Vittoria rimase sulla soglia, mentre Mia sedeva accanto al letto con la mano intrecciata a quella della madre.
Elisa non sembrava aspettarsi un abbraccio.
Aspettava una risposta.
— Quali lettere? — chiese Vittoria.
Elisa distolse lo sguardo.
— Quelle che ti ho scritto dopo essere andata via. Le prime tre le ho spedite alla casa di nostro padre. L’ultima era raccomandata. Non hai mai risposto, tranne una volta.
Vittoria sentì la stessa incredulità di quando aveva udito la parola Rosewood.
— Io non ho ricevuto niente. Ti ho cercata per mesi. Bianca diceva che non volevi essere trovata.
A quel nome, Elisa strinse il lenzuolo.
Mia guardò prima l’una e poi l’altra, senza capire perché due donne adulte si parlassero come estranee.
— Chi è Bianca? — domandò.
— Una persona della nostra famiglia — rispose Elisa. — E qualcuno di cui dobbiamo parlare con molta attenzione.
L’infermiera ricordò a tutti che la paziente aveva bisogno di riposo.
Vittoria chiese se potesse restare qualche minuto e ottenne il consenso di Elisa.
Quando Mia fu accompagnata a scegliere una bevanda calda con la volontaria, le due sorelle rimasero sole per la prima volta dopo diciassette anni.
Vittoria avvicinò una sedia, ma non prese la mano di Elisa.
— Pensavo fossi partita perché mi odiavi.
— Io pensavo lo stesso di te.
Elisa parlava piano, fermandosi ogni tanto per respirare.
Il medico le aveva spiegato che l’infezione ai reni, trascurata troppo a lungo, aveva richiesto cure urgenti.
Le sue condizioni erano stabili, ma avrebbe dovuto restare ricoverata ancora alcuni giorni.
— Ricordi la sera della valigia? — chiese Elisa.
Vittoria annuì.
Rivide il portone, il cappotto bagnato, la paura negli occhi della sorella.
— Volevo dirti che avevo trovato una firma falsa nei documenti della casa sul lago — proseguì Elisa. — Bianca mi aveva mostrato un foglio secondo cui io autorizzavo la vendita. Non avevo firmato niente.
La casa era Rosewood, vicino a Stresa.
La loro nonna, cresciuta in Inghilterra, aveva dato quel nome alla piccola proprietà affacciata sul Lago Maggiore.
Vittoria conosceva quel nome soprattutto per l’incisione del proprio anello, l’unico che credeva esistesse.
Per sua madre Rosewood non era un marchio di valore, ma la promessa che entrambe le figlie avrebbero avuto un posto in famiglia.
— Dopo la morte della mamma — disse Vittoria — papà stava sempre peggio. Bianca si occupava dei documenti. Io le credevo.
— Lo so. Per questo volevo parlarti da sola.
Elisa chiuse gli occhi per un momento.
— Quella notte Bianca mi disse che, se avessi parlato, avrebbe denunciato me per il denaro sparito dal conto destinato alle cure di papà. Mi mostrò una ricevuta con il mio nome. Anche quella non era mia.
Vittoria sentì risalire una memoria sgradevole.
Bianca le aveva ripetuto per anni che Elisa aveva preso denaro ed era fuggita per evitare uno scandalo.
Non aveva mai mostrato la denuncia, perché aveva detto di voler proteggere il buon nome della famiglia.
— E perché non sei andata subito dalla polizia? — chiese Vittoria.
— Ci sono andata a chiedere consiglio, ma avevo soltanto copie. Il giorno dopo la cartella con i documenti era sparita dalla mia valigia. Ero terrorizzata. Avevo ventinove anni e non riuscivo più a distinguere una minaccia vera da una inventata.
Elisa raccontò di essersi rifugiata a Verona da una conoscente.
Aveva scritto alla sorella appena trovato un indirizzo sicuro.
Aspettò settimane senza risposta, poi ricevute e silenzio cominciarono a sembrarle una scelta precisa.
— Una lettera arrivò invece da te — disse. — Era breve. Diceva che non volevi più avere niente a che fare con me e che dovevo lasciarti vivere in pace.
Vittoria scosse la testa.
— Non l’ho scritta.
