Vittoria chiese all’agente di ripetere con precisione ciò che Sergio Neri aveva dichiarato.
Non voleva confondere un sospetto con una prova, soprattutto dopo aver scoperto quanto danno potessero fare le parole dette senza essere verificate.
— La signora Bianca gli ha chiesto di controllare dove andassero Elisa e sua figlia — spiegò l’agente. — Gli ha detto di impedire che incontrassero lei, signora Bellini. Neri sostiene di non aver ricevuto l’ordine di usare violenza, ma ha ammesso di essersi presentato sotto casa e di aver cercato di spaventare Elisa.
— Perché coinvolgere Mia?
— Perché la bambina accompagnava spesso Elisa. Neri sapeva dell’anello che sua sorella portava al collo e temeva che qualcuno riconoscesse il gioiello. Sono sue dichiarazioni, naturalmente. Dovremo riscontrarle.
Vittoria ringraziò e chiamò immediatamente Teresa.
La vicina rispose dalla cucina: Mia era con lei, stava disegnando e non c’erano persone sospette fuori dalla porta.
Era stato concordato con gli agenti un modo rapido per segnalare nuovi avvicinamenti.
Vittoria si accorse che respirava soltanto dopo aver sentito la voce della bambina.
— Ho disegnato due rose uguali — disse Mia al telefono. — Una per te e una per la mamma. Posso tenere il disegno?
— Certamente. È tuo.
— Poi te lo faccio vedere.
Il suo tono normale fu più difficile da sopportare di qualsiasi lacrima.
Mia aveva trascorso una notte di paura e già cercava di rimettere ordine nel mondo con un foglio e dei colori.
Vittoria si promise di non trasformarla in un simbolo di quella storia.
Era una bambina, non una prova da mostrare a qualcuno.
Nel pomeriggio incontrò il proprio avvocato e consegnò le copie dei documenti trovati nello studio.
Il legale spiegò che l’eventuale falsificazione, la destinazione del denaro e la responsabilità dei singoli dovevano essere valutate separatamente, anche per il tempo trascorso.
Non promise né un processo rapido né il recupero dell’intera somma.
— Quello che possiamo fare subito — disse — è preservare i documenti, segnalare gli atti sospetti e impedire che la pressione su Elisa continui indisturbata.
Vittoria gli chiese di contattare anche un professionista indipendente per Elisa.
Non voleva che sua sorella si trovasse costretta a scegliere tra fidarsi di lei e restare senza tutela.
L’avvocato approvò.
All’uscita dallo studio, un uomo dall’aria stanca la chiamò per nome.
Aveva il viso stanco e le mani chiuse attorno a una busta rigida.
— Vittoria, sono Dario. Il figlio di zia Bianca.
Vittoria lo ricordava ragazzo, seduto al tavolo delle feste di famiglia, incapace di incrociare lo sguardo di Elisa.
Adesso aveva quasi quarant’anni.
— Non ti chiedo di perdonarmi — cominciò. — Ti chiedo soltanto di consegnare queste cose a chi sta seguendo la vicenda.
Nella busta c’erano due lettere originali scritte da Elisa.
Non erano state aperte tutte allo stesso modo: una conservava ancora il lembo incollato, l’altra aveva un taglio netto sulla parte superiore.
Una era indirizzata alla casa dei Bellini; l’altra a Vittoria, all’indirizzo dove abitava allora.
— Mia madre mi disse di distruggerle — raccontò Dario. — Non ce l’ho fatta. Le ho nascoste dentro un libro quando ho lasciato quella casa. Stamattina mi ha telefonato, dicendo che la polizia aveva identificato Neri. Ho capito che il nostro silenzio faceva paura perfino a una bambina.
Vittoria resistette all’impulso di leggerle subito.
Chiese al cugino di accompagnarla dal legale, perché la consegna fosse documentata.
Lui annuì, sollevato e spaventato insieme.
Seduti davanti all’avvocato, Dario spiegò che diciassette anni prima aveva accumulato debiti pesanti.
