Non lessi due volte quel documento.
Mi bastò una volta per riconoscere il linguaggio di Cristiano: nessuna parola apertamente crudele, soltanto frasi ordinate che trasformavano le preferenze della famiglia in decisioni amministrative.
«Hai già firmato?» chiesi.
Daniele scosse la testa.
«Allora perché sei qui?»
«Pensavo che avresti saputo cosa fare».
Mi venne quasi da ridere.
Era lo stesso uomo che, tre giorni prima, mi aveva comunicato che avrebbe visto le nostre figlie quando il lavoro glielo avesse permesso.
Ora mi chiedeva di scegliere tra la sua carriera e la sua coscienza.
«Non posso prendere questa decisione al posto tuo», dissi.
«Posso soltanto dirti che non permetterò che il nome di Emilia e Sofia venga usato per giustificare un trattamento diverso. Se si tratta di documenti societari, parlane con un professionista. Se si tratta di essere padre, parla con loro».
«Papà sostiene che il fondo è sempre stato suo».
«Elena ha verificato che i soldi non erano mai stati intestati alle bambine. È stata una promessa. La può ritirare, ma dovrà assumersene la responsabilità. E noi smetteremo di presentare quelle promesse come sicurezze».
Daniele guardò il foglio senza toccarlo.
«Se rifiuto, Patrizia prenderà il mio posto».
«Forse. Ma non è una ragione per chiedermi di convincere le nostre figlie a sentirsi meno importanti».
Gli restituii la cartellina e rientrai.
Quella notte dormii poco.
Non per l’azienda Bianchi, ma perché continuavo a vedere Emilia uscire dall’auditorium cercando di non guardare il posto vuoto accanto al mio.
La mattina seguente Daniele mi mandò una fotografia del documento ancora privo della sua firma.
Sotto scrisse: «Ho detto a papà che non lo farò».
Non risposi con un complimento.
Gli inviai invece gli orari dei prossimi due appuntamenti delle bambine e la proposta della mediatrice per organizzare visite regolari.
«Cominci da qui», scrissi.
Cristiano reagì come Daniele aveva previsto.
Lo rimosse dalla vicepresidenza nella riorganizzazione interna e affidò a Patrizia il coordinamento dei nuovi cantieri.
Daniele conservò un rapporto di lavoro con l’impresa, ma perse una parte importante del ruolo e del prestigio che aveva dato per scontati.
Quando me lo raccontò, non gli dissi che se l’era meritato.
Sapevo quanto fosse difficile distinguere una punizione meritata da un’occasione per cambiare.
E sapevo anche che un singolo rifiuto non cancellava anni di disattenzione verso le bambine.
Nel frattempo Veronica aveva parlato con Andrea.
Lo seppi da un suo breve messaggio, arrivato insieme alle scuse per avermi coinvolta nel caos della sua vita.
Mi disse che entrambi avevano acconsentito agli accertamenti e che i medici avevano chiarito quali risultati potessero essere utili e quali verifiche avrebbero potuto essere necessarie in seguito.
Non mi mandò esami, né glieli chiesi.
Il corpo e la gravidanza di Veronica non erano una prova da esibire alla famiglia di Daniele.
Una settimana dopo fu Daniele a telefonarmi.
«I risultati del test privato sono arrivati», disse.
Lasciai il computer acceso sul tavolo.
«E?»
«Il laboratorio esclude che io sia il padre biologico. Veronica aveva ragione a dire che non lo sapeva con certezza. Adesso Andrea e lei devono fare le loro valutazioni».
Rimase in silenzio per alcuni secondi.
«Papà vuole che continuiamo a presentare il bambino come mio. Dice che fuori non deve uscire niente, almeno finché non decide cosa comunicare ai soci».
«E tu che cosa vuoi?»
«Non voglio mentire. E non voglio che quel bambino cresca come il personaggio di una storia scritta da mio padre».
Non mi aspettavo quelle parole.
Non bastavano a trasformarlo improvvisamente in una persona nuova, ma per la prima volta lo sentivo parlare di un bambino senza riferirsi al suo sesso.
«Allora dillo a Cristiano», risposi.
«E lascia a Veronica la possibilità di occuparsi della sua vita senza una famiglia intera che la interroghi».
Quella sera Daniele andò dai genitori.
Me lo raccontò due giorni dopo, senza chiedermi di intervenire.
Cristiano pretendeva che non si smentissero pubblicamente gli annunci fatti ai parenti; Barbara temeva i pettegolezzi.
Daniele disse loro che una questione privata non sarebbe stata risolta con una menzogna e che i rapporti con le figlie non dipendevano dai programmi di successione.
«Papà mi ha chiamato ingrato», mi confessò.
«Che cosa hai risposto?»
«Che le mie figlie non devono pagare il prezzo della mia gratitudine verso di lui».
Mentre parlavamo, Sofia comparve sulla soglia dello studio.
Aveva sentito soltanto l’ultima frase, abbastanza per capire che qualcuno stava discutendo di lei.
Mi chiese di chiudere la chiamata e mi sedetti accanto a lei sul divano.
«Il nonno non vuole più bene a noi?»
Le dissi che non potevo leggere nella mente di Cristiano.
Potevo però dirle che nessun adulto aveva il diritto di farla sentire in gara con un bambino che non aveva ancora conosciuto.
«Io sono stanca di questa gara», rispose.
Non seppi subito che cosa dire.
Poi le proposi di scrivere, insieme a Emilia, quali cose avrebbero voluto chiedere a Daniele senza che io suggerissi le risposte.
Il giorno dopo ricevetti una pagina piegata in quattro.
C’erano tre richieste: che arrivasse quando prometteva, che non parlasse di loro come di un problema e che non chiedesse di scegliere tra mamma e papà.
Inviai a Daniele una fotografia del foglio, con il consenso delle bambine.
Rispose dopo pochi minuti: «Posso venire a parlarne sabato?»
Accettai, purché l’incontro avvenisse in un luogo neutro e le bambine potessero interromperlo quando volevano.
Fissammo un tavolo nella biblioteca di quartiere, dopo il laboratorio per ragazzi.
Sabato mattina, però, pochi minuti prima di uscire, arrivò un messaggio vocale di Barbara sul telefono di Emilia.
Non sapeva che mia figlia avrebbe potuto ascoltarlo da sola.
«Di’ alla mamma che il nonno non intende chiedere scusa. Se volete tornare a casa nostra, dovete smetterla di trattarlo come se avesse fatto qualcosa di terribile».
Emilia spense lo schermo.
Poi mi guardò e domandò una cosa che non avevo previsto:
«Possiamo incontrare papà senza dover tornare anche dai nonni?»
Era la prima volta che mia figlia non chiedeva a me di tenere unita la famiglia, ma il permesso di scegliere il proprio confine.
Per scoprire se Daniele avrebbe rispettato quel confine, continua con la Parte 5.













