Luca non andò all’appuntamento.
Consegnò il messaggio agli investigatori e spense il telefono soltanto dopo aver ricevuto la conferma che lo avrebbero contattato loro, se necessario.
Quella decisione mi rassicurò più di qualsiasi promessa di vendetta.
All’alba della domenica la casa era silenziosa.
Sarebbe dovuta essere piena di parrucchieri, fioristi e parenti pronti a partire per la cerimonia.
Invece, in cucina, c’eravamo soltanto io, Paola e il profumo del pane appena tostato.
Livia entrò trascinando una pantofola.
«Oggi dovrei mettere il vestito azzurro?» domandò.
Paola si voltò verso di lei.
«Puoi mettere quello che vuoi, amore.»
«Allora i pantaloni. Con il vestito non riesco a sedermi bene accanto a Bruno.»
La guardai correre a cambiarsi e pensai che, per una bambina di nove anni, la libertà poteva cominciare da una scelta così piccola.
Luca arrivò più tardi con gli occhi segnati dalla stanchezza.
Ci disse che Matteo aveva risposto alla convocazione degli investigatori dopo la notte trascorsa a inviare messaggi.
Non poteva raccontarci i dettagli di una deposizione in corso, ma poteva dirci una cosa: l’uomo aveva confermato di aver incontrato Vanessa in villa e di aver avuto accesso al garage.
«Ha detto che Bruno gli ha abbaiato contro quando ha cercato di avvicinarsi a Livia», aggiunse Luca.
Mi sentii stringere la gola.
«E il cane?» chiesi.
«Matteo sostiene di non averlo toccato. Ma la versione di Vanessa, secondo cui Bruno avrebbe tentato di morderla, non trova conferma neppure nelle sue parole.»
Bruno dormiva dietro di noi, respirando piano.
Per giorni era stato trattato come un problema da eliminare.
Ora proprio il suo abbaiare aveva costretto gli adulti a fermarsi davanti a una porta chiusa.
Poco prima di pranzo ricevetti una chiamata da mio padre.
Nella residenza gli avevano portato il giornale, e qualcuno aveva parlato dell’annullamento di un matrimonio importante a Milano.
Non conosceva i particolari, ma aveva intuito che fosse coinvolta la famiglia per cui lavoravo.
«Emma, hai qualche problema?» mi chiese.
Mi sedetti vicino alla finestra.
«Ho avuto paura di perdere il lavoro, papà. Ma sto bene.»
«Non lavorare in un posto dove devi fingere di non vedere le cose», rispose.
Sorrisi, anche se lui non poteva vedermi.
Mio padre non aveva più la forza di occuparsi da solo della casa, ma sapeva ancora riconoscere una menzogna dalla voce di sua figlia.
Gli promisi che sarei andata a trovarlo appena possibile.
Poi tornai al tavolo, dove Luca aveva preparato un vassoio con biscotti e una fotografia della moglie scomparsa.
Nell’immagine Elisa rideva in giardino, con una mano posata sulla testa di Bruno.
Livia teneva la foto tra le dita.
«Pensavo che non volessi vederla», disse al padre.
«Volevo troppo bene alla mamma per guardare questa foto senza soffrire», rispose Luca.
«Ma ho sbagliato a farti credere che non potessimo parlarne.»
Livia gli si sedette accanto.
«Quando tu parti, chi mi dice che cosa succederà?» chiese dopo un momento.
Luca si prese il tempo di rispondere.
Le spiegò che zia Paola sarebbe rimasta con lei quando lui doveva assentarsi, che Emma avrebbe potuto chiamarlo direttamente in qualunque momento e che nessuno avrebbe più deciso da solo di chiuderle la porta della camera.
«E se una cosa mi fa paura, anche se sembra una sciocchezza?»
«Me la racconti. Poi cerchiamo insieme di capire che cosa fare.»
Livia indicò Bruno.
«Vale anche per lui?»
«Soprattutto per lui, visto che non può parlare.»
Non chiese più nulla.
Per alcuni minuti rimasero insieme a osservare l’immagine, mentre Bruno alzava appena un orecchio sentendo il proprio nome.
Nel primo pomeriggio andai dai carabinieri per precisare le mie dichiarazioni.
Mi venne chiesto se avessi mai guidato l’automobile di Luca, se avessi avuto accesso alle sue chiavi e se Vanessa mi avesse assegnato incarichi nel garage.
Risposi di no alla prima domanda.
Avevo pulito l’interno della vettura soltanto quando Luca era presente, e non possedevo nessuna tessera per l’accesso di servizio.
Mi sembrarono domande normali, finché un investigatore non mi chiese di descrivere quanto Vanessa sapesse delle mie difficoltà economiche.
Gli raccontai della retta di mio padre e del messaggio con cui aveva tentato di farmi cambiare versione.
«Perché è importante?» domandai.
«Perché stiamo verificando anche alcuni documenti che riguardano lei», rispose.
Non insistetti.
Ma uscii dalla caserma con la sensazione che la mia vita privata fosse finita tra le mani di qualcuno molto prima di quanto avessi immaginato.
All’esterno incontrai Vanessa, arrivata con il suo avvocato.
Non so se quella coincidenza fosse stata cercata o meno.
Lei, però, si fermò appena mi vide.
«Spero che tu abbia pensato bene alle conseguenze», disse.
«Le sto affrontando già», risposi.
«Credevi davvero che Luca avrebbe scelto te al posto mio?»
«Non gli ho chiesto di scegliere me. Gli ho chiesto di ascoltare sua figlia.»
Per la prima volta il suo volto perse l’espressione di superiorità che conoscevo.
Fece un passo avanti, ma il suo avvocato la richiamò e la accompagnò all’interno.
Io rimasi sul marciapiede a cercare di rallentare il respiro.
La domenica sera Luca mi convocò nella biblioteca, con l’avvocata Grassi presente.
Non volle parlarmi dell’intera indagine, ma disse che avevano una ragione concreta per temere che Vanessa avesse tentato di attribuire a me alcuni movimenti intorno all’automobile.
«Non ho mai messo mano ai freni», dissi immediatamente.
«Lo sappiamo. Le registrazioni e gli accessi che abbiamo conservato contraddicono quell’accusa.»
L’avvocata aggiunse che gli investigatori stavano valutando un testo preparato prima della festa, dove Emma Ricci veniva descritta come una dipendente instabile, indebitata e troppo attaccata al cane della famiglia.
Non era stato diffuso pubblicamente, ma mostrava una direzione precisa.
Sentii il sangue salirmi al viso.
Vanessa aveva cercato di liberarsi di Bruno davanti a tutti e, nello stesso momento, aveva già preparato le parole per liberarsi di me.
«Per questo voleva che me ne andassi con lui», sussurrai.
Luca abbassò gli occhi.
«Se tu fossi uscita dalla villa giovedì sera, forse nessuno avrebbe ascoltato la tua versione.»
Pensai a quanto poco fosse mancato perché obbedissi.
A mio padre, alla casa che non potevo permettermi di perdere, alla vergogna che avevo provato in quella sala.
Poi l’avvocata posò sul tavolo una copia della dichiarazione che avevo firmato.
«Ora dobbiamo fare in modo che nessuno possa usare la tua paura per riscrivere ciò che è successo», disse.
Avrei difeso ogni parola.
Ma c’era una domanda a cui non avevo ancora trovato risposta: fino a che punto Vanessa era stata pronta a spingersi per far sparire due testimoni, una domestica e un vecchio cane?
Per sapere che cosa emerse dalle prove e quale scelta feci dopo, prosegui con la Parte 6.













