La cartellina vuota non bastava per accusare Vittorio di aver sottratto qualcosa alla sorella.
Ettore lo sapeva bene.
Aveva lavorato tutta la vita tra ricevute, fatture e firme, e conosceva la differenza fra un sospetto e un documento verificabile.
Per questo non chiamò il figlio.
Fotografò i fogli che aveva trovato e fissò un incontro con Chiara Bassi, l’avvocata che da anni seguiva alcune questioni patrimoniali della famiglia.
Chiara lo ascoltò senza interromperlo.
Quando Ettore nominò Anna, sollevò gli occhi dagli appunti.
L’aveva conosciuta da bambina, in occasione di una festa di Lucia, ma ignorava che fosse ricomparsa.
Ettore le consegnò la copia della diffida, il vecchio quaderno e le annotazioni sulla casa di Rivoli.
«Possiamo ricostruire i passaggi documentati», spiegò Chiara. «Ma non dobbiamo confondere una rinuncia scritta su un foglietto con una rinuncia valida. Prima chiediamo gli atti e i rendiconti. Poi vedremo che cosa è stato firmato, da chi e con quali conseguenze.»
«Voglio capire se mio figlio ha mentito a me o a lei.»
«Potrebbero essere entrambe le cose. E potrebbe esserci altro che non conosciamo. Non prometterò risposte prima di averle.»
Ettore apprezzò quella prudenza.
Dopo vent’anni di supposizioni, la verità meritava un passo più lento.
Prima di uscire prese nota degli atti richiesti, per non affidarsi ancora soltanto alla memoria e alla fiducia.
Firmò la richiesta necessaria per ottenere i documenti che aveva diritto di consultare e lasciò a Chiara il compito di chiarire quali altre carte Anna avrebbe dovuto richiedere personalmente.
In ospedale Nina lo accolse con un disegno fatto sul retro del menù della mensa: tre persone intorno a un tavolo e un anello enorme al centro.
Non aveva disegnato Vittorio.
Ettore non glielo chiese.
La bambina gli disse che la madre aveva dormito e che una fisioterapista respiratoria le aveva spiegato come tossire senza spaventarsi.
«Vuoi sapere una cosa?» domandò Nina. «Quando ero piccola pensavo che non avessimo nonni. Mamma diceva che alcuni erano lontani. Non diceva che non esistevano.»
Ettore guardò il disegno.
Capì che, se avesse cercato di diventare importante nella vita di Nina troppo in fretta, avrebbe rischiato di confondere anche lei.
Le chiese allora se preferisse che le portasse matite nuove o un libro.
Nina scelse le matite, perché le sue erano quasi tutte consumate.
Anna era seduta sul letto quando lui entrò.
Aveva ancora bisogno di assistenza, ma riusciva a parlare senza interrompersi a ogni frase.
Ettore le mostrò la scatola blu, chiusa, e disse che non aveva letto altro oltre alle lettere che lei gli aveva indicato.
«Hai sempre avuto paura che ti controllassi», osservò Anna.
«E a volte ti ho dato ragione di averne.»
Quella risposta la sorprese più di un’apologia solenne.
Cominciò a raccontargli gli anni di Genova: i primi corsi di danza tenuti in una palestra condivisa, le stanze in affitto, le serate in cui aveva pensato di tornare.
Aveva conosciuto Giacomo, il padre di Nina, in una piccola biblioteca di quartiere.
Lui riparava biciclette e non aveva mai provato a convincerla che la sua storia familiare fosse semplice.
Giacomo era morto tre anni prima per una malattia improvvisa.
Anna aveva continuato a insegnare, ma nei mesi più recenti il lavoro era diventato incostante.
Tornare a Torino le era sembrato il modo migliore per ricevere assistenza da un medico che le era stato consigliato e, forse, rivedere da lontano la vecchia casa.
Aveva trovato una sistemazione temporanea al Corte degli Aceri, senza sapere chi lo gestisse.
«Quando Vittorio è entrato nella stanza, ieri mattina, ho pensato che fosse venuto per me», confessò. «Poi ha visto Nina. Mi ha chiesto se avevo detto a qualcuno il mio nome. Quando gli ho risposto di no, mi ha dato quella diffida.»
«Ti ha minacciata?»
«Ha detto che dovevo andarmene prima della sera. Che se papà avesse scoperto dove mi trovavo, avrei rimpianto di essere tornata. Non ha alzato le mani. Ma io non riuscivo a respirare bene, Nina era lì e lui sapeva quanto poco denaro avessimo.»
Ettore le disse che il motel non avrebbe più potuto imporre un allontanamento immediato senza rispettare la procedura applicabile e che Chiara avrebbe verificato anche quel documento.
Non trasformò quelle parole in una promessa di protezione assoluta: preferiva dire soltanto ciò che poteva mantenere.
«Perché non mi hai cercato quando sei tornata?» chiese infine.
Anna osservò il lenzuolo per qualche secondo.
«Perché mi vergognavo di desiderare ancora che tu mi cercassi. E perché, dopo tanti anni, non sapevo se avevo il diritto di bussare.»
Ettore le rispose che una porta chiusa per errore non cancellava il diritto di qualcuno di voler tornare.
Avrebbe voluto abbracciarla, ma lei non si mosse.
Lui rispettò quella distanza.
Due giorni dopo, Chiara lo richiamò.
Aveva ottenuto i primi estratti relativi agli affitti della casa di Rivoli, rimasta nella disponibilità della famiglia per diversi anni dopo la morte di Lucia.
Nei prospetti interni comparivano somme attribuite alla quota di Anna.
Erano registrate come versate, ma l’IBAN indicato apparteneva a un conto che non risultava fra quelli che Anna aveva dichiarato di possedere.
«Non posso ancora dire chi lo controllasse in tutti quegli anni», precisò Chiara. «Per questo ci serviranno verifiche formali. Ma c’è una cosa che deve vedere subito.»
Gli inviò la scansione di un modulo: accanto al nome di Anna c’era una firma tracciata con lettere esitanti, che imitavano la sua grafia.
In calce, nello spazio riservato a chi aveva raccolto il documento, compariva il nome di Vittorio.
Ettore tornò con gli occhi alla data.
Il modulo era stato compilato tre mesi dopo la scomparsa di Anna.
In quel periodo suo figlio gli aveva assicurato di non avere più nessun contatto con la sorella.
Se Vittorio non sapeva dove fosse, come aveva potuto farle firmare quel foglio?
E se invece lo sapeva, perché aveva lasciato che entrambi vivessero nella convinzione di essere stati abbandonati?
La risposta avrebbe richiesto di guardare in faccia suo figlio, senza permettergli ancora di scegliere le parole al posto di Anna.
Per seguire il confronto che quella firma rese inevitabile, passa alla Parte 5.













