Per diversi secondi sentii soltanto il respiro affannoso di Livia.
Luca teneva ancora una mano sulla spalla della figlia, mentre Vanessa cercava con gli occhi qualcuno disposto a intervenire in suo favore.
Nessuno si mosse.
«Livia, vieni con me», disse Luca.
La bambina scese gli ultimi gradini e gli si aggrappò al collo.
Bruno cercò di seguirla, ma le zampe posteriori scivolarono sul marmo.
Mi chinai per aiutarlo, sentendo il suo corpo pesare contro le mie braccia.
«Non farle altre domande davanti a tutti», dissi senza pensare.
Luca mi guardò.
Per un istante temetti di aver oltrepassato l’ultimo limite.
Poi annuì e chiese agli invitati di lasciare la villa.
Non offrì spiegazioni e non permise a Vanessa di accompagnarli fino all’ingresso.
La donna lo seguì nell’atrio.
«Stai dando credito a una bambina spaventata e a una dipendente che vuole metterci l’uno contro l’altra?»
«Sto ascoltando mia figlia», rispose lui.
«Quel cane è pericoloso. Ha abbaiato contro un ospite e Livia ha inventato una storia.»
«Chi era l’ospite?»
Vanessa si strinse nelle spalle.
«Un conoscente. Doveva consegnarmi alcune carte per il matrimonio.»
«Nome.»
«Matteo Salvi. Lavora nell’organizzazione di eventi.»
Non avevo mai sentito quel nome.
Ma ricordavo l’odore acre di un dopobarba nell’ala superiore, nel punto in cui Vanessa sosteneva di non aver ricevuto nessuno.
Ricordavo anche il rumore di una porta chiusa bruscamente, seguito dall’abbaiare disperato di Bruno.
Luca prese il telefono.
«Chiamo i carabinieri. Dirai loro quello che hai appena detto a me.»
«Stai facendo uno scandalo per una sciocchezza!»
«Un uomo ha detto a mia figlia che suo padre sarebbe scomparso. Non è una sciocchezza.»
Vanessa afferrò di nuovo la borsa.
Stavolta Luca non la fermò.
Le disse soltanto che non avrebbe trascorso la notte nella villa e che sarebbe stata contattata per recuperare i suoi effetti personali.
Lei uscì battendo i tacchi sulle piastrelle.
Quando la porta si chiuse, Livia scoppiò a piangere più forte.
«Mi sgriderai perché l’ho detto?»
Luca la sollevò tra le braccia.
«No, tesoro. Avrei dovuto accorgermi prima che avevi paura.»
Ci ritirammo nella piccola biblioteca, lontana dalla sala da pranzo.
Portai un cuscino spesso per Bruno e una coperta per Livia.
Il cane si sistemò accanto alla poltrona di Luca, senza perdere di vista la bambina.
Arrivarono due carabinieri.
Uno di loro ascoltò il racconto di Luca e il mio, separatamente.
A Livia rivolse poche domande semplici, poi suggerì che fosse seguita da una persona esperta nell’ascolto dei minori.
Luca accettò immediatamente.
Quando fu il mio turno, parlai delle tre settimane precedenti.
Vanessa aveva cominciato a mandarmi in cucina ogni volta che saliva nella camera di Livia.
Se la bambina piangeva, mi ordinava di non intervenire.
Una sera avevo trovato la porta chiusa dall’esterno e Vanessa mi aveva detto che era una punizione per una bugia.
Non ero riuscita a verificare che cosa fosse successo, perché subito dopo lei aveva aperto e Livia aveva negato tutto, guardandola con terrore.
Mentre raccontavo quei fatti, mi sentii arrossire per la vergogna.
«Perché non ha avvertito il padre?» chiese il carabiniere.
«Ci ho provato due volte. Vanessa controllava gli appuntamenti e diceva che il signor Moretti era fuori città. Avevo paura di essere licenziata.»
Quella risposta mi sembrò miserabile anche alle mie orecchie.
