Elena Farina accettò di incontrarci soltanto dopo che Riccardo le ebbe spiegato, per telefono, che non le chiedevamo documenti riservati né di violare i suoi obblighi professionali.
Scegliemmo una pasticceria lungo la strada per Modena.
Arrivò con venti minuti di anticipo e si sedette rivolta verso la porta.
Avrà avuto poco più di cinquant’anni, le mani screpolate e il modo di parlare di chi ha imparato a pesare ogni parola.
«Sono stata responsabile degli acquisti della residenza Santa Brigida», disse.
«Non voglio altri problemi.»
«Nemmeno io», risposi.
«Ma sono stata in carcere perché qualcuno ha fatto risultare mie delle operazioni che non conoscevo.»
Elena mi osservò a lungo.
Poi tirò fuori un quaderno, non una cartella aziendale.
Conteneva appunti scritti a mano durante le sue giornate di lavoro.
Nel mese in cui EmiliaMed aveva registrato una grossa fornitura, la struttura aveva ricevuto diversi concentratori d’ossigeno destinati all’assistenza di alcuni ospiti.
I documenti li descrivevano come nuovi.
«Tre avevano graffi sotto le maniglie», ricordò Elena.
«Uno aveva un’etichetta sovrapposta a un’altra. Ho chiesto il certificato di provenienza.»
«E lo hai ricevuto?» chiese Riccardo.
«Una scansione, settimane dopo. Non corrispondeva ai numeri di serie che avevo annotato.»
Ci mostrò la pagina del suo quaderno.
Le cifre erano accompagnate da date e dalle iniziali dei colleghi presenti allo scarico.
Riccardo fotografò gli appunti solo dopo averle chiesto il permesso.
Elena aggiunse che non aveva mai fatto controllare quegli apparecchi da un tecnico indipendente.
Non voleva essere accusata di inventare un guasto che non era in grado di riconoscere.
Il suo dubbio riguardava la provenienza delle macchine e la corrispondenza fra quanto pagato e quanto ricevuto.
Riccardo scrisse anche questo, parola per parola.
«Hai segnalato l’anomalia?»
Elena annuì.
Aveva scritto al direttore e al fornitore.
Un rappresentante di Alba era arrivato due giorni più tardi, aveva sostituito un apparecchio e le aveva consigliato di non creare allarmismi.
Quando insistette per ottenere spiegazioni, le dissero che era un disguido amministrativo.
Il suo reclamo venne archiviato.
Poco dopo, a seguito di un cambio nella direzione della struttura, il suo contratto non fu rinnovato.
«Non posso dimostrare che sia successo per quella lettera», precisò.
«Però non ho dimenticato la conversazione.»
Le chiesi se, nelle consegne, avesse mai visto Tommaso.
Scosse la testa.
«Una volta è venuta una donna di nome Monica. Aveva una cartellina rossa e voleva che firmassi un verbale di accettazione senza riserve.»
Sentii la gola chiudersi.
«Mia sorella.»
Elena abbassò lo sguardo.
«Mi dispiace.»
Rimasi in silenzio.
Non potevo sapere se Monica avesse controllato personalmente quei macchinari.
Ma il suo tentativo di ottenere una firma incondizionata non somigliava al lavoro amministrativo che aveva descritto al processo.
Allora aveva sostenuto di occuparsi soltanto della registrazione dei pagamenti.
«Perché non hai detto niente durante il mio processo?» le chiesi, più bruscamente di quanto volessi.
«Non sapevo che fossi sotto processo. Conoscevo il nome dell’azienda, non il tuo.»
Aveva ragione.
Io avevo immaginato il mondo intero voltarsi dall’altra parte, ma molte persone non avevano avuto accesso nemmeno alla mia storia.
Chiesi scusa.
Elena lasciò sul tavolo il recapito del suo vecchio direttore.
«Se qualcuno mi chiederà ufficialmente di raccontare quello che ho visto, lo farò», disse.
«Ma voglio che ogni parola sia verificata.»
Durante il viaggio di ritorno, Riccardo rimase prudente.
Gli appunti potevano indicare una fornitura irregolare, ma non provavano ancora che Tommaso avesse fabbricato prove contro di me.
La connessione andava costruita senza confondere i due problemi.
Per la prima volta mi accorsi che avrei preferito una risposta facile a una risposta vera.
Olga ci aspettava con la cena pronta.
Quando le dissi di quei dispositivi, si fece seria.
«Non sai ancora che cosa sia accaduto ai pazienti», osservò.
«Non condannarti per qualcosa che non hai potuto impedire mentre eri lontana.»
Quella notte riaprii una delle fotografie che avevo conservato.
Mostrava una schermata con due righe di pagamento e una casella intitolata «consegna verificata».
Da anni guardavo soltanto la firma digitale attribuita a me.
Adesso notai che il campo della verifica riportava le iniziali di Monica.
Riccardo mi avvertì che un’iniziale non identificava con certezza chi avesse premuto un tasto.
Comunque annotò la coincidenza.
Due giorni dopo mi raggiunse l’avvocata Giulia Conti, presentatami da Riccardo.
Era giovane, ma non cercava di sembrare più sicura di quanto fosse.
Mi spiegò che per ottenere la revisione della condanna servivano elementi nuovi capaci di mettere seriamente in discussione l’accertamento precedente.
Un racconto convincente non sarebbe bastato.
Un reclamo su forniture difettose, da solo, neppure.
«Dobbiamo trovare un nesso tra chi ha operato sui conti e chi ha costruito i documenti usati contro di te», disse.
La parola «costruito» mi rimase impressa.
Perché quei documenti erano sembrati spontanei, normali, quotidiani.
Nessuno aveva mai ipotizzato che fossero stati preparati con l’intenzione di raccontare una storia falsa.
Giulia mi fece anche una domanda che avevo evitato.
«La casa a San Lazzaro è ancora intestata a te?»
«Per quanto ne so, sì. Ma c’è un’ipoteca.»
«Hai firmato una procura o un’autorizzazione per costituirla?»
«Mai.»
Decise di richiedere la documentazione immobiliare accessibile e di individuare l’atto da cui era nata l’ipoteca.
Io avrei dovuto consegnarle gli atti del vecchio processo e una cronologia delle settimane trascorse in ospedale.
Non sarebbe stato rapido.
Mi sembrava però che ogni richiesta avesse finalmente una ragione.
La sera successiva ricevetti una chiamata da un numero nascosto.
Non risposi.
Pochi minuti dopo arrivò un messaggio da un numero che non conoscevo: «Lascia stare Santa Brigida».
Il nome della residenza non era stato pronunciato da me davanti a nessuno, tranne Riccardo, Giulia e Olga.
Non potevo dimostrare che i due episodi fossero collegati.
Conservai comunque lo schermo e l’ora.
Quando Giulia mi telefonò il giorno dopo, mi chiese se ricordassi una certa procura speciale firmata prima della malattia di mia suocera.
Risposi che non ricordavo alcuna procura.
«Allora c’è un problema più grande», disse.
«Perché nei documenti della tua casa compare proprio quella.»
Non avevo firmato una procura, né avevo autorizzato il prestito.
Ma qualcuno aveva usato il mio nome per rendere la mia casa una garanzia.
E adesso dovevamo capire chi fosse comparso al mio posto davanti a un professionista.
Per seguire la traccia della falsa autorizzazione, leggi la Parte 4.













