Luca non scese nel garage.
Rimase davanti allo schermo con le braccia incrociate, poi telefonò al carabiniere che era stato in villa la sera precedente.
Gli inviò la nuova registrazione e chiese che fosse controllata anche l’automobile.
Avrei voluto credere che si trattasse di un equivoco.
Un uomo con degli attrezzi poteva essere un tecnico, magari chiamato per un guasto che nessuno aveva ricordato di riferire.
Ma Vanessa aveva parlato di documenti per le nozze, non di una riparazione.
E aveva mentito sul luogo in cui Matteo si trovava quando Bruno aveva cominciato ad abbaiare.
Il veterinario arrivò poco dopo.
Visitò Bruno sul tappeto del salottino, tastandogli con delicatezza le articolazioni.
Spiegò a Luca che il cane soffriva di un’artrite avanzata e che lo sforzo di alzarsi rapidamente gli provocava dolore.
Gli prescrisse una terapia adeguata e consigliò di eliminare i tappeti scivolosi e gli scalini non necessari.
«È in grado di aggredire qualcuno?» domandò Luca.
«Ogni animale può reagire alla paura», rispose il veterinario.
«Ma questo cane, nelle condizioni in cui si trova, cerca soprattutto di evitare il dolore. Non vedo nulla che confermi un’aggressione.»
Bruno allungò il muso verso la mano di Livia, entrata con sua zia.
La bambina gli accarezzò la fronte.
Per la prima volta da quando la conoscevo, non guardava continuamente la porta.
«Può guarire?» chiese.
«Possiamo aiutarlo a stare meglio», disse il veterinario.
«E lui può ancora farti compagnia, se non lo costringiamo a fare quello che le sue zampe non riescono più a fare.»
La risposta era onesta, e Livia sembrò capirla.
Si sedette accanto a Bruno e gli raccontò sottovoce che gli avrebbe portato l’acqua senza farlo camminare fino alla cucina.
Nel primo pomeriggio arrivò un tecnico incaricato di esaminare l’automobile insieme agli investigatori.
Io restai nella casa, ma dalla finestra della lavanderia vidi il bagagliaio aperto, fotografie scattate da diverse angolazioni e persone che si scambiavano indicazioni.
Nessuno mise in moto il veicolo.
Dopo quasi due ore Luca entrò in cucina.
Era pallido.
«Hanno trovato segni di manomissione nell’impianto dei freni», mi disse.
«Devono ancora stabilire chi li abbia provocati e quando. Ma se avessi usato quell’auto, avrei potuto farmi male.»
Mi appoggiai al bordo del lavello.
Luca usava spesso quella vettura per andare agli appuntamenti fuori Milano.
La domenica successiva avrebbe raggiunto la villa dove era previsto il ricevimento di nozze.
Pensai alla frase di Livia, pronunciata davanti a quaranta persone, e al modo in cui Vanessa era impallidita.
«Ha avvertito sua figlia?» domandai.
«Le ho detto che la macchina è guasta e che ora è al sicuro. Il resto lo affronteremo con l’aiuto di chi sa parlare ai bambini senza spaventarli ancora di più.»
Apprezzai che non avesse trasformato Livia in una testimone da interrogare continuamente.
La bambina aveva già sopportato abbastanza.
Nel pomeriggio fui convocata per integrare la mia dichiarazione.
Consegnai gli screenshot dei messaggi di Vanessa, indicai gli orari in cui l’avevo vista entrare nella camera di Livia e ripetei quanto ricordavo dell’uomo con la giacca blu.
Non aggiunsi ciò che immaginavo.
Avevo imparato che, in una storia come quella, una supposizione sbagliata poteva aiutare chi mentiva.
Quando tornai alla villa, trovai un messaggio sul telefono.
Era di Vanessa.
Emma, non capisci in che situazione ti stai mettendo. Ho parlato con la direzione della struttura dove vive tuo padre. So quanto costa ogni mese. Possiamo trovare un accordo, se ammetti che ieri hai esagerato.
Lessi quelle parole tre volte.
Non ero soltanto spaventata.
Ero furiosa perché qualcuno aveva usato la fragilità di mio padre come un prezzo da mettere sulla mia coscienza.
Non risposi.
Mostrai il messaggio a Luca e ne inviai una copia agli investigatori.
«Non avrebbe dovuto contattare quella struttura», disse lui.
«Potrebbe averlo fatto solo per intimidirmi. Non voglio che mio padre venga coinvolto.»
«Capisco.»
Rimase in silenzio, poi aggiunse:
«Se preferisci non lavorare qui finché la situazione non sarà più tranquilla, non perderai il posto.»
Guardai il corridoio che portava alla scala.
Livia era seduta sul primo gradino, intenta a disegnare un cane dalla testa enorme e dalle zampe corte.
La zia Paola leggeva vicino a lei.
«Preferisco restare», risposi.
«Ma da oggi, se vedo qualcosa che non va, parlerò subito con lei. Anche se dovesse arrabbiarsi.»
«È ciò che avresti dovuto poter fare da sempre.»
Prima di cena Livia mi mostrò il disegno.
Aveva colorato di grigio il muso di Bruno e aveva aggiunto una coperta rossa sotto il suo corpo.
«La mamma diceva che lui capiva quando ero triste», sussurrò.
«Tua mamma lo conosceva bene.»
«Vanessa diceva che parlare di lei faceva soffrire papà. Così ho smesso.»
Le dissi che non era lei a dover decidere quali ricordi un adulto potesse sopportare.
Quando Luca entrò, Livia gli porse il disegno senza nasconderlo.
Lui lo guardò a lungo, poi le chiese se volesse raccontargli un ricordo della mamma.
La vidi annuire.
Quella sera Luca chiamò l’ufficio che seguiva l’organizzazione della cerimonia e sospese ogni preparativo.
Niente fiori, niente musica, niente invitati in arrivo la domenica.
Era una decisione che avrebbe alimentato pettegolezzi per settimane, ma lui non ne discusse il costo.
Più tardi mi chiese di aiutarlo a recuperare il programma stampato delle nozze.
Vanessa aveva lasciato una cartellina nell’armadio del salotto riservato agli ospiti.
Luca aprì personalmente il mobile e sfogliò i fogli davanti a me.
C’erano i nomi dei fornitori, gli orari e le indicazioni per gli autisti.
Una nota specificava che, dopo il ricevimento, Luca sarebbe partito da solo con la sua automobile verso una proprietà sul lago, dove Vanessa lo avrebbe raggiunto più tardi.
Luca aggrottò la fronte.
«Non è quello che avevamo concordato. Dovevamo andare insieme, con un autista.»
In fondo alla pagina c’era un’aggiunta manoscritta: percorso privato confermato da V. B.
Non dimostrava chi avesse toccato i freni, ma rendeva molto più inquietante quella manomissione.
Luca fotografò i documenti e li consegnò senza alterare la cartellina.
Poi ricevette una telefonata dall’investigatore.
Ascoltò, disse soltanto «Ho capito» e rimase immobile per qualche secondo.
«Matteo Salvi non organizza matrimoni», mi spiegò quando riattaccò.
«Fino a due anni fa lavorava in un’officina. E Vanessa lo conosce da molto più tempo di quanto mi abbia detto.»
Guardai la cartellina aperta.
Sotto il foglio dell’itinerario compariva ancora una seconda busta, con il nome di Luca scritto in stampatello.
«Questa non era insieme alle altre?» domandai.
Luca la sollevò e riconobbe subito la propria firma riprodotta sulla copertina.
«Non ho mai preparato questo documento.»
Per capire perché qualcuno avesse usato il suo nome, leggi la Parte 4.













