La mattina della riunione societaria non andai in ufficio con Massimo.
Andai dalla polizia, come mi era stato chiesto, e firmai il verbale della mia testimonianza dopo averlo letto per intero.
C’erano le mie parole sulla telefonata di Riccardo, l’armadio socchiuso, la conversazione ascoltata in biblioteca e l’ora in cui Lily aveva dato l’allarme.
Niente supposizioni, niente frasi aggiunte per renderle più impressionanti.
«È sicura di voler lasciare anche il suo indirizzo attuale?», chiese Parodi.
«Solo se resta protetto come previsto», risposi.
«Mia figlia viene prima di tutto».
L’ispettore annuì e mi spiegò quali misure stavano adottando per evitare che la bambina venisse avvicinata da persone coinvolte nell’indagine.
Non promise una protezione perfetta.
Mi disse quali numeri chiamare, dove portarla e come segnalare qualunque tentativo di contatto.
Erano indicazioni concrete, molto più utili di una rassicurazione vuota.
Telefonai a Teresa dall’atrio della questura.
Lily stava costruendo una casa con i cuscini del divano e aveva stabilito che Tito sarebbe stato il portiere.
Le chiesi di passarmela per un minuto.
«Mamma, oggi torni a dormire qui?», mi domandò.
«Sì, amore. E domani facciamo colazione insieme».
«Anche se il signor Valle non si è ancora svegliato?».
«Anche allora».
Sentii un piccolo sospiro dall’altra parte del telefono.
Compresi che negli ultimi giorni avevo parlato tanto di Adriano da lasciare mia figlia nell’incertezza sul mio ritorno.
Era una ferita invisibile, ma potevo iniziare a curarla mantenendo quella promessa semplice.
Poco dopo l’avvocata Doria arrivò con una notizia.
La delega esibita da Riccardo ai soci era stata contestata formalmente.
La firma doveva essere verificata e i documenti richiesti per la riunione non giustificavano l’urgenza che lui sosteneva.
I soci avevano rinviato le decisioni sui magazzini.
Per la prima volta, Riccardo non aveva ottenuto ciò che chiedeva.
«E la busta?», domandai.
«Non l’abbiamo recuperata», disse Doria.
«Ma le registrazioni contabili non dipendono da un solo foglio di carta».
Gli investigatori stavano esaminando copie dei registri informatici conservate da una società esterna che gestiva la contabilità di alcuni depositi.
Adriano aveva fatto predisporre quella conservazione mesi prima, quando le contestazioni sui carichi erano cominciate.
Non era stato un gesto di fiducia verso Riccardo.
Era stata una precauzione contro chiunque potesse far sparire gli originali.
Quel pomeriggio si fece vivo anche Raffaele.
Non cercò noi né gli uomini di Adriano.
Contattò un avvocato a Savona e si presentò agli investigatori attraverso di lui.
Era un impiegato del porto, padre di due bambini, ed era scappato perché dopo gli spari temeva di essere il prossimo.
Parodi mi riferì soltanto ciò che poteva condividere.
Raffaele aveva riconosciuto la targa parziale di un’auto fuggita dal molo e ricordava un incontro, avvenuto nei giorni precedenti, tra Riccardo e un responsabile di una società di vigilanza.
Una telecamera stradale aveva ripreso un veicolo compatibile con quella descrizione, ma gli investigatori dovevano ancora identificare chi fosse a bordo.
Nessuno poteva ricavare una condanna da un ricordo e da una ripresa sfocata.
Era però la prima volta che la vicenda del porto e la fretta di Riccardo cominciavano a stare sulla stessa linea temporale.
Nello stesso periodo arrivò la notizia che più temevo sulla clinica.
La direzione sanitaria identificò Carlo Sanna, infermiere a chiamata che in quelle ore non risultava in turno.
Le telecamere lo mostravano entrare dal passaggio riservato con il pass scomparso di Massimo; quando usciva, si toglieva la cuffia davanti a una lente che ne riprendeva il volto.
