I tre colpi arrivarono da sotto i miei piedi mentre stavo versando il tè.
Toc.
Toc.
Toc.
Mi fermai con la teiera sospesa sopra la tazza.
«Vittorio, hai sentito?»
Il proprietario della casa era vicino alla stufa, intento a sistemare alcuni pezzi di legna.
Non si voltò nemmeno.
«È il pavimento. Con questo freddo il legno si muove.»
Guardai le assi sotto i miei stivali.
La casa era vecchia, certo. Ma quei colpi erano stati troppo regolari.
Tre rumori secchi, separati da intervalli quasi identici.
«Sembravano dei colpi dati da qualcuno.»
Vittorio chiuse lo sportello della stufa.
«Qui non c’è nessun altro, signora Moretti.»
Lo disse con una fermezza che mi fece alzare gli occhi.
Mi chiamo Elena Moretti, ho trentasei anni, e quella sera mi trovavo in una piccola casa di montagna appena fuori Moena, in Val di Fassa.
Avevo prenotato una notte per concedermi qualche giorno lontano dal caos della città.
Ma nel pomeriggio aveva cominciato a nevicare molto più del previsto.
Quando ero arrivata, Vittorio mi aveva accolto con un sorriso, mostrandomi la camera al piano superiore e offrendomi una bevanda calda.
Sembrava un uomo tranquillo.
Adesso, invece, continuava a guardare verso la porta.
«Domattina sarà difficile scendere a valle», disse. «Se vuole partire, deve farlo prima che peggiori.»
«Pensavo di fermarmi qui stanotte.»
«Le consiglio di cambiare programma.»
Non capivo perché insistesse tanto.
Avevo appena appoggiato la teiera quando sentii di nuovo quel rumore.
Toc.
Toc.
Toc.
Questa volta proveniva chiaramente da un punto vicino al tavolo.
Vittorio rimase immobile.
«E questo sarebbe il legno?» domandai.
«Le ho già risposto.»
Mi inginocchiai e appoggiai il palmo sul pavimento.
Le assi erano fredde.
Rimasi in ascolto.
Per qualche secondo non accadde nulla.
Poi sentii qualcosa di diverso, un rumore leggero, quasi uno sfregamento.
Come se un oggetto venisse trascinato lentamente contro il legno dalla parte opposta.
Mi voltai verso Vittorio.
«C’è una cantina sotto questa stanza?»
Il suo viso cambiò.
Non molto.
Abbastanza perché me ne accorgessi.
«Una volta c’era», rispose.
«E adesso?»
«È chiusa da anni.»
«Come si entra?»
«Non si entra.»
Si avvicinò al tavolo e raccolse la mia tazza, anche se non avevo ancora finito di bere.
«Vada a prendere le sue cose. La accompagno alla macchina.»
Non mi mossi.
«Aspetti. Se la cantina è chiusa, da dove arrivano quei rumori?»
«Gliel’ho detto. Il legno.»
Si stava innervosendo.
E più cercava di mandarmi via, più sentivo che dovevo capire cosa ci fosse sotto quel pavimento.
Notai allora un vecchio tappeto scuro steso vicino alla stufa.
Era fuori posto rispetto al resto della cucina.
Un angolo era ripiegato e sotto si intravedeva una linea rettangolare tra le assi.
Mi avvicinai.
«Che cosa fa?» chiese Vittorio.
Sollevai il bordo del tappeto.
Sotto c’era una botola di legno.
Era quasi invisibile, incassata nel pavimento, ma il suo contorno era chiarissimo una volta spostato il tessuto.
Lungo uno dei lati era stata fissata una tavola con diversi chiodi.
Mi chinai per osservarli.
Il metallo era ancora lucido.
Non sembravano affatto chiodi rimasti lì per anni.
«Ha detto che è chiusa da tanto tempo.»
Vittorio non rispose.
«Allora perché questi chiodi sembrano nuovi?»
Lui si mosse verso di me.
«Elena, lasci perdere.»
Era la prima volta che mi chiamava per nome.
La sua voce non aveva più niente di cordiale.
«Se c’è qualcuno là sotto, potrebbe aver bisogno di aiuto.»
«Non c’è nessuno.»
«Come fa a esserne così sicuro?»
Vittorio serrò le labbra.
Poi indicò la porta.
«Deve andare via. Subito.»
Fu in quel momento che sentii il terzo gruppo di colpi.
Più forte dei precedenti.
Toc.
Toc.
Toc.
Arrivavano esattamente da sotto la botola.
Mi alzai lentamente.
Accanto alla stufa, appoggiata al muro, c’era una vecchia leva di ferro.
La presi.
«Non tocchi quelle assi!» gridò Vittorio.
Mi voltai.
«Perché?»
Non rispose.
Mi inginocchiai di nuovo e infilai la punta della leva sotto il bordo della tavola inchiodata.
Il legno oppose resistenza.
Feci pressione con cautela.
Sentii uno scricchiolio e riuscii a sollevare appena un’estremità.
La botola non si aprì.
Sotto il bordo vedevo soltanto una stretta fessura buia.
Vittorio fece un passo verso di me.
«Le ho detto di smetterla.»
Ma ormai ero troppo vicina per ignorare quello che avevo sentito.
Tenni la leva in mano e colpii il legno tre volte con la sua estremità.
Toc.
Toc.
Toc.
Poi trattenni il respiro.
Uno.
Due.
Tre secondi.
Per un attimo pensai che non sarebbe successo niente.
Poi arrivò la risposta.
Toc.
Toc.
Toc.
Tre colpi.
Dallo stesso punto.
Il bordo della tavola che avevo appena sollevato tremò leggermente. Un po’ di polvere cadde nella fessura.
Indietreggiai sulle ginocchia.
Non era stato il vento.
Non era stato lo scricchiolio di una casa vecchia.
Qualcosa, dall’altra parte del pavimento, aveva risposto al mio segnale.
Alzai gli occhi verso Vittorio.
Era diventato pallido.
«C’è qualcuno là sotto», sussurrai.
Lui non sembrava sorpreso.
Sembrava terrorizzato.
Provai a infilare nuovamente la leva sotto la tavola per allargare l’apertura.
Ma prima che potessi fare forza, Vittorio si precipitò verso di me.
«Ti ho detto basta!»
Mi strappò la leva dalle mani.
Il movimento fu così improvviso che persi l’equilibrio e appoggiai una mano sul pavimento.
Rimasi a fissarlo.
Vittorio teneva il ferro stretto contro il petto.
I suoi occhi si spostarono dalla mia faccia alla botola.
Non stava guardando una persona sorpresa da un rumore inspiegabile.
Stava fissando qualcosa che aveva disperatamente cercato di impedirmi di scoprire.
E lì, in quella cucina isolata dalla neve, capii una cosa.
Non sapevo chi avesse bussato.
Ma non potevo più credere a Vittorio quando diceva che sotto il pavimento non c’era nessuno.













