«Non toccare quei fogli.»
La voce di Giulia era tornata, ma sembrava appartenere a una persona molto più giovane.
Aveva ancora una mano stretta intorno alla collana, come se le pietre verdi potessero impedire al passato di avvicinarsi.
Marco richiuse a metà la valigetta e la guardò.
«Sono copie. Gli originali sono stati consegnati all’avvocata che segue Carolina.»
Un uomo alto, in abito grigio, si staccò dalla fila degli invitati.
Lo riconobbi dalle fotografie che Marco mi aveva mostrato nei mesi precedenti.
Era Andrea Sarti, il promesso sposo di Giulia.
Non lo avevo mai incontrato.
Ero morta da molto prima che entrasse nella vita della mia famiglia.
«Giulia, chi è questa donna?» domandò.
La risposta arrivò da mio padre.
«È mia figlia.»
Domenico pronunciò quelle tre parole così piano che dovetti sforzarmi per sentirle.
Poi si aggrappò allo schienale di una sedia.
Andrea mi guardò in volto senza tentare di nascondere il turbamento.
«Mi avevi detto che tua sorella era morta nell’incendio.»
«E lo è!» replicò Giulia.
«Questa è una messinscena organizzata da qualcuno che vuole rovinarci.»
Marco scelse un foglio dal fascicolo.
«L’annotazione FALSO che avete visto è nostra, non è il timbro di un tribunale», chiarì.
«La registrazione ufficiale della morte esiste ancora. È proprio per questo che stiamo chiedendo che venga verificata.»
Apprezzai quella precisione.
Avevamo promesso a noi stessi che non avremmo combattuto una menzogna inventandone un’altra.
Il responsabile del salone si avvicinò a noi, pallido.
Chiese se fosse opportuno far uscire gli invitati dalla parte laterale.
Andrea annuì prima che mia sorella potesse opporsi.
La musica era già cessata.
Gli ospiti cominciarono ad allontanarsi in piccoli gruppi, scambiandosi sguardi che non avevano bisogno di parole.
Non tutti andarono via, ma il brusio si abbassò abbastanza perché potessi finalmente respirare.
«Non sei obbligata a rimanere qui», mi disse Marco sottovoce.
«Lo so.»
«E neppure a raccontare tutto davanti a loro.»
Annuii.
Ero entrata perché volevo essere vista, non perché volessi trasformare ogni minuto della mia sofferenza in uno spettacolo.
Giulia fece un passo verso la porta.
Andrea non la fermò.
Fu lei stessa a fermarsi quando Marco mostrò il documento successivo.
Non era il certificato di morte.
Era una copia del verbale con cui un corpo carbonizzato, trovato dopo l’incendio, era stato identificato come il mio.
In fondo compariva la firma di Giulia.
C’era anche la dichiarazione secondo cui aveva riconosciuto una piccola medaglietta recuperata accanto al corpo.
Quella medaglietta era appartenuta a me.
Ma non dimostrava che il corpo fosse il mio.
«Ho firmato perché me lo hanno chiesto», disse Giulia.
«C’erano un medico e un funzionario. Non posso essere l’unica responsabile di un errore.»
«Non ti sto chiedendo di spiegare l’intera procedura», risposi.
«Ti sto chiedendo perché sei stata tanto sicura.»
Avevo ricordato quella medaglietta per anni.
Era d’argento, con una minuscola incisione sul retro, un regalo di nostra madre quando avevo compiuto diciotto anni.
La tenevo spesso nella tasca della giacca da lavoro invece di portarla al collo.
Quella sera la giacca era rimasta appesa nell’archivio.
«L’avevi trovata vicino a me?» domandai.
Giulia si morse il labbro.
«Non ricordo.»
«Io ricordo dove l’avevo lasciata.»
Domenico sollevò lo sguardo.
«Carolina, se sei davvero tu, dove sei stata?»
Sentii qualcosa contrarsi dentro di me.
Il suo dubbio non era assurdo.
Per lui ero una figlia ritornata da una tomba, e il mondo non aveva ancora trovato una forma in cui sistemare quella possibilità.
