e io non avevo abbastanza soldi nemmeno per i trasporti.
Dovevo scegliere ogni mattina se comprare un biglietto dell’autobus o qualcosa da mangiare.
In un alimentari di Castel Maggiore vidi un foglio scritto a mano, fissato accanto alla cassa.
Cercasi donna convivente per cucina e pulizie.
Vitto, alloggio e seicento euro alla settimana.
Telefonai dallo stesso marciapiede, convinta che non mi avrebbe risposto nessuno.
Così conobbi Olga Ferri.
Aveva settantaquattro anni, capelli completamente argentati e occhi azzurri capaci di farti sentire osservata anche quando guardava altrove.
La sua casa era vecchia, ordinata soltanto a metà e piena di libri che nessuno aveva spolverato da settimane.
«Sai preparare un pranzo vero?» mi chiese.
«Sì, signora.»
«E tenere la contabilità?»
«Meglio di quanto sappia cucinare.»
Alzò un sopracciglio.
«Allora cominci domani.»
Le confessai la condanna prima di accettare.
Le spiegai che non ero in libertà vigilata, ma che il mio nome sarebbe comparso in qualsiasi controllo.
Olga rimase in silenzio per qualche secondo.
«Ti ho chiesto se sai lavorare», rispose.
«Non ti ho chiesto se la tua vita è stata perfetta.»
La prima notte dormii in una cameretta che dava sul giardino.
Chiusi la porta e aspettai, per abitudine, il rumore di una chiave dall’altra parte.
Non arrivò.
Potevo scegliere io quando spegnere la luce.
Mi sembrò un privilegio immenso.
I primi giorni cucinai, lavai, sistemai gli armadi e riordinai mesi di ricevute che Olga aveva ammassato in una scatola da scarpe.
Divisi le spese, individuai due bollette pagate due volte e preparai un prospetto semplice da consultare.
Lei lo studiò con attenzione.
«Tu non hai sempre fatto la domestica.»
«No.»
«Che cosa facevi?»
«Avevo un’azienda.»
Non mi chiese altro.
Per questo, forse, cominciai a fidarmi.
C’era però qualcosa che non mi lasciava tranquilla.
Per due volte vidi la stessa berlina grigia ferma dall’altro lato della strada.
La seconda volta, attraverso il parabrezza, notai un uomo che sembrava fotografarmi con il telefono.
Quando lo fissai, ripartì.
Riuscii ad annotare soltanto una parte della targa, su un tovagliolo da cucina.
Il diciannovesimo giorno dalla scarcerazione andai a cercare Monica.
Volevo recuperare almeno le vecchie cartelle dell’azienda che credevo Monica avesse conservato dopo il mio arresto.
Non le chiesi denaro.
Lei aprì il cancello soltanto quanto bastava per vedere se qualcuno ci stesse osservando.
Mi accusò di volerla ricattare e mi gettò la busta ai piedi.
«Non ti farò più da bersaglio», dissi, lasciando tutto a terra.
«Tu non sai niente di quello che è successo», rispose.
Era la prima frase sincera che le sentivo pronunciare da anni.
Quando tornai da Olga, non raccontai l’episodio.
Mi vergognavo ancora di quanto desiderassi che mia sorella mi abbracciasse.
Poco dopo la visita a Monica, al dodicesimo giorno di lavoro, Olga mi invitò a cenare con lei.
A metà di una minestra di pollo, posò il cucchiaio.
«Rebecca, perché eri in carcere?»
Le raccontai della bottega in affitto da cui era nata EmiliaMed, delle vendite gestite da Tommaso e dell’amministrazione affidata a Monica.
Quando la madre di Tommaso si ammalò gravemente, passai settimane accanto al suo letto in ospedale.
Proprio allora comparvero bonifici ingenti autorizzati, secondo i documenti, da me.
Il denaro era finito a un fornitore sconosciuto.
Tommaso giurò in tribunale che avevo ordinato quei pagamenti.
Monica esibì moduli e registri apparentemente perfetti.
Il mio avvocato non riuscì a smontare le loro testimonianze.
I giudici credettero alle loro versioni.
«Hai conservato qualcosa?» domandò Olga.
«Solo alcune copie. Le nascosi prima dell’arresto.»
Si alzò e tornò con un foglio piegato.
Sopra c’erano un nome e un numero.
Riccardo Serra.
«È un consulente specializzato in indagini contabili», disse.
«Una volta ha aiutato anche me. Sa trovare le bugie sepolte nei numeri.»
Strinsi quel foglio tra le dita.
Per quattro anni mi avevano ripetuto di accettare la sentenza, voltare pagina e ricominciare.
Quella sera, per la prima volta, pensai che forse non avrei dovuto scegliere tra ricominciare e conoscere la verità.
Non sapevo ancora che dietro il denaro rubato si nascondesse qualcosa di molto peggio.
Per seguire la prima pista che Olga mi offrì, continua con la Parte 2.