Dal suo account di reparto risultava registrata la dose di antibiotico, ma la pompa d’infusione non ne riportava l’esecuzione.
L’ospedale segnalò l’anomalia agli investigatori e lo sospese in attesa degli accertamenti.
Non sapevamo ancora chi gli avesse dato il pass né perché una cura fosse stata annotata senza risultare somministrata.
Sapevamo soltanto che Lily aveva dato l’allarme mentre un documento affermava che le precauzioni erano già state prese.
«Vuol dire che l’infezione era stata provocata?», chiesi alla dottoressa Bruni.
«No», rispose senza esitare.
«Non abbiamo elementi per dirlo. L’infezione è compatibile con la ferita contaminata al molo. Un ritardo nella terapia non crea da solo quei batteri, ma può lasciare peggiorare una situazione già pericolosa. Questo è ciò che dobbiamo ricostruire, senza anticipare le conclusioni».
Mi sedetti accanto alla finestra.
L’idea che Adriano potesse essere stato ferito da un nemico e poi esposto a un altro rischio mentre era incosciente mi fece tremare.
Ma almeno ora conoscevo il confine fra ciò che i medici sapevano e ciò che dovevano ancora dimostrare.
Riccardo mi trovò nell’atrio quando uscii per comprare un panino.
Era solo, senza avvocato.
Si fermò a due passi da me, con la solita voce cortese.
«Stai rendendo le cose difficili a persone che ti hanno dato molto», disse.
«Adriano mi ha dato un lavoro. Io l’ho svolto».
«Quella villa non è tua, Giulia».
«Non ho mai detto che lo fosse».
«Se pensassi al futuro di tua figlia, eviteresti di ficcare il naso negli affari di famiglia».
Sentii salirmi una rabbia lucida.
«Non pronunci il nome di Lily come se fosse una pratica da sistemare».
Riccardo lasciò cadere il sorriso.
«Se Adriano si riprende, non potrà proteggervi per sempre».
«Non gli ho chiesto di farlo».
Attraversai l’atrio senza correre, raggiunsi il presidio di sicurezza e riferii l’incontro.
Poi chiamai Parodi.
Non avevo nessuna prova che Riccardo avrebbe fatto del male a Lily, ma non avevo intenzione di sottovalutare una minaccia rivolta al suo futuro.
La sera mi raggiunse Massimo.
Aveva consegnato agli investigatori il suo telefono di servizio e i dati dei turni della vigilanza.
Il filmato gli dava un alibi per l’uso del pass: alle ventuno e quarantadue era nella stanza con me.
Non cancellava, però, il suo silenzio sul testimone al molo; quelle ore perdute avevano reso più difficile ritrovarlo.
«Adriano si fiderà ancora di me?», domandò.
«È una domanda che dovrà fargli lui», risposi.
«Io so soltanto che il silenzio non l’ha aiutato».
Tre giorni dopo l’allarme di Lily, la dottoressa Bruni mi chiamò nel corridoio della terapia intensiva.
Adriano aveva superato la fase più critica e stavano riducendo gradualmente la sedazione.
Non significava che fosse guarito: aveva davanti settimane di cure e riabilitazione.
Ma potevo vederlo per pochi minuti.
Entrai senza Lily.
Avevo deciso che mia figlia sarebbe tornata soltanto quando le macchine e il personale non le avessero fatto più paura.
Adriano era pallido, molto più magro di quanto ricordassi.
Restai accanto al letto, incapace di scegliere una frase.
Poi le sue dita si mossero contro il lenzuolo.
Aprì gli occhi appena e cercò il mio volto.
«Giulia», sussurrò con fatica.
«Sono qui».
Mi aspettavo una domanda sul porto, sul cugino o sugli uomini che gli avevano sparato.
Lui invece sollevò lo sguardo e pronunciò un nome soltanto.
«Lily?».
Per sapere che cosa Adriano chiese davvero quando seppe del gesto di Lily, leggi la Parte 6.













