Rimasi a guardare lo spazio riservato al mio nome.
Lorenzo si aspettava che una sconosciuta, arrivata poche ore prima, partecipasse alla sua menzogna pur di uscire da quella casa.
In quel momento capii che la mia paura era diventata parte del suo piano.
«Non posso confermare la volontà di una persona che non ho nemmeno visto», dissi.
«Ha sentito la sua voce.»
«Una voce non basta. Voglio sapere se sta bene.»
Lorenzo rimase in silenzio.
Vittorio si avvicinò al tavolo e raccolse uno dei fogli.
«Su questo ha ragione», disse. «Se vuoi una testimone, deve vedere Giulia.»
Suo figlio gli strappò la pagina dalla mano.
«Tu hai già fatto abbastanza danni.»
«Giulia è al freddo da ieri», insistette Vittorio. «Non possiamo lasciarla ancora là sotto.»
Mi sorprese sentirlo parlare così.
Non cancellava la notte trascorsa nel silenzio, ma era il primo ordine di Lorenzo al quale lo vedevo opporsi.
Alla fine Lorenzo scostò il tappeto e raccolse la leva.
Tolse i chiodi uno alla volta, disponendoli sul pavimento accanto alla stufa.
La botola si alzò con un rumore pesante.
Una scala stretta spariva nell’oscurità, e dal basso salì un odore di terra umida.
«Giulia, vieni su», disse Lorenzo.
Nessuno rispose.
«Non farci perdere tempo.»
Mi accucciai accanto all’apertura.
«Sono Elena. Puoi salire senza che nessuno ti tocchi. Sono qui vicino.»
Dopo qualche secondo sentimmo un piede cercare il primo piolo.
Poi vidi comparire una mano arrossata dal freddo.
La presi soltanto quando Giulia me lo chiese con lo sguardo.
Era una donna minuta con un maglione grigio sporco e una guancia gonfia.
Aveva le labbra screpolate e tremava così tanto che non riusciva a raddrizzarsi.
Le misi sulle spalle il mio cappotto, mentre Vittorio le porgeva una tazza d’acqua.
Giulia bevve un sorso piccolo e si fermò, come se anche quel gesto le richiedesse concentrazione.
Le domandai se riuscisse a camminare e lei annuì, ma quando provò a fare un passo dovette appoggiarsi alla mia spalla.
Aveva ancora ai piedi delle calze umide, senza scarpe.
Non sarebbe potuta uscire nella neve senza il nostro aiuto.
«Non toccarmi», disse Giulia, quando suo marito fece un passo avanti.
Lorenzo si fermò.
«Vedi come si comporta?» disse rivolto a me. «Sono giorni che non ragiona.»
Giulia si appoggiò al tavolo.
«Sono andata in banca martedì», disse con voce rauca. «Non avevo mai chiesto quel prestito.»
«Ne abbiamo già parlato.»
«Mi hanno mostrato un contratto con la mia firma. Era falsa.»
Lorenzo abbassò lo sguardo sui fogli.
«Avevamo bisogno di soldi per l’attività. Li avremmo restituiti.»
Non era una smentita.
«Mia moglie sta esagerando», aggiunse subito.
Giulia guardò me, non lui.
«Volevo che Vittorio venisse con me a fare denuncia. Pensavo che almeno lui mi avrebbe creduta.»
La tazza tremò nelle sue mani.
Vittorio si avvicinò per sostenerla, ma lei si ritrasse.
«Tu hai visto tutto», gli disse. «Hai sentito quando ho chiesto di uscire.»
Il vecchio annuì lentamente.
«Sì.»
Era una parola minuscola, eppure cambiò l’aria della stanza.
Per la prima volta la testimonianza di Giulia non dipendeva soltanto da ciò che io avevo intuito.
Lorenzo riprese i fogli e avvicinò la penna alla moglie.
«Firma e domattina parliamo con un avvocato. Dopo potrai andare dove vuoi.»
«Non firmerò una bugia.»