Ma le parole «se sei davvero tu» mi ferirono più di quanto avrei ammesso.
«In un letto d’ospedale, all’inizio», risposi.
«Poi in un centro di riabilitazione. Poi in posti dove nessuno mi chiamava con il mio nome.»
«Perché non mi hai cercato?»
«L’ho fatto.»
Quella frase gli tolse il fiato.
Giulia guardò immediatamente verso di me.
Era un movimento piccolo, rapido.
Lo notai perché per anni avevo imparato a riconoscere l’istante in cui una persona decide di mentire.
«Hai mandato lettere?» chiese mio padre.
«Sì.»
«A casa?»
«Anche.»
Non dissi altro.
Non davanti alle persone rimaste nel salone.
Non quando avevo ancora bisogno di sapere se una sola di quelle lettere fosse arrivata davvero nelle sue mani.
Andrea fissava il verbale.
«Perché non mi hai mai detto che un ex ispettore contestava il caso?» chiese a Giulia.
«Perché quell’uomo è stato allontanato dalla polizia!»
«Non è una risposta.»
Marco non alzò la voce.
«Persi il mio incarico dopo una contestazione disciplinare. Avevo insistito perché si verificasse l’identità del corpo prima di archiviare il fascicolo. Non pretendo che questo mi renda infallibile.»
Fece scorrere il braccialetto ospedaliero verso di noi.
«Chiedo soltanto che i dati vengano confrontati.»
Sul braccialetto non compariva il mio nome.
C’era un codice alfanumerico, una data e la dicitura relativa a una paziente non identificata.
La plastica era diventata opaca per gli anni e conservava una piccola crepa vicino alla chiusura.
L’avevo tenuta in una scatola insieme al camice che indossavo quel giorno.
Non mi ero vestita così perché non possedessi altro.
Avevo voluto mostrare l’aspetto con cui il mondo mi aveva conosciuta mentre la mia famiglia organizzava un funerale.
«Questo non prova niente», disse Giulia.
«Può essere di chiunque.»
«Hai ragione», risposi.
«Da solo non basta.»
Mia sorella mi guardò sorpresa.
Forse si aspettava che urlassi.
Invece indicai la data sul braccialetto.
«Bastano anche i registri del pronto soccorso, il trasferimento e i nominativi di chi mi ha assistita. Li stiamo verificando uno per uno.»
Domenico si sedette.
Passò entrambe le mani sui capelli ormai bianchi.
«Sei stata viva per tutto questo tempo.»
«Sì, papà.»
«E io ti ho portato dei fiori al cimitero.»
Non seppi come consolarlo.
Per anni avevo desiderato che provasse almeno una parte del dolore che avevo sopportato.
Adesso, vedendolo piegato su quella sedia, non ne ricavai alcuna soddisfazione.
Andrea si tolse lentamente la fede che aveva già infilato per prova al dito e la lasciò sul tavolo.
Non era ancora stata celebrata alcuna unione.
«La cerimonia è sospesa», disse.
Poi guardò Giulia.
«Prima voglio capire se mi hai mentito.»
Lei impallidì.
«Non puoi credere a lei dopo cinque minuti.»
«Non devo scegliere a chi credere adesso. Devo ascoltare.»
Marco rimise nel fascicolo la copia del verbale.
Per un attimo pensai che saremmo usciti tutti senza un’altra parola.
Poi mio padre disse qualcosa che mi fece voltare.
«Il nome del centro che hai nominato… Era quello sulle buste che ricevevamo?»
«Quali buste?» chiesi.
Giulia si irrigidì.
«Papà, non parlare di cose che non ricordi.»
Fu in quel momento che capii che non eravamo davanti soltanto a una firma sbagliata.
In casa Moretti qualcuno aveva ricevuto notizie di me, mentre io continuavo a credere che nessuno sapesse dove fossi.
Per scoprire chi aveva intercettato quelle comunicazioni, continua con la Parte 3.













