Beatrice non aveva alzato la voce, e proprio per questo le sue parole erano sembrate più dure.
Elena rimase ferma accanto alla libreria.
Avrebbe potuto mostrare la busta ricevuta da Sofia, spiegare l’aiuto dato anni prima, ricordare che non aveva chiesto di incontrare la bambina.
Non fece nulla di tutto questo.
«Ha ragione a preoccuparsi per sua nipote», rispose.
«Io non sono qui per prendere il posto di Giulia.»
«Non ho detto questo.»
«Ma è quello che teme.»
Beatrice serrò le labbra.
Matteo si fece avanti, senza mettersi tra le due donne come un giudice.
«Mamma Beatrice, Elena è venuta per una selezione.
Non l’ho invitata a far parte della nostra famiglia.»
«E Sofia?
Lo sa?» chiese Beatrice.
«Da due giorni parla soltanto della donna che ha aiutato sua madre.
Ha ricominciato a tirare fuori tutte le lettere.
Io la sento di notte chiedere se la mamma avrebbe voluto conoscere quella sconosciuta.»
Elena abbassò gli occhi.
Fino a quel momento aveva pensato alla lettera come a una cosa che Giulia le aveva lasciato.
Ora capiva che quel ricordo apparteneva soprattutto a una bambina che cercava di ricostruire la voce della madre.
«Se la mia presenza crea confusione, mi farò da parte», disse.
Matteo scosse il capo.
«Non decidiamo senza chiedere a Sofia che cosa prova.»
Beatrice gli rivolse uno sguardo stanco.
«È proprio quello che ti ho chiesto per mesi.»
Le parole rimasero sospese.
Matteo sembrò voler rispondere, poi si fermò.
Per una volta Elena vide in lui non il proprietario dell’hotel, ma un padre al quale qualcuno aveva ricordato una mancanza.
Beatrice strinse la fotografia.
«Dopo la morte di Giulia, Sofia ha passato molti pomeriggi a casa mia.
Non voleva tornare nel suo letto, perché sentiva l’odore della madre nei cuscini.
Io le dicevo che poteva piangere.
Tu le dicevi che doveva essere forte.»
«Pensavo di aiutarla», mormorò Matteo.
«Forse volevi aiutare te stesso a non piangere davanti a lei.»
Beatrice guardò la fotografia che teneva in mano.
Giulia vi sorrideva con i capelli raccolti male e una macchia di farina sul grembiule, mentre Sofia cercava di rubare un cucchiaio di impasto.
«Questa era la domenica prima che si ammalasse», disse.
«Quando Sofia mi chiede com’era sua madre, io le racconto della malattia perché sono gli ultimi mesi che ricordo meglio.
Poi mi accorgo che le sto togliendo tutto il resto: la risata, la voce stonata, il modo in cui bruciava sempre il pane.»
Matteo osservò la foto senza toccarla.
«Io evito persino di guardarle», confessò.
«Ho paura che Sofia mi veda crollare.»
«E invece lei pensa di dover reggere te», rispose Beatrice.
Elena capì che il disaccordo non riguardava soltanto una sconosciuta comparsa davanti all’hotel.
Due adulti avevano cercato di proteggere una bambina nascondendole parti diverse dello stesso dolore, e ora non sapevano più come parlarsi.
Elena fece un passo indietro.
Non aveva diritto di assistere a quel dolore come se fosse una discussione sul suo impiego.
«Vi lascio parlare», disse, e raggiunse la hall.
Fu Caterina a fermarla, pochi minuti dopo, vicino all’uscita.
La selezione non era conclusa.
C’erano altre due candidate, entrambe preparate, e la struttura prevedeva una prova pratica retribuita per tutte le finaliste.
Se Elena fosse stata ancora disponibile, avrebbe potuto partecipare il sabato successivo.
«Il signor Rinaldi non prenderà parte alla valutazione», precisò Caterina.
«Ha chiesto espressamente di non farlo.»
Elena pensò alla madre, alle spese di casa e a quanto desiderasse quella possibilità.
Accettò, chiedendo che gli stessi criteri fossero applicati a ciascuna candidata.
Il sabato si presentò in anticipo.
Indossava una camicia semplice e scarpe comode, non il cappotto con cui aveva cercato di sembrare sicura.
Lucia le mostrò il banco di accoglienza, il programma delle prenotazioni e le procedure per i reclami.
Quattro ore erano sufficienti per capire se una persona sapeva ascoltare, spiegò, non per conoscerla completamente.
La prima difficoltà arrivò quando un ospite anziano si accorse che il suo bagaglio era stato portato nella camera sbagliata.
Era agitato perché dentro aveva i farmaci e i documenti.
Elena non lo interruppe.
Fece verificare il numero dell’etichetta, rimase con lui mentre un collega recuperava la valigia e gli aggiornò i tempi senza promettere miracoli.
Lucia osservò la scena a distanza.
Nessuno applaudì e nessuno parlò di una seconda possibilità.
Il bagaglio tornò al proprietario, che ringraziò e salì in camera.
Elena riprese a lavorare.
A metà mattina vide Sofia nel salottino accanto alla hall.
Era con Beatrice, che si era assentata per parlare al telefono pochi passi più in là.
La bambina sedeva sul tappeto e piegava un foglietto blu.
Ogni volta che finiva una piega, la disfaceva e ricominciava.
Elena passò senza fermarsi.
Poi sentì Sofia chiamarla.
«Tu sai fare le stelle che si chiudono?»
«Le facevo una volta.
Non sono mai stata bravissima.»
Sofia le mostrò il foglio.
«Non ricordo come le avevi fatte.
Mamma me l’aveva insegnato, ma adesso mi viene soltanto una punta.»
Elena si sedette sulla sedia più vicina, lasciando tra loro il tavolino.
«Possiamo provare.
Ma non importa se viene diversa.»
Sofia abbassò il capo e, invece di piegare ancora, strappò una piccola estremità della carta.
«Nonna è triste quando parlo di te», disse.
«Papà è triste quando parlo di mamma.
Allora non so di chi posso parlare.»
Elena sentì la tentazione di prometterle che sarebbe stata sempre lì ad ascoltarla.
Sarebbe stato facile e profondamente sbagliato.
Non poteva decidere quale posto occupare nella vita di una bambina conosciuta di nuovo da pochi giorni.
«Puoi parlare di tutte e due», rispose.
«E puoi dire a tuo padre e a tua nonna che ti dispiace vederli tristi.
Non devi scegliere chi amare per farli stare meglio.»
«E se piangono?»
«Allora piangeranno.
Gli adulti possono piangere e continuare a volerti bene.»
Beatrice era tornata sulla soglia.
Aveva sentito l’ultima frase.
Per un istante Elena temette una nuova accusa, ma la donna si limitò a sedersi accanto alla nipote.
Matteo arrivò poco dopo, avvisato da Davide che Sofia lo cercava.
Si chinò per raccogliere il foglio blu caduto sul tappeto.
La bambina glielo tolse delicatamente di mano.
«Papà, quando ti dico che mi manca mamma, tu dici sempre che va tutto bene.
Ma a me non va bene.»
Matteo rimase immobile.
Sofia gli chiese ciò che nessuna lettera poteva chiedere al suo posto: «Perché non mi lasci essere triste con te?»
La risposta di Matteo avrebbe deciso se quella famiglia era pronta ad ascoltare davvero.
Per seguire la scelta di Matteo davanti a sua figlia, continua con la Parte 5.