— Portava la tua firma.
— Anche i documenti portavano la tua.
Restarono a guardarsi.
Non bastava quella somiglianza a ricostruire la verità, ma per la prima volta vedevano la stessa possibilità.
Qualcuno aveva parlato a nome di entrambe.
Elisa indicò il mobile vicino al letto.
Nella borsa c’era una piccola custodia di stoffa, consegnata con i suoi effetti personali.
Dentro, appeso a una catenina, brillava il secondo anello d’oro.
Vittoria si tolse il proprio e lo posò accanto all’altro sul palmo aperto di Elisa.
Le due rose erano identiche, con una piccola imperfezione sul lato sinistro di ogni petalo.
Vittoria fissò il secondo gioiello, incapace di nascondere lo stupore.
— Credevo che il mio fosse l’unico — disse.
— Lo credevi perché non ti avevo mai mostrato questo. Mamma me lo affidò poco prima di morire. Voleva che ciascuna di noi conservasse una rosa con il nome della casa. Io aspettavo il momento giusto per dirtelo.
— E quel momento non è mai arrivato.
— Non prima che ci separassero le nostre paure — rispose Elisa.
Vittoria seguì con un dito la piccola imperfezione dei petali: anche quel segno combaciava.
Non erano due gioielli soltanto simili, ma due anelli realizzati insieme, all’insaputa di Vittoria.
— Mamma diceva che una rosa non deve essere perfetta per essere riconoscibile — mormorò Elisa.
Vittoria ricordava quelle parole.
Le facevano quasi più male dei diciassette anni perduti.
— Davvero non sapevi che fossi viva? — chiese Elisa.
— Ho pagato persone perché ti cercassero. Una volta mi dissero che avevi cambiato regione. Poi nessuno trovò più nulla. Ho smesso quando papà si è ammalato definitivamente. Ho chiamato quella rinuncia rispetto della tua volontà, ma forse era soltanto la mia paura di sentirmi rifiutare ancora.
Elisa ascoltò senza assolverla immediatamente.
— Io avrei potuto provare un’altra strada — disse. — Quando mi sono sposata, avrei potuto cercarti di persona. Davide mi incoraggiava. Ma quella lettera era sempre lì.
Davide Marini, suo marito, era morto quattro anni prima.
Aveva conosciuto Elisa quando lei lavorava in una piccola libreria di Verona.
Mia era nata dieci anni prima, e dopo la morte del padre madre e figlia si erano trasferite a Milano, dove Elisa conosceva una vicina disposta ad aiutarle.
— Perché hai ricominciato a cercare quei documenti adesso? — chiese Vittoria.
— Per Mia. Non voglio lasciarle soltanto il racconto di una fuga. Ho chiesto una copia dell’atto di vendita di Rosewood e della delega che porta il mio nome. Due settimane dopo, quell’uomo ha cominciato a comparire vicino a casa.
Vittoria raccontò del ristorante, delle telecamere e degli agenti.
Elisa guardò la porta con una paura che provò a nascondere.
— Ha provato a fermarmi ieri fuori dal supermercato — confessò. — Ha detto che avrei dovuto rinunciare a esaminare il passato. Non l’ho raccontato a Mia.
L’infermiera rientrò per controllare la terapia.
Vittoria promise che avrebbe riferito ogni dettaglio alla polizia e che non avrebbe lasciato Mia sola quella notte.
Prima di uscire, Elisa la richiamò.
— Nella mia borsa c’è una busta con la tua vecchia lettera. Guardala bene, soprattutto il timbro postale.
Vittoria aprì la busta, con il permesso della sorella.
Riconobbe la carta intestata che usava da ragazza e una firma molto simile alla sua.
Ma sulla busta lesse il timbro postale di Milano: 14 settembre.
Quel giorno di diciassette anni prima, Vittoria non era a Milano.
Era rimasta accanto al padre ricoverato a Pavia, e Bianca era andata a trovarli.
Il timbro non bastava a provare chi avesse scritto la lettera, ma offriva un fatto verificabile che non coincideva con il racconto ricevuto.
Per scoprire chi aveva usato quella carta e perché conosceva i loro movimenti, leggi la Parte 4.













