Ettore ripiegò il foglio senza riuscire a distogliere gli occhi dalla firma.
Vittorio si occupava da anni di alcune proprietà della famiglia, ma non gli aveva mai parlato di un motel né di una donna malata che doveva essere mandata via.
Se il nome scritto sulla diffida era autentico, suo figlio conosceva almeno una parte della storia che lui aveva cercato inutilmente per vent’anni.
«Come ti chiami?» chiese alla bambina.
«Nina.»
«Nina, ascoltami. Prima di ogni altra cosa dobbiamo chiamare i soccorsi per tua madre. Non possiamo aspettare di arrivare e scoprire che sta peggio.»
Lei annuì.
Ettore prese il telefono, spiegò all’operatore del 112 ciò che la bambina aveva riferito e comunicò l’indirizzo del motel.
Poi affidò il negozio al commesso, che teneva ancora i quattrocentocinquanta euro sul banco.
«Dalli a lei. E tieni da parte il registro, per favore. Ci penso domani.»
Nina infilò le banconote in tasca senza guardarle.
Aveva gli occhi fissi sull’anello.
«Lo restituisce alla mamma?»
«Glielo porto io. E se vorrà tenerlo, nessuno glielo toglierà.»
Uscirono insieme.
Sul marciapiede il vento spinse un foglio contro le scarpe della bambina.
Ettore le offrì il proprio cappotto, ma Nina scosse la testa: aveva paura di perdere tempo anche per un gesto gentile.
Raggiunsero il motel in taxi, mentre l’operatore confermava che un’ambulanza era in arrivo.
Il Corte degli Aceri occupava un edificio basso dietro una stazione di servizio, ai margini di una strada trafficata.
Le finestre delle camere si affacciavano sul parcheggio.
Alla reception un uomo sulla sessantina spiegò che la donna della dodici aveva pagato soltanto fino al giorno precedente.
Ettore mostrò la diffida.
«Chi l’ha portata?»
«Un signore. Non so altro. Io lavoro qui solo di pomeriggio.»
«La camera è occupata da una persona che potrebbe avere bisogno di cure. Ci faccia passare.»
L’uomo prese la chiave di riserva.
Nina corse avanti e bussò con entrambe le mani.
«Mamma, sono io! Ho trovato qualcuno!»
Nessuna risposta.
La porta si aprì su un odore di umidità e medicinali.
Una borsa di stoffa era appoggiata sul pavimento; sul comodino c’erano un bicchiere d’acqua, una confezione quasi vuota di compresse e un termometro.
Anna era stesa sul letto, girata verso la parete.
I capelli castani, un tempo raccolti con cura prima di ogni prova, le aderivano alla fronte per il sudore.
Ettore la riconobbe prima ancora di vederle il volto.
Sul polso sinistro aveva una piccola cicatrice chiara, lasciata da una caduta durante le prove di un balletto scolastico.
Lui l’aveva accompagnata al pronto soccorso quando aveva quattordici anni.
Ricordò quel pomeriggio in un lampo, ma si obbligò a restare presente.
«Anna?»
Lei socchiuse gli occhi.
Guardò l’uomo sulla soglia e per un istante sembrò non capire dove si trovasse.
«Papà?»
Nina si aggrappò al bordo del letto.
Ettore si inginocchiò accanto a lei, evitando di muovere Anna, che respirava a fatica.
L’operatore gli aveva chiesto di non darle cibo o medicinali senza indicazioni.
Le parlò piano, dicendole che l’ambulanza stava arrivando e che Nina era al sicuro.
La bambina prese la mano della madre, poi la lasciò subito per non intralciare i soccorsi.
Ettore notò quanto si sforzasse di comportarsi da adulta e si ripromise che, almeno quella sera, non avrebbe dovuto farlo da sola.
«Non dovevi venire», mormorò Anna.
Quelle parole gli fecero più male di qualsiasi accusa.
Tuttavia il tono non aveva rabbia.
Somigliava alla voce di chi teme una conseguenza e non ha più forze per affrontarla.
«Sono qui perché tua figlia mi ha trovato. Il resto può aspettare.»
«Vittorio…»
Anna cercò di sollevarsi, ma un colpo di tosse la costrinse a fermarsi.
Le sirene si sentirono poco dopo.
I soccorritori controllarono i parametri, le somministrarono le prime cure e decisero il trasporto in ospedale per una valutazione urgente.
Nina seguiva ogni movimento, chiedendo se sua madre sarebbe tornata.
«Adesso è con persone che sanno aiutarla», rispose Ettore. «Io rimango con te.»
All’accettazione del pronto soccorso, Ettore compilò soltanto i dati che conosceva.
Nina disse di avere undici anni.
Alla voce «familiare di riferimento», Anna, ancora cosciente, indicò sua figlia e autorizzò i medici a parlare anche con Ettore.
Non era un perdono, ma bastava perché lui potesse restare.
Una dottoressa spiegò che sospettavano un’infezione respiratoria aggravata da disidratazione e che servivano esami.
Ettore evitò di chiedere promesse che nessuno poteva fare.
Comprò invece un panino e dell’acqua a Nina; la bambina accettò solo quando lui promise di mangiare qualcosa a sua volta.
«La mamma dice che il nonno sapeva ballare male», raccontò lei con la bocca ancora piena.
Ettore rise senza volerlo.
Per vent’anni nessuno gli aveva più ricordato quel suo vecchio modo goffo di accompagnare Anna sul pavimento della cucina.
La memoria, riemersa dalla voce di una nipote che non aveva mai conosciuto, gli fece abbassare gli occhi.
Nel tardo pomeriggio una figura comparve all’ingresso del reparto.
Vittorio indossava un cappotto scuro e camminava svelto, con il telefono ancora in mano.
Si arrestò quando vide il padre accanto a Nina.
«Che cosa ci fai qui?»
«È una domanda che dovrei farti io.» Ettore tirò fuori la diffida. «Hai mandato questo alla stanza dove vive tua sorella?»
Vittorio guardò il foglio, poi la bambina.
La sua espressione cambiò appena, ma abbastanza perché Ettore capisse che non si trattava di un semplice errore amministrativo.
«Papà, possiamo parlarne fuori?»
«Non davanti a lei», disse Ettore, proteggendo Nina con una mano sulla spalla. «E non finché Anna non sarà fuori pericolo.»
In quel momento si aprì la porta della zona visite.
Un’infermiera disse che Anna chiedeva di vedere suo padre da solo.
Ettore entrò e trovò sua figlia appoggiata ai cuscini, più vigile ma ancora molto debole.
Anna fissò l’anello che lui teneva nel palmo.
Non tese la mano per riprenderlo.
«Se vuoi davvero sapere perché sono andata via», sussurrò, «chiedi a Vittorio della lettera che mi lesse quella sera. Mi disse che l’avevi scritta tu.»
Ettore comprese che, prima di cercare un colpevole, doveva scoprire che cosa sua figlia aveva creduto di lui per tutto quel tempo.
Per sapere che cosa conteneva quella lettera, continua con la Parte 3.













