Non andai alla villa da sola.
L’ispettore Parodi mi accompagnò insieme a una collega, mentre l’avvocata Doria ci aspettava davanti al cancello.
Chiesi a Teresa di trattenere Lily fino a sera e le dissi di non aprire a nessuno che non conoscesse personalmente.
Non le parlai di complotti; le dissi la cosa più semplice e più vera: avevo paura.
Villa Valle sembrava diversa senza le voci delle persone che vi lavoravano.
La cucina era pulita, i corridoi silenziosi e il grande orologio del salone continuava a battere le ore come se il mondo non si fosse fermato.
Avevo lucidato quei pavimenti per tre anni.
Conoscevo ogni cassetto che cigolava e ogni finestra che si bloccava quando cambiava il vento.
L’armadio della stanza degli ospiti era socchiuso.
Di solito chiudevo entrambe le ante con una calamita difettosa, premendo a fondo quella di sinistra.
Quel giorno la chiusura non aveva fatto presa.
Mi fermai sulla soglia e indicai il particolare alla poliziotta.
«Non tocchi nulla», disse lei.
Aprirono l’armadio dopo aver fotografato la posizione degli oggetti.
La busta blu non era più dietro le lenzuola ricamate.
Restava soltanto il cartoncino bianco che avevo usato per tenerla dritta.
Aveva una piega obliqua e una macchia di polvere grigia.
Mi appoggiai allo stipite.
«L’ho messa qui io. Ne sono certa».
L’avvocata Doria non sembrò stupita quanto me.
«Adriano si aspettava che qualcuno cercasse quei documenti», spiegò.
«Non mi aveva detto dove li avesse nascosti. Mi aveva soltanto chiesto di presentarmi se non si fosse fatto sentire entro venerdì».
«Che cosa contenevano?».
«Non lo so con precisione», ammise.
«So che riguardavano spedizioni sulle quali voleva rompere ogni accordo. Lo avevo invitato a consegnare tutto alle autorità senza aspettare».
Non raccontò Adriano come un eroe.
Mi disse che alcune società del gruppo avevano avuto rapporti opachi per anni e che sarebbe stato necessario rispondere anche di quelli.
Era la prima persona della sua cerchia a parlare dei suoi errori senza proteggere il suo nome.
Parodi ordinò di acquisire le registrazioni delle telecamere e gli accessi del personale della villa.
Non serviva indovinare chi fosse entrato: servivano orari, immagini e testimonianze verificabili.
Io mostrai come funzionava il cancello di servizio, spesso usato dalle imprese di pulizia.
Fu così che notai un fatto.
Sul registro delle consegne, che compilavo personalmente, mancava la firma del corriere arrivato due giorni prima.
Ricordavo quel pomeriggio perché Lily aveva disegnato un coniglio sul retro di un modulo e io l’avevo rimproverata per aver usato il registro.
Quel disegno era ancora lì; il foglio della visita successiva, invece, era stato strappato.
Un piccolo vuoto tra due pagine, eppure per la prima volta mi sentii utile a qualcuno che cercava la verità.
Consegnai il registro all’ispettore.
Non sapevo se fosse importante, ma avevo finalmente capito che una domestica può essere una testimone senza dover diventare investigatrice.
Basta dire con precisione che cosa ha visto e che cosa non ha visto.
Nel pomeriggio Parodi ricevette una telefonata.
I filmati esterni mostravano un furgone di manutenzione arrivato alla villa dopo mezzanotte, con un’autorizzazione temporanea che risultava richiesta dall’ufficio di Riccardo.
Non provava che fosse stato il cugino a prendere la busta.
Era però una ragione concreta per verificare chi avesse usato quel mezzo.
L’avvocata Doria ci portò nel suo studio per controllare una copia delle comunicazioni societarie di Adriano.
Là scoprimmo perché Riccardo aveva tanta fretta.
Il giorno successivo era prevista una riunione dei soci della società che controllava alcuni magazzini del porto.
Riccardo voleva far approvare il passaggio di una serie di appalti a un consorzio legato ai suoi collaboratori.
Per votare al posto di Adriano sosteneva di possedere una delega scritta.
«Una delega non compare perché qualcuno è malato», disse Doria.
«Deve essere autentica e deve valere per quella decisione. La verificheremo».
Pensai al modo in cui Riccardo aveva chiesto chi potesse firmare in clinica.
Forse non aveva bisogno di ottenere una firma lì.
Forse voleva soltanto preparare tutti all’idea che la sua parola valesse quella del cugino.
Tornai in ospedale prima di sera.
La dottoressa Bruni ci aggiornò senza permettere a Riccardo di entrare nella conversazione.
Adriano era ancora grave, ma le condizioni non stavano peggiorando e gli esami microbiologici avevano confermato un’infezione importante della ferita.
Non c’era ancora modo di affermare che qualcuno l’avesse causata deliberatamente.
Il problema della registrazione dei farmaci restava, però, sotto esame separato.
«Non confondiamo due fatti», spiegò la dottoressa.
«L’infezione può essere legata alla ferita subita al molo. Un’eventuale omissione di cure è un altro problema, che va accertato».
Provai gratitudine per quella chiarezza.
Avevo passato un’intera notte a costruire nella testa risposte terribili e lei mi stava insegnando a non trasformare ogni timore in una certezza.
Mentre aspettavo l’ascensore, vidi Riccardo davanti alla vetrata della sala riunioni.
Parlava al telefono e non si accorse subito di me.
«No, non basta che sparisca una busta», disse.
«Quello che conta è ciò che ha già copiato».
Mi fermai senza muovermi.
Lui girò il capo e interruppe la chiamata.
«Giulia. Non dovresti essere con tua figlia?».
«Lei è al sicuro».
«Ne sei sicura?».
Avrei voluto rispondergli con rabbia, ma ricordai le istruzioni di Parodi.
Non ero lì per affrontarlo.
Mi voltai e raggiunsi l’ascensore, poi riferii parola per parola quanto avevo sentito.
Quella sera l’ispettore mi informò che le autorità stavano cercando Raffaele, il testimone fuggito dal molo, e verificando una serie di accessi clinici.
Io ricevetti finalmente la telefonata di Lily.
«Mamma, Tito si è mangiato due biscotti», annunciò con una voce allegra che mi fece venire da piangere.
«Tienine uno anche per me».
«E lo zio?».
«Sta lottando, amore».
«Allora domani gli faccio un disegno grande».
Quando riattaccai, Massimo comparve accanto alla porta.
Aveva in mano una copia della convocazione societaria.
«Riccardo sostiene che Adriano abbia firmato una delega a Milano», disse Massimo.
«Ma quel pomeriggio ero con lui in un ambulatorio di Genova: aspettavamo il referto di una visita alla spalla».
«Un ricordo non basta», disse Parodi, quando glielo riferimmo.
Chiese la convocazione, l’originale della delega e i documenti dell’ambulatorio che potessero confermare l’ora della visita.
Non sapevo se Massimo avesse ragione; per la prima volta, però, Riccardo avrebbe dovuto rispondere a date e luoghi invece che a persone intimorite.
Restava da capire chi avesse preso la busta e se la copia citata da Riccardo esistesse davvero.
Per sapere chi aveva conservato una traccia della busta scomparsa, passa alla Parte 5.













