Ettore rimase accanto al letto mentre Anna cercava un modo per raccontare una sera che, per lei, non era mai davvero finita.
Non le chiese di parlare in fretta.
Aveva imparato, troppo tardi, quanto una domanda pronunciata nel momento sbagliato potesse somigliare a un ordine.
«Era novembre», disse lei. «La mamma era morta da poco più di un anno. Tu eri fuori Torino per due giorni. Vittorio venne nell’appartamento dove provavo le coreografie e disse che avevi deciso di non aiutarmi più.»
Ettore ricordava quel periodo.
Sua moglie Lucia aveva lasciato un vuoto in ogni stanza.
Anna insegnava danza ai bambini e sperava di aprire un corso tutto suo.
Vittorio, invece, aveva cominciato ad amministrare alcune entrate familiari, una responsabilità che Ettore gli aveva affidato perché lo riteneva il più pratico dei due.
«Non avevo deciso niente del genere», disse.
«Lo so soltanto adesso. Allora lui tirò fuori una lettera. Non me la lasciò leggere. Disse che era troppo dolorosa e che avrebbe preferito leggerla lui.»
Anna chiuse gli occhi.
Ricordava la voce sicura del fratello, la pioggia contro i vetri e una frase che aveva continuato a sentirsi ripetere per vent’anni: suo padre non voleva più sacrificare la famiglia per i sogni di una figlia ingrata.
«Mi disse anche che non avrei avuto diritto a nulla di quello che la mamma aveva lasciato. Che avevo già ricevuto abbastanza.»
«E tu gli credesti?»
Anna aprì gli occhi, ferita.
«Avevo ventotto anni. Avevo appena perso mamma. Lui conosceva tutti i nostri conti e diceva di parlare per te. Tu non mi rispondevi al telefono. Che cosa avrei dovuto credere?»
Ettore non replicò subito.
A quell’epoca aveva passato molte giornate lontano da casa per assistere una zia malata.
Il telefono di casa era spesso nelle mani di Vittorio, che gli riferiva soltanto i messaggi che riteneva importanti.
Ricordava anche le proprie parole di rabbia quando, rientrando, aveva trovato la stanza di Anna vuota.
«Vittorio mi disse che eri partita con qualcuno», rispose. «Mi mostrò un biglietto. C’era scritto che non volevi essere cercata. Io provai comunque a trovarti.»
«Io non ho scritto nessun biglietto.»
La frase rimase fra loro.
Anna aveva mandato tre lettere nei mesi successivi alla partenza, tutte indirizzate alla casa di famiglia.
Non aveva ricevuto risposta.
Dopo il terzo silenzio, aveva smesso di scrivere.
Ettore le raccontò invece delle buste che gli erano tornate indietro e degli indirizzi che Vittorio gli aveva fornito, sempre inutilizzabili.
Entrambi avevano creduto di essere stati respinti dall’altro.
Non si erano limitati a perdere un indirizzo o un numero di telefono: avevano costruito intere vite intorno a un rifiuto che nessuno dei due aveva pronunciato davvero.
Una dottoressa entrò per aggiornarli.
Gli esami suggerivano una polmonite che richiedeva terapia e osservazione; la disidratazione era importante, ma Anna stava rispondendo alle prime cure.
Ettore ringraziò e si scostò dal letto.
Prima che uscisse, Anna gli indicò la borsa di stoffa recuperata dal motel.
«C’è una scatola di latta blu nella tasca interna. Troverai le copie delle lettere che ho scritto. Non sapevo a chi darle.»
Ettore aprì la borsa soltanto quando lei annuì.
La scatola era piccola, graffiata su un angolo.
Dentro c’erano fotografie, una ricevuta di un vecchio ufficio postale, tre fogli piegati e una cartolina disegnata da Nina.
Le copie delle lettere non accusavano nessuno.
Anna chiedeva soltanto al padre di spiegarsi e diceva di sentirne la mancanza.
Su un foglio c’era una frase sottolineata: «Non voglio i soldi, voglio sapere se ti ho deluso davvero».
Ettore dovette sedersi.
Aveva trascorso anni convincendosi che il silenzio di Anna fosse una scelta.
Adesso aveva davanti la prova che almeno una parte di quel silenzio non le apparteneva.
Quando tornò nella sala d’attesa, Vittorio era ancora lì.
Nina dormiva accanto a un distributore automatico, coperta da una giacca prestata da un’infermiera.
Ettore fece cenno al figlio di seguirlo nel corridoio.
«Le hai letto una lettera da parte mia vent’anni fa. Che cosa diceva?»
Vittorio si passò una mano sul viso.
«Papà, Anna era furiosa con tutti. Non puoi basarti su quello che ricorda dopo tanti anni.»
«Non ti ho chiesto come stava Anna. Ti ho chiesto che cosa le hai letto.»
«Non ricordo parola per parola.»
Ettore gli mostrò soltanto una delle copie, senza consegnargliela.
Vittorio riconobbe la calligrafia della sorella e il suo sguardo scese subito verso la data.
«Dove l’hai trovata?»
«È più importante sapere perché non l’ho mai ricevuta.»
Vittorio non rispose.
Disse che avrebbe parlato con calma il giorno seguente e lasciò il corridoio.
Ettore non cercò di trattenerlo davanti alla bambina addormentata.
Annotò però le parole esatte della conversazione sul retro di una ricevuta: per la prima volta comprendeva quanto fosse necessario distinguere ciò che sapeva da ciò che sospettava.
Il mattino seguente tornò nella vecchia casa dove non aveva mai tolto i quadri di Lucia.
Nell’armadio del suo studio conservava una cartella con tutti i tentativi di rintracciare Anna.
Vi trovò quattro buste con il timbro di restituzione, tutte spedite a indirizzi che gli erano stati indicati da Vittorio.
Una di esse aveva il nome di una via di Genova che, secondo una vecchia nota a matita, non risultava nemmeno nel quartiere segnalato.
Sotto la cartella c’era un quaderno di Lucia.
La moglie vi aveva annotato piccoli risparmi destinati ai figli, affitti di una casa ereditata e spese di manutenzione.
Accanto a una voce relativa alla vendita di un immobile a Rivoli, Ettore trovò un foglietto più recente, compilato dal figlio: «Anna informata; rinuncia concordata».
Non c’era alcuna firma della figlia.
Era forse soltanto un appunto.
Non dimostrava una frode.
Ma apriva una domanda che Vittorio aveva accuratamente evitato: perché il nome di Anna compariva in una decisione patrimoniale presa quando suo padre credeva che lei fosse sparita?
Ettore cercò il fascicolo completo.
Al posto della ricevuta che avrebbe dovuto spiegare quella rinuncia trovò una cartellina vuota, con una data e una sola iniziale scritta nell’angolo: V.
Non aveva ancora la risposta, ma capì che la lettera inventata poteva essere soltanto il primo pezzo di una menzogna molto più lunga.
Per scoprire che cosa si nascondeva dietro quella rinuncia, leggi la Parte 4.













