Quella notte Vittoria non riuscì a dimenticare la domanda di Elisa sulle lettere.
Passò invece un’ora con gli agenti a riferire le parole di Elisa, poi accompagnò Mia dalla vicina Teresa, dopo che il personale ospedaliero e l’assistente sociale ebbero verificato che la donna potesse occuparsi di lei.
Non voleva sostituirsi a qualcuno senza il consenso della madre.
Voleva soltanto che la bambina potesse dormire senza pensare a un uomo dietro la porta.
Teresa abitava nello stesso stabile di Elisa.
Il capogiro che l’aveva costretta a chiudere il banco dei fiori era passato, ma si rimproverava di aver lasciato Mia senza un accompagnatore.
Era una donna di sessantacinque anni, con le mani segnate dal lavoro ai fiori e una cucina che profumava di minestra.
Riconobbe immediatamente Vittoria dalla somiglianza con la fotografia conservata da Elisa.
— Non sapevo se avrei mai visto quella ragazza entrare davvero qui — disse.
Vittoria non volle chiedere altro davanti a Mia.
Rimase finché la piccola non si addormentò sul divano, stringendo un cuscino.
Poi Teresa la accompagnò nell’ingresso e le mostrò una scatola di cartone.
— Elisa ha conservato tutto. Non le ho mai detto di buttare via quelle carte, anche quando le facevano male.
C’erano ricevute di raccomandate, fotografie e le copie sbiadite di alcune lettere.
Vittoria osservò quattro buste con gli indirizzi scritti nella grafia di sua sorella.
Tre buste erano destinate alla casa di famiglia, una direttamente a lei.
Sulla ricevuta della quarta, consegnata, si vedeva una firma che ricordava quella di Bianca.
All’epoca la zia ritirava spesso la posta quando Vittoria passava intere giornate a Pavia accanto al padre: poteva aver firmato legittimamente la ricevuta, ma questo non spiegava perché la lettera fosse sparita.
— Posso fotografare la ricevuta? — chiese.
— Se Elisa è d’accordo. Prima glielo domanderemo.
La prudenza di Teresa sorprese Vittoria.
Era abituata a persone che le offrivano subito quello che desiderava.
Quella sera imparò che la fiducia non si ricostruiva prendendo in mano gli oggetti altrui, nemmeno quando si aveva una buona ragione per farlo.
La mattina seguente Elisa autorizzò l’invio delle immagini agli agenti.
Vittoria si recò anche nella vecchia abitazione dei Bellini, dove Bianca continuava a vivere in un appartamento al piano terra per un accordo stipulato con il padre.
Dopo la morte dell’uomo, sette anni prima, Vittoria non aveva mai avuto il coraggio di svuotarne lo studio.
Nel corridoio restavano i quadri scelti dalla madre.
Su un ripiano c’era ancora la fotografia delle due sorelle davanti al cancello di Rosewood, con i capelli scompigliati dal vento del lago.
Vittoria la prese in mano e ricordò che Elisa non era sempre stata prudente o malinconica.
Da ragazza rideva più forte di chiunque altro.
Bianca era uscita.
Vittoria aveva ancora la chiave dello studio e vi entrò per cercare i fascicoli dell’eredità.
Non frugò nelle stanze private della zia.
Aprì soltanto il mobile che conteneva i documenti di suo padre, rimasto di sua proprietà.
Fra le cartelle trovò la copia dell’atto di vendita di Rosewood.
C’erano le firme degli eredi e una delega attribuita a Elisa.
Vittoria conosceva quella pagina: l’aveva vista poco dopo la scomparsa di Elisa, diciassette anni prima, senza chiedersi perché una sorella che aveva contestato la vendita avesse infine firmato.
La consapevolezza la costrinse a sedersi.
Le avevano detto che Elisa aveva sottoscritto l’autorizzazione prima di fuggire.
Lei aveva accettato quella spiegazione perché era più facile che riconoscere quanto poco sapesse.
Guardò il proprio nome accanto agli altri.
La sua firma era autentica.
