«O quel cane esce da questa casa stasera, oppure ve ne andate tutti e due.»
Vanessa Bellini indicò Bruno con un dito, senza preoccuparsi dei quaranta invitati seduti nella sala da pranzo della villa Moretti, alle porte di Milano.
Il vecchio pastore tedesco era sdraiato accanto alle mie scarpe. Aveva quattordici anni, il muso ormai grigio e le zampe posteriori così deboli che alzarsi gli costava fatica.
Io indossavo ancora la divisa nera da domestica. Sentivo le mani tremare, ma non mi spostai.
«La prego, signora Bellini. Bruno non ha fatto del male a nessuno.»
Vanessa rise, abbastanza forte da farsi sentire in fondo alla sala.
«Ah no? Questo pomeriggio ha cercato di mordermi.»
«Non ha mai morso nessuno.»
Il suo sorriso scomparve.
«Mi stai dando della bugiarda?»
Mi chiamo Emma Ricci, ho venticinque anni e lavoro per i Moretti da tredici mesi. Non potevo permettermi di perdere quel posto. Mio padre viveva in una residenza assistita e ogni mese dovevo trovare il denaro per pagare la parte della retta che restava a nostro carico. Anche l’affitto del mio appartamento cominciava a pesarmi.
Ma Bruno non era semplicemente un cane anziano di cui occuparsi. Era stato l’ultimo regalo che la moglie di Luca Moretti gli aveva fatto prima di morire. Da allora dormiva tutte le notti davanti alla camera della loro bambina, Livia.
Vanessa schioccò le dita verso gli uomini della sicurezza.
«Portatelo via.»
Bruno provò a sollevarsi. Le zampe di dietro cedettero per un istante. Mi inginocchiai immediatamente e gli appoggiai una mano sul collo.
«Piano, piccolo. Ci sono io.»
«Guardatelo», disse Vanessa. «Non riesce nemmeno a stare in piedi. È inutile.»
Qualcuno abbassò gli occhi. Nessuno intervenne.
Poi una voce sottile arrivò dalla scala.
«Vi prego, non portate via Bruno.»
Livia Moretti, nove anni, era ferma su un gradino a piedi nudi, con la camicia da notte rosa e il viso bagnato di lacrime.
«Torna in camera», ordinò Vanessa.
«Ma non ha fatto niente!»
«Livia!»
La bambina sobbalzò.
Fu in quel momento che Luca Moretti comparve sulla soglia. Trentacinque anni, capelli scuri, completo color antracite. Era un uomo abituato a ottenere silenzio senza alzare la voce. A Milano tutti conoscevano il peso del suo cognome e il potere della sua famiglia.
Guardò la figlia, poi Bruno, poi me.
«Che succede?»
Vanessa gli andò subito incontro.
«Finalmente. La tua domestica si rifiuta di obbedire. Quel cane mi ha aggredita e lei pretende di lasciarlo qui.»
Luca non rispose. Si avvicinò a Bruno e si accovacciò. Il cane gli appoggiò dolcemente il muso grigio sul ginocchio.
«Ciao, vecchio amico», mormorò Luca.
Per un attimo i suoi occhi cambiarono. Poi alzò lo sguardo verso Vanessa.
«Dove ti ha morso?»
«Non mi ha morso. Sono riuscita a scansarmi.»
«Hai detto che ti ha aggredita.»
«Ed è così!»
«Dove è successo?»
«Nel corridoio al piano di sopra.»
Sentii lo stomaco stringersi. Quel pomeriggio avevo trovato Bruno proprio lì, davanti alla porta della camera di Livia. Guaiolava e graffiava il legno. Vanessa mi aveva ordinato di portarlo immediatamente al piano di sotto.
Luca si voltò verso sua figlia.
«Livia, hai visto cos’è successo?»
La bambina guardò Vanessa e intrecciò nervosamente le dita.
«Amore, è piccola», intervenne la donna con un sorriso teso. «Può essersi confusa.»
«Ho fatto una domanda a mia figlia», rispose Luca.
Le lacrime ricominciarono a scendere sulle guance di Livia.
«Papà, Bruno cercava di proteggermi.»
«Proteggerti da cosa?»
Vanessa fece un passo avanti.
«Basta. È Emma che le mette certe idee in testa.»
Mi alzai, lasciando una mano sulla schiena di Bruno.
«Non è vero, signora.»
Gli invitati si girarono verso di me. Vanessa mi fissò come se non riuscisse a credere che avessi parlato.
«Ricordati chi ti paga lo stipendio.»
Pensai alla retta di mio padre, alle bollette, a quello che sarebbe successo se mi avessero licenziata. Poi vidi Livia, immobile sulla scala. Non potevo lasciarla sola.
«Signor Moretti», dissi, cercando di tenere ferma la voce, «Livia ha paura ogni sera in cui lei non è a casa.»
Luca si raddrizzò lentamente.
«Da quanto tempo?»
«Da quasi tre settimane.»
«E perché nessuno me l’ha detto?»
«Vanessa sosteneva che Livia facesse i capricci. Mi ha minacciata di licenziamento se fossi intervenuta.»
Vanessa afferrò la borsa.
«Non intendo farmi insultare da una serva davanti a tutti.»
«Posa la borsa», disse Luca, senza alzare la voce.
Lei si immobilizzò.
Luca tornò a guardare Livia.
«Tesoro, dimmi cos’è successo al piano di sopra.»
La bambina si asciugò gli occhi con il dorso della mano.
«Bruno ha cominciato ad abbaiare quando è arrivato quell’uomo.»
«Quale uomo?»
Vanessa sussurrò: «Livia, ricordati quello di cui abbiamo parlato.»
«Non parlarle», la interruppe Luca.
Livia tremava. Mi avvicinai di un passo, senza interromperla.
«Papà, io non volevo chiamarlo così. Ho detto a Vanessa che un papà ce l’ho già.»
Luca si inginocchiò davanti a lei.
«Chiamarlo come, amore?»
Livia indicò Vanessa con gli occhi.
«Mi ha detto di esercitarmi a chiamare quell’uomo papà, prima che tu andassi via.»
Nessuno, nella sala, osò parlare.
Poi Livia aggiunse, quasi senza voce:
«E quell’uomo ha detto a Vanessa che dopo domenica tu non saresti più tornato a casa.»
Luca rimase immobile. Vanessa impallidì.
Domenica mancavano tre giorni.
Era il giorno in cui Luca avrebbe sposato Vanessa.