Mi accorsi che Giulia aveva spostato il piede più vicino all’apertura della botola, come se temesse di essere trascinata di nuovo giù.
Le passai il braccio sotto il gomito e la accompagnai verso le scale.
«Dove state andando?» chiese Lorenzo.
«Ha bisogno di sedersi in un posto caldo», risposi. «E io devo prendere il caricabatterie.»
«Restate qui.»
Non alzò la voce.
Bastò a farci fermare.
Vittorio raccolse dal pavimento la tavola divelta e la posò dietro la stufa.
Poi rimase tra Lorenzo e la scala.
Non era una posizione casuale.
Vittorio aveva davanti a sé lo stesso figlio al quale aveva obbedito per tutta la notte.
Guardai le sue mani, ancora tremanti, e pensai che forse quel tremore non sarebbe scomparso neppure facendo finalmente la cosa giusta.
La paura non era finita; stava soltanto smettendo di comandare ogni sua scelta.
«Basta, Lorenzo», disse. «Non la richiuderai lì.»
Suo figlio fece un passo avanti.
«Spostati.»
«No.»
Lorenzo lo spinse con il palmo sul petto.
Vittorio urtò il tavolo, ma riuscì a restare in piedi.
Io accompagnai Giulia al primo gradino.
In tasca sentii vibrare il telefono.
Era un messaggio di Francesca: «Ho chiamato il 112. Mi chiedono se sei ancora lì. Rispondi appena puoi.»
Non sapevo da quanto tempo fosse arrivato.
Tutta la paura che mi teneva rigida da ore si trasformò in un’urgenza diversa: dare ai soccorritori la certezza che eravamo ancora vive.
Composi il numero delle emergenze mentre salivo.
Vicino alla finestra del pianerottolo comparvero due tacche.
La chiamata partì.
«Emergenze, mi dica.»
Pronunciai il mio nome, l’indirizzo indicato nella prenotazione e le parole che avevo ripetuto a me stessa per non confondermi.
«C’è una donna sequestrata. L’abbiamo tirata fuori da una cantina. L’uomo che l’ha rinchiusa è ancora in casa.»
L’operatrice mi chiese se ci fossero feriti.
«Lei è molto debole. Il proprietario è stato spinto. Siamo vicino a Moena, la strada è coperta di neve.»
Mi disse di restare al riparo, di non affrontare l’uomo e di mantenere la linea aperta se possibile.
La comunicazione si interruppe proprio mentre tentavo di rispondere.
Dal piano inferiore arrivò il rumore di una sedia rovesciata.
«Elena!» gridò Vittorio. «Portala via!»
Giulia cercò di salire gli ultimi gradini, ma le gambe non la reggevano.
La sostenni per la vita e raggiungemmo la camera.
Chiusi la porta, girai la chiave e trascinai la poltroncina davanti alla maniglia.
Era una barriera modesta, ma poteva concederci qualche secondo.
«Ha preso il mio telefono», sussurrò Giulia.
«Lo so. Il mio ha chiamato i soccorsi.»
«Lorenzo conosce tutte le strade per arrivare qui. Può scappare.»
Mi avvicinai alla finestra.
Nel cortile il suo furgone era ancora fermo, coperto da un velo bianco.
Non si vedeva nessuno all’esterno.
Dalla cucina giunse un tonfo, poi il rumore metallico della leva che cadeva.
Chiamai Vittorio, ma non mi rispose.
Qualcuno cominciò a salire le scale lentamente.
Un gradino alla volta.
Si fermò davanti alla nostra porta.
«Giulia», disse la voce di Lorenzo, «apri. Non costringermi a sfondarla.»
Stringendo il telefono senza segnale, capii che l’aiuto era stato avvisato, ma non sapevo se sarebbe arrivato prima che quella porta cedesse.
Per sapere chi riuscì a raggiungere Elena e Giulia dietro la porta chiusa, continua con la Parte 5.













