Alle 11:42 il telefono vibrò sul sedile accanto a me.
Ero parcheggiata davanti al supermercato, con una lista scritta da Sofia sul retro di uno scontrino: latte, mele, biscotti con le stelle.
Sul display apparve il nome di Daniele.
Non risposi.
Non perché volessi punirlo, ma perché avevo appena riconsegnato le chiavi di una vita e non ero pronta a rientrarci dalla finestra del telefono.
Mi chiamò altre tre volte.
Alla quarta arrivò un messaggio: «Devo parlarti. È importante».
Pensai alle bambine e richiamai immediatamente.
«Sono successe cose strane durante la visita», disse senza salutare.
«Le bambine stanno bene?»
«Sì, Clara, non riguarda loro. Riguarda Veronica».
Guardai la lista della spesa.
La voce di Daniele non aveva più la sicurezza che gli avevo sentito nello studio della mediatrice.
Parlava come quando un cantiere era in ritardo e cercava qualcuno a cui attribuire l’errore.
«Il medico dice che la gravidanza è più avanti del previsto».
«Quanto più avanti?»
«Veronica ha sempre parlato di quindici settimane. Nella cartella di una visita precedente risultano ventidue settimane, confermate dai controlli di oggi».
Non dissi niente.
Sapevo che Daniele e Veronica si conoscevano da mesi, ma lui stesso aveva raccontato che la loro relazione sentimentale era iniziata soltanto quattro mesi prima.
Un conto era sospettare un tradimento.
Un altro era ascoltare un uomo che, poche ore prima, aveva annunciato con orgoglio la nascita del proprio erede e adesso cercava conforto proprio dalla moglie che aveva lasciato.
«Il medico le ha chiesto quando siamo stati insieme la prima volta», continuò.
«Poi si è scusato per averlo domandato davanti agli altri. Ha spiegato che le misure non stabiliscono chi sia il padre e che occorrono informazioni mediche corrette. Veronica ha chiesto di parlare da sola con lui».
«È giusto che lo faccia», risposi.
«Tu non capisci. Mia madre piangeva. Papà è uscito senza guardarmi».
«Capisco che sei sconvolto. Ma non sono la persona con cui devi chiarire quella gravidanza».
Ci fu silenzio.
Poi Daniele pronunciò una frase che mi fece stringere il volante.
«Mi avevi avvertito stamattina. Sapevi qualcosa?»
«No. Quando ti ho detto che non tutto era già tuo, parlavo di noi. Delle bambine. Del fatto che non puoi decidere da solo quanto valgono le persone».
«Pensavo volessi minacciarmi per la casa».
«La casa e l’auto sono questioni regolate dall’accordo. Non ho nascosto documenti e non voglio niente che non mi spetti».
Riagganciai prima che trovasse un altro motivo per coinvolgermi.
Entrai nel supermercato e impiegai dieci minuti a scegliere delle mele.
Mi accorsi di averle prese tutte uguali, senza guardare quelle che piacevano davvero a Emilia.
Era una piccola distrazione, ma mi spaventò.
Non volevo che il disordine di Daniele continuasse a occupare lo spazio riservato alle nostre figlie.
Quel pomeriggio andai a prenderle a scuola.
Emilia, dodici anni, mi mostrò il programma del concerto dell’orchestra scolastica.
Suonava il violoncello e aveva cerchiato il suo nome tre volte.
«Papà ha detto che viene venerdì», mi annunciò.
«Gliel’hai ricordato?»
«Due volte. Mi ha risposto con un pollice alzato».
Sofia invece non parlò quasi durante il tragitto.
Solo dopo cena mi chiese se avrebbe potuto continuare a chiamarsi Bianchi.
Le tolsi una briciola dalla guancia.
«Certo. Il cognome non è un premio che qualcuno può toglierti perché è arrabbiato».
«Anche se papà avrà un maschio?»
La domanda mi raggiunse con una precisione dolorosa.
Le dissi che lei ed Emilia non avevano nulla da dimostrare a nessuno e che il comportamento dei grandi non cambiava il loro posto nel mondo.
Sofia annuì, ma prima di addormentarsi mi domandò se venerdì Daniele avrebbe ricordato anche il suo saggio di danza del mese successivo.
Promisi soltanto che glielo avrei ricordato.
Non potevo promettere per lui.
Alle nove ricevetti una chiamata da Barbara.
Parlò sottovoce, come se qualcuno potesse sentirla dall’altra stanza.
«È stato un malinteso, forse. Daniele è distrutto».
«Mi dispiace che stia male».
«Veronica non dice tutto. Cristiano vuole sapere chi frequentava prima di nostro figlio».
«Allora dovete chiedere a Veronica, senza trasformare una visita medica in un interrogatorio di famiglia».
Barbara ignorò la risposta.
«In questo momento sarebbe meglio che le bambine non venissero domenica. C’è troppa tensione».
Domenica era il giorno in cui di solito le invitava a pranzo.
A Emilia piaceva il giardino dei nonni; Sofia contava le ore per preparare i ravioli con Barbara.
Dovetti sedermi.
«Hai già spiegato loro che non possono venire?»
«No, pensavo lo facessi tu. Sai essere più delicata».
Per undici anni ero stata quella che doveva trovare parole delicate per decisioni che altri prendevano senza delicatezza.
Guardai la porta della cameretta chiusa.
«Se domenica non puoi accoglierle, lo dirai tu, con sincerità e senza parlare di Veronica. Io sarò accanto a loro».
«Stai facendo una questione enorme di una domenica».
«Per loro non è una domenica. È l’ennesima volta che devono aspettare di sapere se sono desiderate».
Barbara chiuse la telefonata.
Pensai che fosse finita.
Poi, alle 22:08, arrivò un messaggio di Patrizia indirizzato per errore anche a me nella chat familiare che nessuno si era ancora preso la briga di cancellare.
«Papà dice di non avvisare Clara finché non abbiamo deciso cosa fare con il fondo intestato alle nipoti».
Il fondo era stato annunciato da Cristiano dopo la nascita di Emilia.
Aveva detto che avrebbe accantonato denaro anche per Sofia, perché entrambe potessero studiare senza chiedere favori.
Non avevo mai visto un estratto conto e non sapevo se esistessero due libretti, un investimento comune o soltanto una promessa.
Ogni compleanno Barbara parlava di un versamento, e io le avevo creduto.
Non avevo contato su quei soldi per pagare le spese di casa.
Avevo però lasciato che Emilia immaginasse di poter frequentare un conservatorio, se un giorno ne avesse avuto il talento e il desiderio.
Ora qualcuno collegava quella promessa alla paternità incerta di un bambino ancora non nato.
Il denaro dei nonni era una loro scelta, ma il modo in cui parlavano delle nipoti non lo era più, almeno non senza una risposta.
Rimasi a fissare quelle parole.
Non sapevo che cosa avessero deciso, ma sapevo una cosa: stavano discutendo dei diritti delle mie figlie senza aver parlato con loro madre.
Per capire perché quel fondo fosse diventato improvvisamente un problema, continua con la Parte 3.













