La notte in cui mia figlia di tre anni si rifiutò di lasciare la stanza dell’uomo più temuto del porto di Genova, tutti i medici ripetevano che le sue condizioni erano stabili.
Poi Lily strinse il suo coniglio di peluche e mi sussurrò: «Mamma, il signor Valle ha un odore sbagliato».
Meno di un minuto dopo, gli allarmi cominciarono a suonare.
«Non farmi andare via», implorò, aggrappandosi alla sedia.
«Il signor Valle morirà».
Indossavo la divisa grigio perla delle domestiche di Villa Valle e da venti minuti mi scusavo con il personale.
La caposala fissava Lily come se fosse indecisa fra offrirle un biscotto e chiamare la sicurezza.
Adriano Valle aveva trentanove anni.
Possedeva imprese edili, magazzini portuali e due alberghi sulla Riviera.
Nei vicoli del porto il suo nome si pronunciava sottovoce, e io conoscevo abbastanza quel mondo da averne paura.
Lily, invece, gli porgeva i disegni senza chiedere permesso.
Davanti a me lo chiamava «signor Valle»; quando credeva che non la sentissi, diventava «zio Adriano».
Lui non la correggeva mai.
Quella sera giaceva privo di sensi sotto le lenzuola bianche, con un braccio collegato alle flebo.
Gli avevano sparato il pomeriggio precedente, vicino al molo nove.
Il proiettile era stato estratto durante una lunga operazione notturna; il chirurgo aveva detto che l’intervento era riuscito, non che la ferita fosse priva di rischi.
Da allora la parola «stabile» si era ripetuta così spesso da sembrarmi una promessa.
Lily era rimasta accanto al letto per quasi tre ore.
Il suo coniglietto, Tito, aveva un orecchio ricucito a mano e il pelo ormai spelacchiato.
Lei gli teneva il muso rivolto verso Adriano, come se anche il giocattolo dovesse sorvegliarlo.
«Ha un odore sbagliato», ripeté.
La caposala, Nadia Serra, si chinò davanti a lei.
«Le medicine a volte hanno odori strani, tesoro».
Poi controllò la flebo e il monitor, senza vedere ancora nulla che spiegasse la paura di Lily.
«Non sono le medicine».
Lily corrugò la fronte.
«È come il pollo che abbiamo dimenticato nel frigorifero».
Avrei voluto scomparire.
«Mi scusi», dissi alla donna.
«Mia figlia sente gli odori in modo molto più intenso degli altri bambini».
Non era un’esagerazione.
Una notte mi aveva svegliata perché la cucina «odorava di sonno».
Un tecnico aveva trovato una fuga di gas prima che qualcuno accendesse i fornelli.
Un’altra volta Lily non volle entrare nella lavanderia perché il muro «sapeva di caldo».
Dietro l’intonaco c’erano fili elettrici danneggiati.
Avevo imparato ad ascoltarla, anche quando non sapevo interpretare le sue parole.
Ma quella era una clinica piena di specialisti.
Io pulivo pavimenti; Lily aveva appena imparato a contare fino a venti.
Temevo che scambiassero la sua paura per una scenata.
«Amore, dobbiamo andare», le dissi.
«Le visite sono finite».
Lily incrociò le braccia.
«Lui non è al sicuro».
Vicino alla finestra, Massimo Riva si voltò verso di noi.
Era il collaboratore più fidato di Adriano, quello che controllava ogni ingresso a Villa Valle.
La sua giacca scura era spiegazzata e aveva una macchia secca sul polsino.
«I medici hanno detto che è stabile», osservò.
Mia figlia lo guardò negli occhi.
«Tu hai odore di paura».
Massimo impallidì appena.
Poi tentò una risata.
«Bambina sveglia».
La sollevai, anche se si dibatteva.
«Lily, basta».
«Mamma, ascoltami!».
Il monitor emise un suono acuto.
Il battito di Adriano accelerò di colpo, poi la pressione sullo schermo precipitò.
Nadia premette il pulsante d’emergenza e gridò di chiamare la rianimazione.
Il corridoio si riempì di passi e ordini secchi.
La dottoressa Anna Bruni entrò con tre infermieri.
Aprì la medicazione con un gesto preciso e si fermò.
La pelle attorno alla ferita aveva assunto una sfumatura grigiastra che prima non avevo notato.
La dottoressa si chinò e inspirò appena.
Guardò Nadia; non avevo mai visto due persone cambiare espressione così in fretta.
«Preparatemi una sala operatoria», disse.
«Subito».
Massimo si mosse verso il letto.
«Che cosa sta succedendo?».
«Nessuno si avvicini», rispose lei.
Poi ordinò esami urgenti, prelievi e una terapia antibiotica ad ampio spettro.
Stringevo Lily così forte che dovetti allentare le braccia.
«Dottoressa, che cos’ha?».
«Sospettiamo un’infezione dei tessuti molto aggressiva, provocata da batteri che possono crescere in assenza di ossigeno», spiegò senza distogliere lo sguardo dal paziente.
«Talvolta il tessuto colpito sviluppa un odore particolare. Gli esami ci diranno di più, ma non possiamo aspettare i risultati».
Guardò Lily.
«Sua figlia ci ha indicato qualcosa che dovevamo ricontrollare. Il peggioramento, però, lo confermano i parametri di adesso».
«Quanto è grave?», chiese Massimo.
«È in pericolo di vita. In una situazione come questa, anche mezz’ora può fare la differenza».
Le porte della sala operatoria si chiusero davanti a noi.
Lily affondò il volto nel mio collo.
«Te l’avevo detto», singhiozzò.
«Perché non mi hanno ascoltata?».
Non seppi risponderle.
Tre anni prima Adriano aveva trovato me e una neonata con trentadue euro nel portafoglio, senza un posto dove dormire.
Non mi aveva chiesto di raccontare tutta la mia vergogna prima di offrirci un lavoro e un tetto.
Ora Lily aveva forse restituito quel gesto nel solo modo che conosceva.
Passò quasi un’ora.
Ogni volta che sentivo passi, Lily alzava la testa dal mio collo.
Quando la porta si aprì, la dottoressa Bruni venne verso di noi; un’altra équipe stava ancora seguendo Adriano.
«Abbiamo dovuto intervenire sui tessuti intorno alla ferita», disse.
«È troppo presto per sapere come andrà. Intanto abbiamo trovato un’anomalia che il reparto deve chiarire: una dose di antibiotico risulta somministrata in cartella, ma il tracciato della pompa non conferma quell’infusione».
«È stato qualcuno?», chiesi.
«Non lo sappiamo. Un errore di registrazione e un’omissione di cura non sono la stessa cosa».
Sentii Massimo trattenere il respiro.
La dottoressa guardò prima lui e poi me.
«Chi è entrato nella stanza del signor Valle dopo che è stato trasferito qui?».
Per scoprire chi fosse passato da quella stanza e perché una cura risultasse eseguita soltanto sulla carta, continua con la Parte 2.













