La mattina seguente Riccardo Valle tornò in clinica con una cartellina di pelle e lo stesso avvocato della notte prima.
Io non avevo dormito.
Lily si era addormentata sul mio petto poco prima dell’alba, continuando a stringere Tito per l’orecchio rattoppato.
«Mio cugino è incapace di decidere», annunciò Riccardo alla segreteria del reparto.
«Dobbiamo garantire la continuità delle società».
La dottoressa Bruni lo fermò con poche parole.
«Le decisioni mediche spettano ai soggetti autorizzati dalla legge e alle procedure previste per il paziente. Qui non si firmano deleghe societarie».
Riccardo arrossì, ma non replicò.
Scoprii in quel momento quanto fosse diverso il potere di cui si vantava da quello che pensava di possedere.
Poteva arrivare con due automobili e un avvocato, ma non poteva pretendere che una cartella clinica diventasse un contratto.
Adriano era ancora sedato.
L’intervento aveva rimosso i tessuti danneggiati e i medici stavano seguendo la risposta alle cure.
La dottoressa non fece promesse: mi spiegò che nelle infezioni gravi il quadro poteva cambiare rapidamente e che gli esami non erano ancora conclusivi.
«Sua figlia aveva ragione a preoccuparsi», aggiunse mentre uscivamo.
«Ma non voglio che creda di essere responsabile di ciò che succederà ora».
Guardai Lily, assopita fra le mie braccia.
«La ringrazio per averlo detto».
Ne avevo bisogno più di quanto volessi ammettere.
Durante la notte avevo ripensato a ogni volta in cui le avevo imposto di tacere per non sembrare invadente.
Eppure il suo modo di descrivere gli odori aveva già evitato due incidenti a casa nostra.
Non era infallibile, e non le avrei mai chiesto di esserlo.
Era soltanto una bambina che aveva avuto paura per qualcuno a cui voleva bene.
Alle dieci arrivò mia zia Teresa.
Viveva a Sestri Ponente e aveva già accudito Lily quando lavoravo fino a tardi.
Le raccontai soltanto quanto bastava: Adriano stava molto male e io dovevo parlare con la polizia.
Lily si lasciò prendere in braccio a patto di portare Tito e di telefonarmi dopo pranzo.
«Non devi sistemare tutto tu», mi sussurrò Teresa prima di andare.
«Quando torna a casa?», domandò Lily, indicando il corridoio.
«Non lo sappiamo ancora», rispose mia zia.
«Però la mamma sta facendo quello che deve, e tu puoi fare quello che fanno i bambini: giocare, mangiare e riposare».
Mia figlia esitò, poi mi mise in mano un foglietto piegato.
C’era un disegno storto di Tito accanto a un letto, con tre linee colorate che dovevano essere le macchine dell’ospedale.
«Quando si sveglia, glielo dai», mi ordinò.
Lo infilai nella tasca della divisa.
Non avrei permesso che la sua gentilezza diventasse una prova da esibire davanti agli adulti, né che il suo dono venisse confuso con una responsabilità.
La frase mi seguì mentre entravo nell’ufficio riservato dove un ispettore stava raccogliendo le testimonianze.
Si chiamava Luca Parodi.
Mi fece accomodare e mi chiese di raccontare soltanto ciò che avevo visto, senza trarre conclusioni.
Parlai della ferita, dell’allarme e della reazione di Massimo quando Lily aveva nominato la paura.
Parlai della domanda di Riccardo sulle firme.
Poi mi fermai, ricordando una conversazione ascoltata due giorni prima nella biblioteca della villa.
Ero entrata per ritirare i bicchieri quando Adriano aveva chiuso una cartella davanti al cugino.
«Ho ricostruito la lista dei carichi», aveva detto Adriano.
«Questa volta non basta strappare un foglio. Ne parlerò con il mio legale, e ognuno risponderà per ciò che ha fatto».
Riccardo si era accorto della mia presenza e aveva cambiato immediatamente espressione.
«Grazie, Giulia», aveva detto con un sorriso.
«Puoi lasciarci soli?».
