Il mattino seguente attraversai la villa con la sensazione che ogni corridoio fosse diventato più stretto.
Non avevo paura soltanto di Vanessa. Temevo che una storia nata da una cena finisse per trascinare dentro anche mio padre, che non aveva mai messo piede in quella casa.
Giulia mi ricevette nella saletta con una cartella chiusa davanti a sé.
«Devo correggere una cosa», disse subito. «Ieri ho parlato di una richiesta di copia. Non significa che tutta la sua cartella sia stata consegnata.»
Apprezzai la precisazione più di qualsiasi promessa.
L’amministrazione conservava una scheda con i miei recapiti d’emergenza e i documenti che avevo presentato quando avevo chiesto alcuni permessi per accompagnare mio padre alle visite. Vanessa aveva scritto all’ufficio per ottenere quelle informazioni, sostenendo di voler organizzare un servizio di assistenza per le famiglie del personale.
«Non esisteva un progetto approvato», disse Giulia. «Le sono stati comunicati soltanto il nome di suo padre e il riferimento alla fisioterapia. Anche questa comunicazione non avrebbe dovuto avvenire senza una ragione appropriata e senza informarla.»
La notizia mi fece arrabbiare più di quanto avrei immaginato.
Non perché mio padre avesse qualcosa di cui vergognarsi. Ma perché qualcuno aveva considerato la sua fatica una leva da usare con me.
«Voglio sapere chi ha risposto a quella richiesta», dissi.
«Lo stiamo verificando. Avrà una risposta scritta, e il trattamento dei suoi dati sarà esaminato separatamente dalla vicenda della cena.»
«Voglio anche che mio padre resti fuori da questa storia.»
«È una richiesta ragionevole.»
Quando lasciai la stanza, trovai Luca davanti alla veranda. Aveva ancora il telefono in mano.
«Giulia mi ha spiegato l’accaduto», disse. «Mi dispiace.»
«Non basta che le dispiaccia.»
Pronunciai quelle parole prima di pensare a chi avevo di fronte. Luca non cambiò espressione.
«Hai ragione.»
«Non voglio che il mio impiego dipenda da come finisce il suo fidanzamento. E non voglio che la mia famiglia sia studiata come un punto debole.»
«Neppure io.»
«Allora faccia in modo che nessuno abbia più accesso a quei dati per curiosità.»
Luca annuì. Non mi offrì denaro né un aumento. Per la prima volta cominciavo a capire che alcune richieste meritavano una risposta concreta, non un gesto generoso.
Quella conversazione mi rimase addosso mentre aiutavo Sara, la collega del turno mattutino, a sistemare la biancheria. Mi chiese perché fossi stata chiamata dagli uffici due volte in due giorni. Le risposi che c’era una verifica sui preparativi della cena e che non volevo coinvolgerla in pettegolezzi.
«Ieri sera tutti raccontavano una versione diversa», disse. «Qualcuno ha perfino detto che ti avrebbero licenziata.»
«Non ho ricevuto nessuna comunicazione del genere.»
Sara mi guardò con preoccupazione. «Lo so. Ma quando una voce gira abbastanza, comincia a sembrare vera.»
Mi ripromisi di non parlare a mia volta di Vanessa come se fosse già stata giudicata. Ero venuta fin lì proprio per impedire che un racconto costruito da altri diventasse più forte dei fatti.
Più tardi Giulia ci convocò, uno alla volta, per mostrarci la ricostruzione provvisoria delle comunicazioni con La Quercia. La responsabile del catering, Paola Fabbri, aveva consegnato copia delle email e delle note ricevute.
Alle quindici e cinquantaquattro Marco aveva confermato trentadue ospiti. Alle sedici e dodici Vanessa gli aveva telefonato. Alle sedici e trentadue era partita la seconda chiamata. Alle sedici e quarantatré era giunto al fornitore un messaggio dalla casella condivisa degli eventi, con la richiesta di preparare cinquanta coperti.
«Il messaggio aveva in allegato una copia del vecchio modulo», spiegò Giulia. «La firma di Marco era stata riprodotta da una precedente autorizzazione. Non c’è prova che lui abbia approvato quella modifica.»
«E chi ha inviato il messaggio?» domandai.
«La casella era accessibile da un computer della saletta e da un tablet di servizio. Sappiamo da quale dispositivo è partito, ma non ancora chi lo usava.»
Mi mostrò una semplice planimetria, non immagini delle telecamere. Il messaggio risultava spedito dal tablet della saletta riunioni. Il dispositivo veniva usato durante gli eventi da più persone, comprese quelle autorizzate da Vanessa a coordinare gli allestimenti.
«Non voglio che lei faccia ipotesi su chi poteva esserci», disse Giulia. «Lei ci ha già raccontato quello che ha visto e sentito.»
Mi resi conto che stavo cercando di risolvere da sola un caso che non avevo i mezzi per ricostruire. Avevo bisogno di non trasformare ogni sospetto in una certezza.
Nel primo pomeriggio incontrai Marco sulla terrazza posteriore. Stava parlando con Paola, che era venuta a riprendere alcuni contenitori e aveva accettato di chiarire i conti in presenza della consulente.
Quando mi vide, mi invitò a rimanere, ma chiesi prima se fosse opportuno. Giulia assentì, spiegando che si sarebbe parlato soltanto dei servizi della sera precedente.
Paola aveva un taccuino con i numeri delle portate. L’aumento all’ultimo momento aveva comportato spese aggiuntive, ma assai inferiori ai novemilaseicento euro annunciati da Vanessa.
«Non sappiamo ancora il totale definitivo», precisò Paola. «La cifra dipende dagli acquisti già effettuati e dal personale rimasto. Quella stima comprendeva persino una penale che il nostro contratto non prevede.»
Marco si passò una mano sulla fronte.
«Aveva chiamato anche me una consulenza di Federico», disse. «Mi aveva proposto di far pagare una sostituzione urgente del servizio. Non ho autorizzato niente del genere.»
Paola scosse la testa.
«Una sostituzione? Ma noi abbiamo servito la cena. Nessuno ci ha comunicato una cancellazione.»
Fu allora che Luca, arrivato alla fine della conversazione, chiese di vedere il prospetto di novemilaseicento euro. Osservò il fondo della pagina, dove erano indicate le condizioni economiche della stima.
«Qui parla di subentro del nuovo fornitore», disse.
Marco lesse e impallidì.
«Questo non è un conto della nostra cena. È il costo ipotetico di toglierci La Quercia e dare l’incarico a un’altra impresa.»
Era la prima volta che comprendevo come il numero usato per umiliare Marco fosse stato costruito. Non rappresentava soltanto portate inutilizzate. Preparava una decisione che Vanessa voleva far sembrare inevitabile.
Luca guardò Giulia.
«Chi ha preparato il prospetto?»
Lei aprì la copia elettronica conservata dal fornitore.
«La prima versione porta l’intestazione della società di Federico Bellini, il cugino di Vanessa.»
Il silenzio che seguì non somigliava a quello della cena. Questa volta non aspettavamo un’accusa. Aspettavamo che qualcuno spiegasse perché un documento di una società estranea fosse diventato una presunta colpa di Marco.
E quando Giulia disse di aver trovato anche la mail con cui quel prospetto era stato richiesto, capii che la domanda non riguardava più soltanto una spesa.
Per scoprire chi aveva chiesto di trasformare quella stima in una colpa, prosegui con la Parte 5.