L’uomo non mi giudicò.
Annotò le date che ricordavo e mi chiese di conservare gli eventuali messaggi ricevuti.
Luca entrò quando avevo finito.
«Emma, mi mostri quei messaggi?»
Aprii il telefono e gli feci leggere un ordine di Vanessa: Non salire da Livia quando sono con lei. Un’altra frase, inviata il martedì precedente, era ancora più chiara: Se continui a fare domande, lunedì non lavori più qui.
Luca si passò una mano sul viso.
«Pensavo che l’assenza di proteste significasse che tutto andava bene.»
Non sapevo che cosa rispondere.
Mi faceva rabbia che un uomo capace di dirigere tante persone non avesse visto il silenzio di una bambina dentro casa sua.
Eppure, davanti a me, non sembrava il proprietario di una villa.
Sembrava soltanto un padre spaventato.
Più tardi verificò con il responsabile della sicurezza le registrazioni delle telecamere.
Nel corridoio delle camere non ce n’erano, per tutelare la riservatezza della famiglia.
Una telecamera esterna, però, inquadrava il vialetto laterale e l’ingresso secondario del garage.
Alle sedici e sette si vedeva un uomo alto, con una giacca blu, entrare attraverso il cancello di servizio.
Vanessa gli apriva personalmente.
Alle sedici e ventidue l’uomo ricompariva nel vialetto e si dirigeva verso il garage, mentre Vanessa lo attendeva sulla soglia.
«È lui?» domandò Luca a bassa voce.
Livia, seduta accanto a me, non era stata invitata a guardare lo schermo.
Era salita in camera con sua zia Paola, arrivata nel frattempo per restarle accanto.
«Non l’ho visto bene in faccia», dissi.
«Ma la giacca è uguale a quella che ho intravisto sulle scale.»
Il responsabile della sicurezza, Carlo, esaminò il registro elettronico degli accessi.
Il cancello era stato aperto con il codice riservato a Vanessa.
La porta interna del garage, invece, risultava sbloccata con una tessera di servizio che avrebbe dovuto trovarsi nell’armadio della portineria.
Carlo controllò l’armadio.
La tessera non c’era.
«Forse l’ha presa uno degli addetti», disse.
«Allora voglio sapere chi», rispose Luca.
Il carabiniere, ancora presente, chiese una copia delle registrazioni e raccomandò di non cancellare nulla.
Luca fece isolare il garage finché non fosse stato chiarito chi vi era entrato.
Verso mezzanotte mi accompagnò alla porta della cucina.
«Per tuo padre, se perderai dei turni mentre ci aiuti, lo stipendio non cambierà.»
«Non l’ho fatto per i soldi.»
«Lo so. Proprio per questo non voglio che la tua scelta ti costi il necessario per vivere.»
Tornai da Bruno per sistemargli la coperta.
Dalla scala arrivò Livia, con zia Paola poco dietro.
La bambina mi tese una mano, senza parlare.
«Può restare qui stanotte?» domandò alla zia, indicando il cane.
Paola guardò Luca.
Lui esitò un istante, poi prese il cuscino di Bruno e lo portò davanti alla camera della figlia, esattamente dove l’animale aveva dormito per anni.
Al mattino, prima che arrivasse il veterinario chiamato per controllare le zampe di Bruno, Carlo mi raggiunse in cucina.
Aveva il viso teso.
«Emma, ieri pomeriggio hai visto qualcuno vicino all’auto del signor Moretti?»
«No. Perché?»
Mi mostrò una nuova inquadratura del vialetto, ottenuta dalla telecamera del giardino.
Matteo Salvi era chinato accanto alla vettura di Luca.
Non stava consegnando carte per un matrimonio.
Aveva in mano una custodia di attrezzi.
Prima che qualcuno toccasse quell’auto, bisognava capire che cosa avesse fatto.
Per scoprire perché Matteo fosse entrato nel garage, continua con la Parte 3.













