La chiave girò nella serratura con un clic così lieve da sembrare innocuo.
Grace rimase immobile davanti alla porta, mentre io cercavo di respirare senza far protestare le costole.
Era la prima persona, oltre a Luca Ferraro, a sapere che potevo parlare.
E per la prima volta da cinque giorni non ero sicuro di aver fatto bene a coinvolgere qualcuno.
«Quell’uomo nel corridoio non è un dipendente», sussurrò.
«L’ho visto una volta all’attico.
Portava una cartellina grigia e non voleva lasciare il suo nome.»
Le chiesi di raccontare soltanto ciò che aveva visto, senza indovinare il resto.
Grace si sedette accanto al letto e posò le mani sulle ginocchia per fermarne il tremito.
Mi spiegò che due giorni dopo l’incidente Anthony era entrato nel mio appartamento con Veronica.
Non sapevano che lei stava pulendo la lavanderia.
L’uomo della cartellina aveva consegnato una busta ad Anthony prima di andarsene attraverso l’ascensore di servizio.
«Ho sentito parlare di firme», disse.
«E di venerdì.
Pensavo stessero sistemando i suoi affari.»
«Era quello che volevano farti credere.»
Grace si morse il labbro.
Non le promisi denaro né protezione assoluta.
In quel momento non possedevo nessuna delle due cose in misura sufficiente.
Le dissi invece la verità più importante: avevo simulato il coma perché sospettavo che l’incidente fosse stato ordinato da qualcuno vicino a me.
«E Nico?» domandò.
Il nome mi tolse il fiato più delle fratture.
Nico aveva due figli e una moglie, Sofia, alla quale avevo fatto portare le mie condoglianze da un assistente.
Non avevo trovato il coraggio di guardarla, neppure prima di fingere di non essere cosciente.
«È morto perché era al volante», risposi.
«Io ero il bersaglio.»
Grace fissò la coperta che mi aveva appena sistemato.
«Allora non posso fingere di non aver sentito.»
Le spiegai come chiamare Luca con il pulsante di assistenza senza pronunciare il mio nome a voce alta.
Quando lui entrò, portando una cartella clinica autentica e la faccia esausta di chi dormiva troppo poco, Grace fece un passo indietro.
«Dominic?» chiese lui quasi senza muovere le labbra.
«Siamo in tre», dissi.
«E qualcuno sta preparando qualcosa per venerdì.»
Luca non sembrò sorpreso dalla minaccia.
Mi spiegò che la direzione dell’ospedale aveva ricevuto quella mattina una richiesta, presentata da Harold Weiss, di trasferirmi in una struttura di lungodegenza fuori città.
Quel trasferimento avrebbe messo fine alla sorveglianza di Luca proprio prima della scadenza indicata da Veronica.
Il documento citava una valutazione neurologica che nessun medico del mio reparto aveva effettuato.
Una firma attribuita a Luca compariva in fondo alla pagina.
«Non è la mia», disse.
«Hanno allegato perfino un certificato di incapacità permanente.
Non l’ho mai redatto.
Se il trasferimento parte, perdi la squadra medica che può smentirlo e loro potranno usare quel certificato per i tuoi affari.»
Guardai Grace.
L’uomo con la busta non aveva portato un mazzo di fiori.
Era venuto a verificare che un documento arrivasse alle persone giuste.
«Perché non chiami la polizia?», domandò lei.
Era la domanda più ragionevole che qualcuno mi avesse rivolto in quella stanza.
Le risposi che avevo passato anni a usare contatti politici e avvocati per evitare domande scomode sui miei affari.
Non potevo presentarmi a un investigatore e aspettarmi di essere creduto sulla parola.
Ma le prove sarebbero state diverse dalla parola di Dominic Moretti.
«Allora cerchiamo le prove», disse Grace.
Fu lei a parlare al plurale, non io.
Luca raccolse la richiesta di trasferimento e ne conservò una copia nella documentazione clinica ufficiale.