Non avevo visto nulla di più.
Soprattutto, non sapevo di quali carichi parlassero.
Lo spiegai all’ispettore senza fingere di conoscere gli affari di Adriano.
Parodi prese nota.
«Le fa venire in mente qualche documento che il signor Valle le abbia affidato?».
La domanda mi colse impreparata.
Tre giorni prima Adriano mi aveva consegnato una busta blu, chiusa, chiedendomi di riporla nell’armadio della biancheria della stanza degli ospiti.
«Non è per te», aveva chiarito.
«Se mi assento, la ritirerà il mio legale, l’avvocata Doria. Non darla a nessun altro».
All’epoca mi era sembrata una delle sue solite precauzioni.
Avevo eseguito l’ordine senza aprire la busta, grata che fosse l’ultima richiesta della giornata.
Ora quella consegna mi pesava come una pietra.
«Dov’è?», domandò Parodi.
«Alla villa, a meno che qualcuno non l’abbia spostata».
L’ispettore mi spiegò che gli investigatori avrebbero cercato il documento attraverso le procedure necessarie.
Mi chiese di non tornare da sola e di non avvertire Riccardo.
Accettai subito.
Sapevo come aprire un armadio, non come proteggere delle prove.
Perciò lasciai decidere agli investigatori: Lily aveva bisogno di una madre presente, non di una madre imprudente.
Quando uscii, trovai Massimo seduto vicino alle scale.
Nella sua mano c’era una copia del verbale consegnatogli dagli agenti.
«Hanno trovato il mio pass vicino a una porta di servizio», disse.
«Lo hanno sequestrato per gli accertamenti».
«Allora qualcuno lo ha usato?».
«Stanno confrontando gli orari con le telecamere».
Mi sedetti accanto a lui, ma lasciai una sedia di distanza.
«Ieri Lily ha detto che aveva paura. Di che cosa, Massimo?».
Passò molto tempo prima che rispondesse.
«Al molo Adriano doveva incontrare un uomo che voleva testimoniare su alcuni carichi», disse.
«Mi aveva ordinato di aspettare lontano, per non spaventarlo. Ho obbedito. Quando ho sentito sparare, ero troppo distante».
Si strofinò il volto.
«Ho pensato che, se fossi rimasto, avrei potuto impedirlo».
Per la prima volta lo vidi non come un gigante davanti alla porta, ma come un uomo schiacciato da una scelta.
«E il testimone?».
«È scappato. Si chiama Raffaele. Non so dove sia adesso».
«L’ha detto alla polizia?».
«Stamattina. Avrei dovuto farlo subito».
Non lo assolsi, ma apprezzai che avesse smesso di nascondersi.
Poi mi confidò qualcosa che mi fece gelare.
Alle ventuno e quarantadue, mentre Massimo era con me vicino alla finestra della stanza, il suo pass aveva aperto la porta del corridoio riservato.
Una telecamera mostrava una persona con camice, cuffia e mascherina; il volto non si vedeva.
Il pass di accompagnatore non permetteva di toccare la cartella clinica, ma aveva consentito a qualcuno di muoversi in quel piano senza essere fermato.
Sul registro elettronico compariva un nome preciso.
Massimo Riva.
Non sapevo ancora se la busta blu e quel pass fossero collegati.
Sapevo però che la stessa notte qualcuno era passato dove non avrebbe dovuto, nascosto dietro l’identità di un uomo che avevo visto con i miei occhi altrove.
Mentre l’ispettore mi richiamava per una nuova domanda, il telefono vibrò.
Era l’avvocata Alessandra Doria, il cui numero compariva sull’etichetta del mio vecchio registro domestico.
«Giulia», disse senza salutare, «la villa è stata visitata stanotte. Non sappiamo ancora che cosa manchi».
Pensai all’armadio della biancheria e alla busta che avevo promesso di custodire.
Non avevo più paura soltanto per Adriano.
La busta era ancora dove l’avevo lasciata? Continua con la Parte 4 per scoprire che cosa trovammo nella villa.













