Vittorio fece un passo indietro, sempre con la leva tra le mani.
Non la puntava contro di me, ma la stringeva così forte che le nocche erano diventate bianche.
«Mi dica chi c’è sotto», ripetei.
Lui guardò la finestra, dietro la quale i fiocchi si accumulavano sul davanzale.
«Se la faccio uscire adesso, forse non succederà niente.»
«A me o alla persona là sotto?»
Quella domanda lo costrinse finalmente a incontrare il mio sguardo.
Mi accorsi che aveva gli occhi lucidi.
«Non doveva venire oggi», mormorò.
«Avevo una prenotazione.»
«Lo so. Avrei dovuto cancellarla.»
Posò la leva accanto alla stufa, lontano dalla mia mano.
Non mi sfuggì che la collocò dove avrebbe potuto riprenderla prima di me.
«Chiamiamo i soccorsi», dissi, mostrando il telefono.
«Qui il segnale non prende.»
«Proverò comunque.»
Sul display compariva una sola tacca, che scomparve appena aprii la schermata delle chiamate.
Mi avvicinai alla finestra senza distogliere del tutto gli occhi da lui.
Il telefono cercò la rete, poi mostrò un avviso di connessione non disponibile.
«Al piano di sopra, vicino alla finestra della camera, a volte funziona», disse Vittorio.
«Allora vado lassù.»
Mi precedette verso le scale, ma si fermò al primo gradino.
«Prima deve sapere una cosa.»
Dalla botola arrivò uno sfregamento breve.
Vittorio chiuse gli occhi come se quel suono gli facesse male.
«È una donna», disse.
Il mio stomaco si contrasse.
«È ferita?»
«Non lo so.»
«Da quanto tempo è là sotto?»
Non rispose subito.
«Da ieri sera.»
Sentii il bisogno di appoggiarmi alla spalliera di una sedia.
Un’intera notte, forse un giorno, trascorsi in una cantina fredda mentre sopra di lei qualcuno continuava a camminare.
«Perché non l’ha fatta uscire?»
«Perché mio figlio ha detto che sarebbe tornato.»
Il rumore della stufa sembrò improvvisamente troppo forte.
«Suo figlio l’ha chiusa là sotto?»
«Si chiama Lorenzo. Lei è Giulia, sua moglie.»
Era la prima informazione concreta che ricevevo, e ne avevo bisogno per ragionare.
Chiesi se ci fosse un’altra uscita dalla cantina.
Vittorio scosse la testa.
La vecchia scala scendeva direttamente dalla botola; una bocchetta di aerazione si apriva verso il retro della casa, ma era troppo stretta per passarci.
«Da fuori si può almeno parlare attraverso quella bocchetta?» chiesi.
«È dietro una catasta di legna. E con tutta questa neve non so nemmeno se sia libera.»
Guardai la parete esterna dalla finestra della cucina.
Non distinguevo la bocchetta, soltanto il profilo di un capanno e la neve contro il muro.
Non avevo una torcia né conoscevo il terreno dietro la casa.
Capivo che cercare da sola un’apertura nel buio avrebbe soltanto allontanato l’unica persona disposta a rispondermi da sotto il pavimento.
«Ha acqua? Una coperta?»
«Le ho calato una bottiglia prima che Lorenzo inchiodasse la tavola.»
«Ha detto che la cantina era chiusa da anni.»
«L’ho detto perché volevo che lei se ne andasse.»
Per qualche istante ebbi la tentazione di gridargli tutto quello che pensavo.
Ma sotto di noi Giulia non poteva sentire una discussione che si ripetesse senza cambiare niente.
Mi inginocchiai vicino alla fessura e parlai abbastanza forte da farmi sentire.
«Giulia, mi chiamo Elena. Se mi senti, batti una volta.»
Passarono alcuni secondi.
Poi arrivò un colpo debole.
«Stiamo cercando di aprire. Hai bisogno urgente di un medico?»
Non sapevo come potesse rispondermi.
Due colpi seguirono, poi un lungo silenzio.
