Vittorio mi afferrò per il gomito e mi aiutò ad alzarmi.
Mi indicò il tappeto, ancora ripiegato, e insieme lo rimettemmo sopra la botola.
Il ferro rimase sul pavimento, mezzo nascosto dietro una gamba del tavolo.
Qualcuno bussò due volte alla porta d’ingresso.
Non aspettò risposta.
L’uomo che entrò doveva avere poco più di quarant’anni.
Indossava una giacca scura coperta di neve e portava una borsa di cuoio consumata.
Assomigliava a Vittorio negli occhi, ma il modo in cui guardò la stanza mi fece pensare a qualcuno abituato a controllare ogni dettaglio.
«Papà, la macchina fuori è di una cliente?»
«La signora Moretti aveva prenotato», rispose Vittorio.
Lorenzo posò lentamente la borsa.
«Ti avevo detto di cancellare le prenotazioni.»
«Era già in viaggio.»
Mi presentai senza tendergli la mano.
Dissi che la neve mi aveva sorpresa e che aspettavo soltanto di capire se la strada fosse percorribile.
«Non lo è», rispose Lorenzo. «Le conviene restare in camera fino a domani.»
Era l’opposto di quanto aveva preteso suo padre.
Quella contraddizione mi spaventò più di un ordine gridato.
Vittorio voleva allontanarmi; Lorenzo voleva sapere dove fossi, e tenermi sotto controllo.
«Preferirei telefonare a casa», dissi.
«Il segnale qui è pessimo.»
«Ho notato.»
Si tolse i guanti e guardò verso la stufa.
Il suo sguardo scese sul tappeto.
Un lembo non era tornato perfettamente al suo posto.
«Papà, hai spostato qualcosa?»
«Dovevo pulire la cenere.»
Non avevo mai sentito una menzogna pronunciata con tanta fatica.
Lorenzo si chinò, passò un dito sul bordo del tappeto e vide una piccola scaglia di legno fresco.
«Che cos’è questa?»
«Mi è caduto un ceppo», intervenni.
Mi guardò con un sorriso che non gli arrivò agli occhi.
«Un ceppo ha sollevato un chiodo?»
Dal basso arrivò un colpo isolato.
Vittorio portò una mano alla bocca.
Lorenzo rimase fermo un secondo, poi premette con lo stivale sulla tavola nascosta.
«La casa è vecchia», disse. «Fa rumori strani.»
Ripeteva esattamente la spiegazione di suo padre.
Compresi che non era una coincidenza.
«Sua moglie non è qui?» domandai.
Il sorriso sparì.
«Chi le ha parlato di mia moglie?»
«Vittorio ha detto che siete sposato. Chiedevo soltanto.»
Lorenzo guardò il padre.
«Giulia è a Trento», rispose. «Non sta bene. Preferisce stare da sua sorella.»
Dietro di lui, Vittorio fissava una macchia sul tavolo.
Mi chiesi se Giulia avesse una sorella a Trento o se anche quel dettaglio fosse una menzogna.
Avrei voluto fare altre domande, ma ogni frase poteva rivelare quanto sapevo.
Scelsi di assecondare Lorenzo finché avessi capito come raggiungere la porta, il telefono e soprattutto la persona sotto i nostri piedi.
«Mi dispiace», dissi.
Tirai fuori il telefono con la scusa di controllare le previsioni.
Sul display comparve per un istante una piccola spunta accanto al messaggio inviato a Francesca.
Non significava che lei avesse chiamato qualcuno, ma almeno quelle parole non erano più bloccate nel mio apparecchio.
Spensi immediatamente lo schermo.
«A chi ha scritto?» chiese Lorenzo.
«A mia sorella. Si preoccupa quando viaggio da sola.»
«Che cosa le ha detto?»
«Che ha cominciato a nevicare.»
Lui si avvicinò abbastanza da vedere lo schermo nero.
«Posso controllare se è arrivata una comunicazione sulla strada?»
Non gli porsi il telefono.
«Preferirei tenerlo io.»