Aveva autorizzato la vendita convinta che i proventi sarebbero serviti alle cure del padre e alla manutenzione della proprietà.
Non aveva seguito la destinazione del denaro, affidandosi interamente a Bianca.
Ricordò una telefonata di quell’anno.
Elisa le aveva chiesto di vedere i conti prima di decidere, ma Vittoria, esausta per i ricoveri del padre, aveva tagliato corto.
Le aveva detto che la zia conosceva ogni fattura e che continuare a discutere avrebbe soltanto peggiorato le cose.
Quella frase, che allora le era sembrata una richiesta ragionevole di pace, adesso le suonava come una porta chiusa in faccia alla sorella.
Non serviva una firma falsa per rendere reale quella mancanza di ascolto.
Un secondo fascicolo conteneva un rendiconto compilato a mano.
Accanto alla voce relativa alla vendita, la zia aveva annotato una somma trasferita come prestito a Dario, suo figlio.
Non c’erano ricevute di restituzione, soltanto promesse di pagamento e una data continuamente spostata.
Vittoria fotografò le pagine senza modificarle e chiamò il suo avvocato di fiducia.
Non gli chiese di far arrestare nessuno.
Gli domandò di conservare copie dei documenti, distinguere le responsabilità e verificare quale fosse la loro effettiva validità.
— Anche se la firma di Elisa fosse falsa — rispose lui — non possiamo dedurre tutto da un foglio. Occorrono gli originali, le verifiche e la ricostruzione dei passaggi. Non affrontare Bianca da sola se vi sono minacce in corso.
Vittoria chiuse il mobile.
Trovò poi un foglietto infilato dietro la fotografia sul ripiano.
Era scritto con la mano tremante del padre, molti anni dopo la scomparsa:
«Ho chiesto di Elisa. Mi hanno detto che non vuole vedermi. Non so più a chi credere».
Quelle poche parole non provavano chi avesse mentito.
Mostravano però che persino il padre, nella sua malattia, non aveva avuto risposte.
Vittoria ripose il foglietto in una busta e lo segnalò al legale.
Quando uscì dallo studio, Bianca era nell’atrio.
Portava un cappotto chiaro e teneva ancora in mano le chiavi della macchina.
Guardò il fascicolo sotto il braccio di Vittoria e capì prima ancora che venisse pronunciato un nome.
— Hai parlato con Elisa — disse.
Non era una domanda.
— È viva. Ha una figlia. E qualcuno sta seguendo quella bambina.
Bianca posò lentamente le chiavi sul mobile.
— Non sai in che cosa ti stai mettendo.
— Allora raccontamelo. Dimmi perché le sue lettere non sono mai arrivate.
— Tua sorella era impulsiva. Nostro dovere era proteggere tuo padre.
— Proteggerlo da cosa? Dalla possibilità che parlasse con sua figlia?
La zia si voltò verso la finestra.
Per un momento parve invecchiare di dieci anni.
— Ci sono cose che non puoi rimediare soltanto piangendo — rispose.
Vittoria fece un passo avanti, ma ricordò il consiglio dell’avvocato e non lasciò che la rabbia decidesse per lei.
— Se vuoi spiegare qualcosa, fallo davanti a chi raccoglie i fatti. Non puoi chiedermi ancora di tacere.
Mentre usciva, il telefono vibrò.
Era l’agente che aveva raccolto la denuncia al ristorante.
L’uomo delle telecamere era stato identificato: Sergio Neri, un investigatore privato.
— Lo stiamo ascoltando — disse l’agente. — Ha ammesso di aver ricevuto istruzioni per sorvegliare Elisa Marini. E ha fatto un nome.
Vittoria rimase immobile sul marciapiede.
— Bianca?
— Sì. Ma c’è un dettaglio più grave. Neri sostiene che le istruzioni non riguardavano soltanto sua sorella.
Vittoria pensò a Mia, addormentata con il cuscino fra le braccia.
Per sapere perché anche la bambina fosse finita nel mirino di chi custodiva il segreto, continua con la Parte 5.