Vittorio mi disse che lei aveva battuto a lungo durante la notte, ma Lorenzo aveva ordinato di ignorarla.
«E lei ha obbedito.»
Non era una domanda.
«Ho paura di mio figlio», confessò.
Mi raccontò che, quando aveva tentato di opporsi la sera precedente, Lorenzo lo aveva spinto contro lo stipite della porta.
Non c’era bisogno di mostrarmi un livido per farmi capire che temeva un’altra aggressione.
Ma non riuscivo a smettere di pensare a quante volte Giulia avesse bussato nel frattempo.
Guardai la sua schiena curva, le mani screpolate dal freddo.
La paura poteva spiegare il suo silenzio, ma non renderlo innocente.
«Può avere paura e aiutarla lo stesso.»
«Non conosce Lorenzo.»
«E Giulia conosceva lui abbastanza da sposarlo.»
Vittorio abbassò gli occhi.
Non replicò.
Salimmo insieme.
La camera aveva un letto stretto, un armadio di abete e una finestra affacciata sul cortile.
Lì il telefono mostrò due tacche per pochi secondi.
Composi il 112.
La chiamata non partì.
Provai una seconda volta, tenendo il dispositivo vicino al vetro.
Si udì un breve suono, poi la linea cadde.
Sullo schermo aprii la conferma della mia prenotazione.
C’erano il nome della struttura, la strada e un numero civico.
Lessi due volte l’indirizzo, cercando di fissare nella memoria il nome della strada e il numero civico.
Lo copiai anche nelle note del telefono, perché la batteria era ormai al ventidue per cento.
Se fossi riuscita a parlare con qualcuno, non avrei voluto sprecare quei pochi secondi a cercare la conferma della prenotazione.
Vittorio osservava la porta della camera.
«Lorenzo ha preso il telefono di Giulia?» domandai.
«Sì. E le chiavi della macchina.»
«Perché è venuta qui?»
«Avevano litigato per dei soldi. Lei voleva mostrarmi alcuni documenti.»
«Che documenti?»
Lui esitò.
«Un prestito. Una firma che dice di non avere mai messo.»
Lo guardai con più attenzione.
«Suo figlio ha usato il suo nome per ottenere denaro?»
«Questo dovrà dirlo Giulia.»
Non potevo sapere se Vittorio stesse cercando di proteggere Lorenzo o se non avesse davvero visto quelle carte.
Ma adesso il movente di quella prigionia cominciava ad avere una forma.
Dal piano di sotto arrivarono due colpi sordi.
Vittorio trasalì.
«Non sono i tre colpi», osservai.
«Forse non ha più forza.»
La frase mi fece tornare immediatamente verso le scale.
Prima di scendere, scrissi un messaggio a mia sorella Francesca con l’indirizzo e poche parole: «Sono in pericolo. Chiama il 112. C’è una donna rinchiusa nella cantina.»
Premetti invio.
Il messaggio restò in attesa, senza alcuna conferma di consegna.
In cucina Vittorio aveva raccolto la leva.
Pensai che volesse di nuovo impedirmi di avvicinarmi.
Invece la infilò sotto il primo chiodo.
«Se torna mentre stiamo aprendo, non riuscirò a fermarlo», disse.
«Allora dobbiamo fare in fretta.»
La tavola scricchiolò.
Un chiodo si sollevò di pochi millimetri.
Io lo trattenni con un pezzo di stoffa, mentre Vittorio faceva pressione sull’altro lato.
Dal basso udimmo un respiro affannoso, seguito da una voce quasi impercettibile.
«Non lasciatemi qui.»
«Non lo faremo», risposi.
Poi, oltre il vetro della cucina, due fari attraversarono la neve e illuminarono per un istante la parete.
Un motore si spense nel cortile.
Vittorio lasciò cadere la leva.
«È Lorenzo», sussurrò.
E capii che, prima di aprire la botola, avremmo dovuto impedire a quell’uomo di richiuderla per sempre.
Per sapere che cosa accadde quando Lorenzo entrò nella casa, continua con la Parte 3.













