Ettore avrebbe voluto andare direttamente a casa del figlio e chiedergli di spiegare ogni cifra.
Chiara gli consigliò invece di preparare un incontro in cui fosse possibile ascoltare senza distruggere gli ultimi documenti utili.
Anna, informata dei primi riscontri, autorizzò l’avvocata a esaminare la questione anche per lei.
Non volle però partecipare subito al confronto.
«Se lo vedessi adesso», disse a suo padre, «finirei per chiedergli perché mi ha tolto te, e dimenticherei tutto il resto.»
Ettore non interpretò quel rifiuto come debolezza.
Le promise di riferirle le risposte, non di decidere al suo posto che cosa farsene.
Poi invitò Vittorio nello studio di Chiara, in una stanza con un tavolo semplice e due finestre rivolte al cortile.
Il figlio arrivò puntuale.
Aveva cinquantun anni, tre più della sorella, e negli ultimi tempi somigliava a Ettore più di quanto entrambi avrebbero ammesso.
Posò il telefono a faccia in giù e salutò l’avvocata con una cortesia rigida.
«Immagino che Anna abbia deciso di accusarmi.»
«Anna ha chiesto di capire», rispose Chiara. «Qui nessuno sta pronunciando una sentenza. Abbiamo alcune domande e dei documenti. Lei può scegliere di rispondere e può farsi assistere da un legale.»
Vittorio si appoggiò allo schienale.
«Non ho bisogno di un avvocato per parlare con mio padre.»
Ettore mise sul tavolo la copia del modulo.
La firma di Anna era visibile in alto, sopra una dichiarazione relativa alle somme ricavate dagli affitti di Rivoli.
«L’hai vista firmare?»
Vittorio guardò il foglio senza toccarlo.
«Sono passati vent’anni.»
«Non ti chiedo quanti. Ti chiedo se l’hai vista.»
«Era un periodo confuso. Abbiamo chiuso delle pratiche per evitare problemi.»
Chiara indicò un passaggio del prospetto.
Spiegò che alcune somme erano state attribuite ad Anna come già liquidate e che il riferimento di pagamento conduceva a un conto utilizzato dalla società di gestione amministrata da Vittorio.
Da quei documenti, da soli, non si poteva ancora stabilire la destinazione finale del denaro.
«Le registrazioni non equivalgono alla prova che Anna abbia ricevuto i fondi», concluse. «Per questo chiediamo i giustificativi originali.»
Vittorio piegò le mani.
«Avevamo spese. Il tetto di Rivoli perdeva. Papà non stava bene dopo la morte di mamma. Se mi fossi fermato a chiedere permesso per tutto, avremmo perso molto più di una casa.»
«Non era una tua decisione da prendere a nome di Anna», disse Ettore.
«Anna non voleva più saperne di noi.»
Ettore posò sul tavolo la copia della prima lettera di Anna.
Non la fece passare a Vittorio.
Lesse soltanto la data e la richiesta che sua figlia aveva scritto: «Vorrei che papà mi rispondesse, anche solo per dirmi che sta bene».
Vittorio abbassò lo sguardo.
«Questa lettera arrivò a casa?» domandò Ettore.
«Non lo so.»
«Io so di non averla ricevuta. E so che mi hai indicato indirizzi sbagliati. Hai anche detto ad Anna di averle letto una mia lettera. Non ne ho mai scritta una per cacciarla via.»
Per qualche secondo Vittorio guardò fuori dalla finestra.
Nel cortile un uomo cercava di far partire una motocicletta.
Quel rumore banale rese il silenzio dentro la stanza ancora più difficile.
«Non c’era una lettera di papà», disse infine. «Le parole erano mie.»
Ettore rimase immobile.
Aveva immaginato molte versioni di quella sera, ma sentirne una pronunciata dal figlio gli tolse la possibilità di nascondersi dietro il dubbio.
«E il biglietto che mi hai mostrato?»
«L’ho scritto io. Avevo visto come Anna firmava i fogli della scuola. Pensavo che bastasse allontanarla per qualche mese.»
«Per quale ragione?»
«Aveva scoperto che avevo spostato dei soldi destinati alla manutenzione. Mi avrebbe costretto a dirtelo. Volevo rimediare prima che tu lo sapessi.»
Chiara gli chiese di specificare quali somme.
Vittorio rispose che avrebbe recuperato gli estratti e li avrebbe consegnati tramite un proprio consulente.
Poi aggiunse qualcosa che non era una difesa, ma spiegava il risentimento accumulato.
«Per anni mi hai chiesto soltanto se avevo notizie di lei. Non ti sei mai domandato se anch’io avessi bisogno che tu mi guardassi.»
Ettore sentì il peso di quell’accusa.
Non poteva negare di aver amato Anna apertamente, senza rendersi conto che Vittorio interpretava ogni gesto come un confronto.
E tuttavia due cose potevano essere vere insieme: un figlio poteva essersi sentito trascurato e aver scelto comunque di ferire deliberatamente la sorella.
«Avrei dovuto ascoltarti prima», rispose. «Ma tu avresti dovuto dirmi che cosa provavi. Non avevi il diritto di usare il mio nome per respingerla.»
Vittorio si strinse nelle spalle, senza più tentare di negare.
Confermò di aver saputo che Anna era tornata a Torino quando il gestore del motel gli aveva segnalato il cognome di una nuova ospite.
Il Corte degli Aceri apparteneva a una società di cui lui seguiva gli immobili.
Aveva portato personalmente la diffida perché temeva che il padre scoprisse la sua presenza prima che lui avesse preparato una spiegazione.
«Sapevi che era malata?» chiese Ettore.
«Ho visto che stava male. Non pensavo fosse così grave.»
«L’hai lasciata con un’undicenne e un foglio che le ordinava di andarsene.»
Vittorio non seppe rispondere.
L’incontro si concluse senza strette di mano.
Chiara annotò quanto era stato dichiarato, ma chiarì a Ettore che una conversazione familiare non sostituiva le verifiche bancarie o le eventuali iniziative legali di Anna.
Vittorio avrebbe ricevuto richieste precise per iscritto.
Sulla soglia, però, il figlio si fermò e tornò indietro.
«Papà, c’è una cosa che non sai. Anna provò a contattarmi ancora una volta, quando nacque la bambina. Mi mandò una fotografia e una lettera. Non le ho mai consegnate a te.»
Ettore si voltò.
Fino a quel momento aveva creduto che la menzogna fosse cominciata e finita vent’anni prima.
Adesso capiva che Vittorio aveva avuto un’altra occasione per riunirli, molto tempo dopo, e aveva scelto nuovamente il silenzio.
«Dove sono quella lettera e quella fotografia?»
Vittorio esitò.
«In una scatola nel mio studio. Non le ho buttate.»
C’era ancora una testimonianza di Anna che Ettore non aveva mai visto.
E stavolta nessuno avrebbe dovuto raccontargliela al posto suo.
Per conoscere ciò che Anna aveva scritto quando diventò madre, continua con la Parte 6.