Non poteva distruggerla, né poteva lasciare senza risposta una firma falsa.
Decise di inviare una segnalazione riservata all’ufficio legale dell’ospedale e di chiedere un controllo dell’identità di chiunque entrasse nella mia stanza.
Poi guardò Grace.
«Se le chiedono qualcosa, non inventi una storia.
Dica soltanto che sta cambiando i fiori.»
Grace annuì.
Non chiese cosa avrebbe ottenuto aiutandomi.
Chiese invece se qualcuno avesse già avvertito la famiglia di Nico.
«Sofia sa che suo marito è morto», risposi.
«Ma non ha ancora sentito da me tutta la verità.»
Prima di uscire, Grace mi rivelò un altro particolare.
La sera precedente all’incidente, mentre rientrava all’attico per recuperare il proprio cappotto, aveva trovato Nico vicino all’ingresso del garage privato.
Lui stava discutendo con il responsabile della manutenzione perché la Bentley era stata spostata senza che fosse stato informato.
«Ricordo che diceva: ‘Non toccate la macchina quando non ci sono’.
E qualcuno gli ha risposto che l’ordine veniva dall’alto.»
«Hai visto chi era?»
«No.
Ho sentito soltanto una voce, dietro una porta.»
Non era una confessione, ma era la prima crepa nella versione dell’incidente che avrei potuto verificare.
Nico, se avesse avuto paura, non avrebbe lasciato passare la questione.
Ricordai un suo messaggio di quella sera, arrivato mentre ero a una cena e rimasto senza risposta.
Diceva soltanto: «Domani dobbiamo parlare della macchina».
Avevo rimandato.
Il giorno dopo lui era morto.
Ricordai anche la mattina in cui Nico mi aveva accompagnato a visitare un vecchio deposito sul fiume.
Pioveva e io mi lamentavo di un incontro andato male.
Lui aveva tirato fuori dal cruscotto un pacchetto di biscotti che sua figlia aveva preparato per il viaggio.
Me ne aveva offerto uno senza aspettare che smettessi di parlare.
Quella era stata la nostra amicizia: dodici anni di gesti piccoli, consumati dentro una macchina di lusso, mentre io continuavo a credere che un salario generoso bastasse a ringraziarlo.
In quel letto compresi che Nico aveva provato ad avvertirmi due volte: davanti al garage e sul telefono.
La prima volta nessuno gli aveva dato ascolto.
La seconda volta io avevo preferito terminare una cena.
Non sapevo se fosse possibile riparare almeno una parte di quella negligenza, ma non volevo che il suo ultimo messaggio finisse dimenticato fra gli effetti personali di un uomo sopravvissuto.
«Quel messaggio è ancora sul mio telefono», dissi.
Luca mi spiegò che i miei effetti personali erano custoditi in una cassaforte amministrativa, sotto inventario.
Non intendeva violare la procedura per recuperarli.
Avrebbe invece chiesto che venissero conservati senza consegnarli al mio avvocato, almeno finché non fosse stato chiarito chi avesse diritto di prenderli.
Quando Grace uscì, le sue spalle erano dritte, ma le mani tremavano ancora.
Tornò dopo dieci minuti e riferì che l’uomo con la cartellina non se n’era andato.
Era seduto di fronte alla postazione infermieristica, come se aspettasse una conferma.
«Ha chiesto se domani mattina sarà pronto il trasporto», disse.
«L’infermiera gli ha risposto che manca un’autorizzazione.»
Prima che potessi replicare, il telefono interno squillò.
Luca rispose, ascoltò a lungo e impallidì.
Qualcuno aveva appena fatto arrivare una seconda richiesta di trasferimento, identica alla prima, questa volta accompagnata da un consenso firmato a mio nome.
Un uomo che, secondo tutti, non poteva tenere gli occhi aperti aveva firmato un documento quel pomeriggio.
Per scoprire chi stava falsificando il mio consenso e perché aveva tanta fretta, leggi la Parte 3.













