La domanda della dottoressa Bruni rimase sospesa fra noi e il ronzio delle luci del corridoio.
Guardai Massimo, aspettandomi che rispondesse.
Lui fissò la porta della sala operatoria come se da lì potesse uscire una spiegazione.
«Io», disse infine.
«Sono entrato quando lo hanno riportato dalla rianimazione».
«A che ora?».
«Poco dopo le otto».
La dottoressa lo scrutò.
«E dopo di lei?».
«Gli uomini della sicurezza hanno sorvegliato il piano», ribatté Massimo.
«Nessun estraneo poteva avvicinarsi».
«Non sto accusando nessuno», precisò la dottoressa.
«Sto cercando di ricostruire una sequenza di cure. Il reparto conserverà i registri, e la direzione sanitaria farà le verifiche».
Non aveva parlato di veleno né di infezione provocata di proposito.
Per la prima volta capii che una riga sbagliata in una cartella poteva nascondere tanto una disattenzione quanto una scelta terribile.
Non avevamo il diritto di confondere le due cose; avevamo il dovere di controllarle.
«Ci occuperemo del paziente», aggiunse.
«La direzione sanitaria controllerà la documentazione».
Scomparve di nuovo oltre le porte.
Massimo tirò fuori il telefono, ma io gli afferrai il braccio.
«Lei sa qualcosa che non mi ha detto?».
Mi guardò dall’alto.
«Giulia, torna a casa con la bambina».
«Non mi ha risposto».
«Non è una serata per fare domande».
Lily sollevò il viso dalla mia spalla.
«La mamma le fa sempre».
Quella frase mi restituì la voce.
«Appunto», dissi.
«E stasera non smetto».
Mi chiamo Giulia Ferri e avevo ventisette anni quando Adriano Valle aprì la porta della sua villa a me e a mia figlia.
Prima avevo lavorato in un piccolo albergo, poi avevo perso il posto mentre Lily era ancora in fasce.
Il padre della bambina se n’era andato prima della nascita; ogni promessa lasciata in cucina era svanita con le sue valigie.
La notte in cui incontrai Adriano non avevo nemmeno il denaro per una camera economica.
Lo trovai all’ingresso di una mensa vicino alla stazione.
Non indossava un abito costoso e io non sapevo chi fosse.
Vide il passeggino sotto la pioggia e mi chiese soltanto se la piccola avesse mangiato.
Quando dissi di sì mentii: avevo diviso un biscotto con lei e tenuto per me la fame.
La mattina dopo una sua collaboratrice mi offrì un contratto regolare come domestica, con una stanza separata e la possibilità di portare Lily con me.
Non era carità senza condizioni: avevo orari, stipendio e ferie, e lavoravo davvero.
Ma avevo anche una porta che potevo chiudere senza temere che qualcuno ci cacciasse nel cuore della notte.
Adriano non raccontò mai quell’episodio agli ospiti.
Forse proprio per questo Lily aveva imparato a fidarsi di lui.
«Mamma», sussurrò adesso, «Tito vuole restare».
La portai nella piccola sala d’attesa.
Una signora ci lasciò due bicchieri d’acqua e qualche fazzoletto.
Lily appoggiò il coniglio sulla sedia accanto, rivolto verso il corridoio.
Non aveva smesso di tenere d’occhio la porta.
Dopo venti minuti arrivò Nadia, la caposala.
Aveva le guance pallide e teneva stretto un quaderno.
«Il direttore sanitario ha avviato una verifica», mi disse.
«Non posso discutere dei dettagli clinici, ma ho ascoltato vostra figlia troppo tardi».
«È vivo?».
«Lo stanno ancora operando».
Lily le porse Tito.
«Può prestarglielo quando esce?».
Nadia si abbassò fino alla sua altezza.
«Lo terrò al sicuro per te, finché non potrà rivederlo».
Mi commossi per quella richiesta semplice.
In una serata piena di uomini armati e di parole proibite, mia figlia pensava che qualcuno avrebbe potuto avere paura da solo.
