Luca non aprì subito la busta.
La posò sul tavolo e chiamò l’investigatore che stava seguendo la denuncia.
Gli spiegò dove l’aveva trovata, poi fotografò la copertina secondo le sue indicazioni e aspettò che venisse ritirata.
Io avrei voluto sapere immediatamente che cosa contenesse.
Ma Luca, quella notte, mi disse una frase che non dimenticai.
«Se è una prova, non possiamo trattarla come una risposta già pronta.»
Il sabato mattina arrivò l’avvocata della famiglia, Alessandra Grassi.
Parlò a lungo con Luca e con gli investigatori.
Più tardi lui mi spiegò, senza mostrarmi documenti riservati, che nella busta c’era la bozza di una richiesta assicurativa a suo nome.
La firma era una riproduzione della sua, non un originale apposto da lui.
Vi era indicata Vanessa come beneficiaria di una somma molto alta.
«Quindi l’assicurazione avrebbe pagato?» chiesi.
«No. L’avvocata ha verificato che quella richiesta non è mai diventata un contratto valido. È proprio ciò che la rende inquietante: qualcuno stava cercando di preparare una strada che io non conoscevo.»
La spiegazione mi spaventò più di una certezza gridata.
Non sapevamo ancora chi avesse compilato il modulo, né se Matteo avesse davvero manomesso l’automobile.
Sapevamo però che Vanessa aveva nascosto la presenza di quell’uomo e aveva cercato di indirizzare Luca verso un viaggio solitario dopo il matrimonio.
Luca telefonò a chi avrebbe celebrato le nozze e confermò l’annullamento della cerimonia.
Non rimandò la decisione al giorno dopo.
«Sono sicuro di una cosa», disse quando riattaccò.
«Non sposerò una persona di cui mia figlia ha paura.»
Mi chiese poi se conoscessi la differenza tra le settimane in cui Livia sembrava serena e quelle in cui aveva cominciato a chiudersi in camera.
Gli spiegai che, prima, la bambina veniva a cercarmi in cucina per farmi vedere i compiti, anche quando lui era assente.
Dopo l’arrivo delle visite di Matteo aveva smesso.
Luca ammise di aver interpretato quel cambiamento come una normale difficoltà ad accettare il nuovo matrimonio.
«Avevo un motivo comodo per non vedere quello che succedeva», disse.
«Adesso lo vede», risposi.
«Non cancella ciò che è successo.»
Non tentai di consolarlo con una frase falsa.
Quella mattina accompagnai Bruno a fare pochi passi nel cortile, seguendo le istruzioni del veterinario.
Avevamo steso tappeti antiscivolo vicino alla porta e preparato un piccolo riparo dove potesse fermarsi.
Livia venne con noi, tenendo in mano una ciotola d’acqua.
«Papà non si sposa più?» mi domandò.
«No, almeno non con Vanessa.»
«Per colpa mia?»
Mi fermai.
«No. Tu hai raccontato quello che ti faceva paura. Le decisioni degli adulti spettano agli adulti.»
Livia guardò Bruno, che annusava lentamente l’erba.
«Se non avesse abbaiato, forse non lo avrei detto a nessuno.»
La frase mi fece capire quanto le fosse costato parlare.
Per settimane aveva aspettato che qualcuno notasse qualcosa, mentre tutti interpretavano la sua tristezza come un capriccio.
Nel pomeriggio incontrò una psicologa specializzata nell’ascolto dei bambini.
Io non partecipai al colloquio.
Quando tornò, Livia era stanca, ma chiese a Luca se potessero riprendere a parlare di sua madre durante la cena.
Lui rispose di sì e lasciò che fosse lei a scegliere quanto raccontare.
Intanto la villa riceveva telefonate in continuazione.
Alcuni invitati volevano sapere se il matrimonio fosse davvero cancellato.
Altri fingevano di preoccuparsi per Luca, mentre cercavano particolari da ripetere agli amici.
Lui incaricò l’avvocata di comunicare soltanto che la cerimonia non avrebbe avuto luogo, senza esporre Livia al pettegolezzo.
Verso le quattro arrivò Vanessa, accompagnata da un legale e da una donna incaricata di aiutarla a raccogliere i vestiti.
Luca aveva concordato un orario preciso e chiesto a zia Paola di portare Livia a passeggio.
Due addetti della sicurezza rimasero nelle vicinanze.
Vanessa attraversò l’atrio come se fosse ancora la padrona della casa.
«Allora è vero. Hai annullato tutto senza neppure parlarmi.»
«Ti ho chiesto spiegazioni giovedì», rispose Luca.
«Hai preferito accusare mia figlia di mentire.»
«Quella bambina ha bisogno di disciplina.»
«Ha bisogno di sentirsi al sicuro.»
Vanessa mi vide vicino alla porta della biblioteca.
Il suo sguardo si fermò sulla mia divisa.
«E tu? Quanto ti ha promesso per sostenere questa versione?»
Non risposi all’insulto.
Le dissi soltanto che avevo già riferito ciò che sapevo agli investigatori e che non avrei cambiato una parola per compiacerla.
«Vedremo quanto sarai coraggiosa quando non ci sarà più nessuno a pagarti lo stipendio.»
Luca fece un passo tra noi.
«Emma lavora qui. Le minacce finiscono adesso.»
Vanessa sorrise, ma non le arrivò nulla negli occhi.
Salì a prendere le sue cose.
Mezz’ora dopo se ne andò con due valigie, senza poter accedere alle camere di Livia né all’armadio dove era stata trovata la busta.
Quando il cancello si richiuse, io chiamai la residenza di mio padre.
La responsabile mi assicurò che nessun estraneo avrebbe ricevuto informazioni sulla sua situazione o sui pagamenti.
Vanessa aveva telefonato, questo sì, ma non le era stato detto nulla.
Capì allora che la donna aveva usato ciò che sapeva di me per farmi immaginare il peggio.
La sera l’avvocata tornò con notizie meno rassicuranti.
Gli investigatori stavano verificando i movimenti di Matteo e la provenienza della bozza assicurativa.
Il tecnico dell’automobile aveva confermato che l’anomalia ai freni non era compatibile con la normale usura.
Servivano ancora verifiche per attribuirla a una persona precisa.
Carlo, il responsabile della sicurezza, ammise inoltre di aver lasciato a disposizione di Vanessa una tessera d’accesso di servizio settimane prima, quando erano arrivati alcuni fornitori.
Aveva creduto di riprenderla, ma non aveva controllato.
Luca gli ordinò di sostituire le credenziali e di documentare la dimenticanza, non di nasconderla.
Quella notte Paola dormì nella stanza accanto a Livia.
Io sistemai Bruno sul suo cuscino e spensi la lampada nel corridoio.
Per la prima volta non sentii passi furtivi sulle scale.
Stavo per tornare al mio appartamento quando il telefono di Luca vibrò.
Era un messaggio arrivato da un numero che lui non conosceva, accompagnato dalla fotografia di Matteo Salvi.
Non sono stato io a inventare tutto. Se vuoi sapere che cosa mi ha promesso Vanessa, vieni da solo. Niente polizia.
Luca lesse il messaggio e chiamò immediatamente l’investigatore.
Io guardai l’ora sul display.
Erano le ventitré e diciotto, e qualcuno voleva ancora far credere a Luca che la verità si potesse comprare lontano da testimoni.
Chi aveva davvero deciso che, dopo domenica, Livia sarebbe rimasta senza padre?
Per scoprire che cosa Matteo era disposto a confessare, continua con la Parte 5.













