L’incendio era cominciato poco dopo la chiusura dello stabilimento, in una sera di vento freddo.
Ricordo il rumore del portone laterale e l’odore della carta conservata nell’archivio.
Avevo lavorato tutto il pomeriggio su vecchi campionari.
Giulia mi aveva raggiunta prima che gli altri impiegati se ne andassero.
Voleva che approvassi una nuova operazione finanziaria.
Io le avevo detto di voler leggere i documenti con calma.
Litigammo.
Non fu una lite straordinaria, almeno non per noi.
Mia sorella diceva che ero incapace di rischiare.
Io le rispondevo che chiamare prudenza la memoria degli errori non significava avere paura del futuro.
Lei uscì sbattendo la porta dell’archivio.
Poco dopo sentii un rumore secco provenire dal corridoio dei depositi.
Poi arrivò il fumo.
Per molto tempo la mia memoria si era fermata lì.
A Casa delle Betulle i ricordi comparivano soprattutto nei sogni.
Solo più tardi recuperai immagini del corridoio, di una porta antincendio difficile da aprire e di una persona che gridava dall’altra parte.
Non riuscivo a vedere il suo volto.
Mi rimase il suono di una voce che chiedeva aiuto.
Tentai di attraversare il deposito, ma qualcosa cadde vicino a me.
Mi colpii la testa e persi l’orientamento.
Ricordo di essermi trascinata fino a una piccola uscita di servizio, usata per le consegne durante l’estate.
Da lì raggiunsi una strada secondaria.
Un automobilista chiamò i soccorsi dopo avermi trovata sul ciglio, coperta di fuliggine e incapace di rispondere.
L’ambulanza mi portò in un ospedale lontano abbastanza dalla fabbrica perché nessuno collegasse subito i due episodi.
Non sapevo chi fosse rimasto indietro.
E per anni quella domanda si mescolò al senso di colpa per essere uscita viva.
Marco aveva notato fin dall’inizio che l’elenco delle persone presenti nello stabilimento non tornava.
I dipendenti fissi risultavano tutti usciti.
Fra i servizi esterni, però, compariva il nome di Nadia Conti, una donna che lavorava saltuariamente alle pulizie serali.
Il registro ufficiale trasmesso agli investigatori la indicava come assente.
Una vecchia copia conservata da una società appaltatrice segnava invece il suo ingresso.
«La copia non basta a dire che sia morta lì», mi spiegò Marco.
«Ma basta a chiedere perché non sia stata cercata.»
Nadia aveva trentun anni.
Abitava a Varese e lavorava dove trovava turni disponibili.
Dopo quella sera non era più rientrata nel suo appartamento.
La famiglia aveva denunciato la scomparsa, ma la ricerca e l’indagine sull’incendio erano rimaste procedimenti separati.
Era stata considerata una persona che forse aveva lasciato volontariamente il lavoro.
Il corpo attribuito a me era gravemente danneggiato dal fuoco.
Accanto erano stati rinvenuti la mia giacca e la medaglietta di nostra madre.
Giulia aveva dichiarato di riconoscere quegli oggetti.
Quella dichiarazione, insieme ad altri accertamenti allora ritenuti sufficienti, aveva condotto all’identificazione.
Marco aveva contestato che gli effetti personali non fossero una prova conclusiva.
Gli era stato risposto che continuare a porre domande avrebbe soltanto allungato il dolore della famiglia.
«Poteva aver preso la mia giacca per proteggersi dal fumo», dissi.
«È una possibilità», rispose Marco.
«Non dobbiamo trasformarla in certezza finché non avremo altri dati.»
Cercammo la sorella di Nadia attraverso Elena.
Si chiamava Irene.
Accettò di incontrarci in un bar semplice, lontano da Como.
Portava una borsa di tela e una fotografia consumata ai bordi.
La posò sul tavolo senza parlare.
Mostrava due ragazze sedute su un muretto, una con gli occhi socchiusi per il sole, l’altra con un cappotto troppo grande.
«Nadia è quella a destra», disse.
Osservai il sorriso della donna scomparsa.
Aveva una piccola fossetta sulla guancia, proprio come me prima che la cicatrice ne cambiasse la linea.
Un dettaglio inutile per un’indagine, ma sufficiente a farla diventare reale nella mia mente.
Irene ci raccontò che l’ultima telefonata della sorella era arrivata prima del turno.
Nadia si lamentava di una porta che rimaneva bloccata e di scatoloni accatastati dove non avrebbero dovuto esserci.
Non aveva parlato di un pericolo imminente.
Sembrava soltanto stanca.
«Da allora tutti mi dicono di aspettare», continuò Irene.
«Ho aspettato sei anni. Ho continuato a pagare il suo telefono per mesi, perché pensavo che un giorno avrebbe chiamato.»
Mi mancò il respiro.
Per molto tempo avevo guardato soltanto la mia assenza dalla vita dei Moretti.
Adesso, dall’altro lato di quella stessa storia, c’era una donna che aveva aspettato invano il ritorno di sua sorella.
Non osai dirle che sapevo cosa provasse.
Io ero tornata.
Nadia forse no.
«Non siamo qui per prometterle una risposta facile», disse Elena.
«Ma possiamo chiedere che la sua famiglia sia ascoltata negli accertamenti sull’identità del corpo.»
Irene annuì.
«Purché non la seppelliscano un’altra volta, questa volta sotto i vostri nomi.»
Quelle parole ci accompagnarono fino al parcheggio.
Marco rimase in silenzio per tutto il viaggio di ritorno.
Poi mi raccontò perché aveva smesso di portare il distintivo.
Aveva rifiutato di chiudere il caso dopo aver segnalato le incongruenze dei turni e della identificazione.
Una serie di contestazioni interne, aggravate da un esposto presentato contro di lui, gli aveva reso impossibile continuare il lavoro.
Non era stato licenziato in un giorno, e non era stato un eroe sempre sicuro di sé.
Alla fine si era dimesso, amareggiato e convinto di avere lasciato qualcosa di irrisolto.
«Non voglio che tu trasformi la mia vicenda in una rivincita personale», gli dissi.
«Nemmeno io», rispose.
«Voglio che non ci siano più persone senza un nome nel fascicolo.»
La sera Elena ci telefonò.
Un magistrato aveva autorizzato nuovi accertamenti sulla salma sepolta come Carolina Moretti, da svolgere con le garanzie previste e con il coinvolgimento dei familiari interessati.
Non significava che l’identità di Nadia fosse stata provata.
Significava che, dopo tanto tempo, qualcuno aveva accettato di porre la domanda giusta.
Appoggiai il telefono e guardai il vecchio braccialetto ospedaliero sul tavolo.
Mentre io portavo il numero di una paziente sconosciuta, un’altra donna aveva ricevuto il mio nome sulla propria tomba.
Che cosa aveva permesso a due esistenze di essere confuse per tanti anni? Segui gli accertamenti nella Parte 6.