Bianca aveva usato parte del ricavato della vendita di Rosewood per aiutarlo, nascondendo alla famiglia l’ammontare del trasferimento.
Quando Elisa aveva contestato la delega, Bianca aveva temuto che l’intera operazione emergesse.
— Mi fece ricopiare alcuni indirizzi e recuperare vecchi biglietti firmati da te — disse Dario a Vittoria. — Sosteneva che fosse l’unico modo per evitare che tuo padre soffrisse un altro colpo. Sapevo che era una menzogna. Non ho fermato niente.
— Quando ho capito che Elisa non sarebbe tornata, avrei potuto cercarla io — aggiunse. — Avevo un indirizzo di Verona, scritto sulla prima busta. L’ho lasciato in fondo a un cassetto perché temevo di dover confessare quello che sapevo. Non era prudenza. Era vigliaccheria.
— Hai falsificato la mia firma?
— Ho aiutato a preparare la lettera. La firma l’ha imitata mia madre. Non so chi abbia scritto quella sulla delega di Elisa.
— E chi spedì la falsa lettera con il timbro del 14 settembre?
— Io. L’imbucai a Milano mentre mia madre era a Pavia. Non dovevo crederle quando diceva che quella menzogna avrebbe salvato tutti.
Il legale prese appunti e spiegò a Dario che avrebbe dovuto ripetere quelle dichiarazioni nelle sedi appropriate.
Non lo rassicurò sulle conseguenze.
Dario disse di essere disposto a farlo e si allontanò senza chiedere un abbraccio.
Vittoria rimase per alcuni minuti davanti alla busta vuota.
Provava rabbia verso Bianca, ma anche una vergogna più difficile da nominare.
Per anni aveva scambiato la propria comodità per la prova che tutto fosse stato risolto.
In ospedale, Elisa ascoltò senza interrompere.
Le consegnarono fotografie delle buste, non gli originali, che il legale stava custodendo in vista delle verifiche.
Vedendo le date e gli indirizzi, Elisa riconobbe le due lettere e passò un dito sul bordo del telefono.
— In una scrivevo che avevo paura — ricordò. — Nell’altra chiedevo soltanto di vederci per un caffè. Pensavo che non volessi nemmeno quello.
Vittoria abbassò la testa.
— C’è una cosa che devo dirti prima che tu la scopra da un documento — disse. — La firma sulla mia autorizzazione a vendere Rosewood è vera. L’ho messa io.
Elisa non rispose subito.
Mentre la luce del corridoio si accendeva, guardò l’anello appeso alla catenina, posato sul comodino.
— Io sapevo che avevi firmato — disse infine. — Bianca me lo aveva detto prima che sparissi. Ma volevo sentirlo da te.
— Credevo che avremmo usato il denaro per papà. Non sapevo di Dario.
— Non ti sto accusando di aver preso quei soldi.
Elisa chiuse le mani sul lenzuolo.
— Ti sto chiedendo perché non mi hai ascoltata quando ti dissi che quella firma non era mia.
Vittoria cercò nella memoria una risposta capace di giustificarla.
Non ne trovò nessuna.
Ricordava Elisa sulla soglia che le chiedeva di guardare una carta e lei che, esausta per la malattia del padre, aveva detto di parlare con Bianca.
Era stato più semplice delegare il dolore che riconoscerlo.
— Ho sbagliato — ammise. — Non ti ho creduta perché crederti avrebbe significato fare una scelta difficile.
Elisa rimase in silenzio.
Le lacrime non le cancellarono l’amarezza dagli occhi.
— La mamma ci aveva chiesto di non lasciarci sole — sussurrò. — E io, quella notte, ero sola davvero.
Vittoria capì che ritrovare sua sorella non significava avere già ottenuto il suo perdono.
Avrebbe dovuto imparare a restare, anche davanti a una verità nella quale non era innocente.
Per seguire la scelta che Vittoria avrebbe fatto senza chiedere a Elisa di dimenticare, continua con la Parte 6.