Per un momento pensai che me lo avrebbe strappato di mano.
Invece tornò al tavolo e aprì la borsa.
Ne estrasse un fascicolo fermato da una molletta metallica e una penna.
«Mio padre è un uomo ansioso», disse. «Non è più abituato ad avere ospiti in inverno.»
«Ho soltanto bisogno di una stanza calda.»
«Allora non ci saranno problemi, se nessuno si mette a curiosare.»
Sotto il tappeto sentii tre colpi distinti.
Questa volta Lorenzo non tentò nemmeno di inventare una spiegazione.
Si voltò verso Vittorio.
«Le hai parlato?»
«Non ho detto niente che non sapesse già.»
«Ti avevo chiesto una cosa sola.»
La voce di Lorenzo rimase bassa.
Fu sufficiente a far arretrare suo padre.
«Giulia ha freddo», dissi.
Il suo viso si irrigidì.
«Lei non sa niente di Giulia.»
«So che c’è una persona sotto il pavimento.»
Mi aspettavo che negasse.
Invece chiuse il fascicolo e si appoggiò allo schienale della sedia.
«Mia moglie si è agitata. Ha cercato di colpire mio padre. L’abbiamo messa al sicuro finché non si calma.»
«In una cantina inchiodata?»
«Non si intrometta in questioni di famiglia.»
«Tenere qualcuno prigioniero non è una questione di famiglia.»
Vittorio fece un movimento, forse per intervenire.
Lorenzo sollevò un dito e lui si fermò.
«Elena», disse Lorenzo, pronunciando il mio nome con un’intimità che non gli avevo concesso, «lei è sola quassù. Non faccia diventare difficile anche la sua situazione.»
Sentii il sangue pulsarmi nelle orecchie.
Guardai la porta: tra me e l’uscita c’erano Lorenzo, i suoi stivali ancora bagnati e una neve sempre più fitta.
«Le chiedo soltanto di aprire quella botola.»
«Lo farò quando Giulia sarà pronta a ragionare.»
«Può almeno parlarle?»
«Lo sto facendo.»
Mentre si chinava a raccogliere il fascicolo, Vittorio si spostò di lato e mi lasciò vedere la leva dietro il tavolo.
La toccò con la punta della scarpa, come per ricordarmi che non era scomparsa.
Non era ancora un aiuto, ma forse aveva smesso di pensare soltanto a proteggere suo figlio.
Mi domandai che cosa sarebbe successo se avessi afferrato quel ferro.
Lorenzo era più vicino alla porta, e con Vittorio tanto spaventato non avevo la certezza di riuscire a trattenerlo.
Avrei potuto provocare una lotta proprio sopra la botola, mettendo Giulia in pericolo.
Decisi di guadagnare tempo, anche se ogni secondo di quella finzione mi costava fatica.
Lorenzo si sedette e aprì i documenti davanti a me.
Il foglio in cima conteneva una dichiarazione scritta al computer.
Al centro riconobbi il nome di Giulia Neri e il riferimento a un finanziamento contratto alcuni mesi prima.
La frase principale diceva che Giulia riconosceva come propria la firma contestata.
«C’è stato un malinteso con la banca», spiegò Lorenzo. «Domani lo risolviamo.»
«E a cosa servo io?»
Spinse una penna nella mia direzione.
«Lei ha sentito la voce di Giulia. Quando uscirà, potrà testimoniare che ha firmato senza essere costretta.»
Sotto i nostri piedi arrivò un unico colpo, violentissimo.
Lorenzo non batté ciglio.
«Non devo testimoniare una cosa falsa», risposi.
«Non le ho chiesto ancora di firmare.»
Poi voltò il secondo foglio.
In fondo c’era già uno spazio per il mio nome, accanto alla parola «testimone».
E capii che Lorenzo non aveva intenzione di lasciarmi andare prima di aver ottenuto anche quello.
Per scoprire quale scelta fece Elena davanti ai documenti, leggi la Parte 4.