Dalla vetrata vidi fermarsi un’automobile nera.
Ne scese Riccardo Valle, cugino di Adriano, accompagnato da un avvocato e da un uomo con un tablet.
Riccardo compariva spesso in villa, sempre con un sorriso elegante e domande che sembravano innocenti.
Era anche l’unica persona che Adriano aveva allontanato da una riunione la settimana prima.
«Dov’è mio cugino?», chiese entrando, senza salutare nessuno.
Massimo gli si mise davanti.
«In sala operatoria».
«Credevo fosse stabile».
«C’è stata una complicazione».
Riccardo guardò Lily, poi la mia divisa.
«E perché la domestica è ancora qui?».
Non aspettai che Massimo parlasse al mio posto.
«Perché mia figlia si è accorta che stava male».
Riccardo sorrise senza allegria.
«Una bambina di tre anni ha diagnosticato una malattia?».
«Ha sentito un odore», risposi.
«Il medico ha deciso di controllare».
L’avvocato al suo fianco abbassò gli occhi sul tablet.
Riccardo si avvicinò a Massimo e gli parlò sottovoce.
Riuscii a distinguere soltanto due parole: «firma» e «domattina».
Quando provai a spostarmi verso l’uscita, Riccardo mi bloccò con un passo laterale.
«La bambina non deve raccontare fantasie ai giornalisti», disse.
«Non parleremo con i giornalisti».
«Molto bene. Adriano apprezzerebbe la discrezione».
Mi accorsi che parlava di un uomo ancora in vita come se fosse già scomparso.
Un agente di polizia in borghese arrivò con una funzionaria della direzione sanitaria.
Chiesero di ascoltare chi era stato presente in stanza e di conservare le registrazioni degli accessi.
Massimo rispose alle prime domande, ma si irrigidì quando l’agente nominò i tesserini del personale.
«Mi è sparito il pass nominativo che la clinica mi aveva dato per accompagnare Adriano nel corridoio riservato», ammise.
«Me ne sono accorto verso le otto di sera».
Lo fissai.
«E non lo ha segnalato?».
«Pensavo di averlo lasciato in auto. Poi è cominciata l’emergenza».
L’agente prese nota.
Nadia precisò che quel pass apriva gli ingressi per gli accompagnatori, non autorizzava a somministrare farmaci né dava accesso alla cartella elettronica.
La clinica disponeva di telecamere nei corridoi, non nelle camere.
Le registrazioni dei passaggi sarebbero state confrontate con le immagini.
Lily scivolò dalla sedia e mi prese la mano.
«Mamma, l’uomo che sorride non profuma come lo zio».
«Lo so, amore».
Ma quando mi voltai, Riccardo ci stava osservando.
Sul polsino di Riccardo vidi una traccia grigiastra, simile alla polvere dei moli.
Non era una prova di niente: a Genova quella polvere si attaccava alle scarpe e agli abiti di mezzo porto.
Però mi ricordò l’ultima volta che avevo visto Adriano discutere con lui.
A mezzanotte la dottoressa Bruni uscì di nuovo.
Adriano era vivo, ma sarebbe rimasto in terapia intensiva e nessuno poteva ancora garantire che superasse le ore successive.
L’infezione era stata affrontata chirurgicamente, spiegò, e i campioni inviati al laboratorio avrebbero aiutato a capire quali batteri fossero presenti.
Poi aggiunse che la prima verifica aveva confermato una discrepanza nella registrazione di una cura prescritta.
Massimo si lasciò cadere contro il muro.
Riccardo, invece, chiese subito chi avrebbe potuto firmare per Adriano se non si fosse svegliato.
Fu in quell’istante che capii che non stavamo aspettando tutti la stessa cosa.
Io aspettavo che Adriano aprisse gli occhi.
Qualcun altro sembrava aspettare il diritto di parlare al posto suo.
Che cosa significava quella richiesta di firma mentre Adriano lottava ancora per vivere? Scoprilo nella Parte 3.













