Alle 22:03 ricevetti la telefonata che distrusse tutto ciò che avevo cercato di costruire negli ultimi tre mesi.
«Signor Rinaldi?»
Ero solo nel mio attico nel centro di Milano.
Fuori dalle finestre la città sembrava fatta di vetro e ghiaccio.
«Sì.»
«Chiamo dall’ospedale. La sua ex moglie, Anna Moretti, è stata ricoverata circa venti minuti fa. È priva di sensi.»
Mi alzai immediatamente.
«Che cosa è successo?»
La donna dall’altra parte esitò.
«C’è anche un’altra cosa. Risulta incinta di circa sedici settimane.»
Per un secondo non sentii più nulla.
Sedici settimane.
Feci il conto senza volerlo.
Una volta.
Poi una seconda.
Il bambino poteva essere mio.
Novantatré giorni prima avevo firmato i documenti del divorzio.
Avevo guardato Anna negli occhi e le avevo detto:
«Non ti amo più.»
Era stata la bugia più crudele della mia vita.
Non avevo smesso di amarla.
L’avevo lasciata perché negli ultimi anni avevo imparato una cosa.
Le persone che volevano colpirmi non cercavano più di farlo direttamente.
Cercavano chi amavo.
Il mio nome era conosciuto in alcuni ambienti di Milano, Genova e Trieste.
Logistica.
Terminal.
Trasporti.
Contratti.
Sindacati.
Società che valevano milioni.
Avevo costruito tutto lentamente, imparando a distinguere un sorriso vero da quello di un uomo che stava già pensando a come tradirti.
E avevo nemici.
Per questo avevo convinto me stesso che Anna sarebbe stata più al sicuro senza di me.
Quella sera capii quanto potevo essermi sbagliato.
Quando Raffaele arrivò sotto casa, avevo già indossato il cappotto.
Non mi fece domande.
Era il mio autista da anni e si occupava della mia sicurezza.
Sapeva riconoscere quando parlare.
E quando no.
Il tragitto verso l’ospedale passò davanti ai miei occhi come una sequenza di luci rosse riflesse sulla pioggia.
Continuavo a pensare alla stessa cosa.
Sedici settimane.
Perché Anna non me l’aveva detto?
Quando entrai nell’ospedale, l’odore di disinfettante mi colpì immediatamente.
Raffaele mi seguiva a mezzo passo.
Alla reception dissi:
«Anna Moretti.»
L’infermiera controllò il computer.
«È un familiare?»
Avrei dovuto dire di no.
Invece risposi:
«Sono suo marito.»
Lei abbassò lo sguardo sulla scheda.
«Ex marito.»
La parola fece più male di quanto avrei ammesso.
«Numero della stanza.»
Mi indicò il corridoio.
Quando aprii la porta, rimasi immobile.
Anna era nel letto.
Tre mesi prima l’avevo vista lasciare casa nostra furiosa e bellissima, troppo orgogliosa per piangere davanti a me.
Ora sembrava svuotata.
Il volto era pallido.
Le labbra secche.
Le guance troppo scavate.
Aveva una flebo in ciascun braccio.
Intorno a un polso c’erano lividi.
Ma fu la sua mano a fermarmi.
Era appoggiata sull’addome.
Come se anche priva di sensi stesse cercando di proteggere il bambino.
Nostro figlio.
O nostra figlia.
Mi avvicinai al letto.
«Anna.»
Nessuna risposta.
Poco dopo entrò una dottoressa.
«Signor Rinaldi? Sono la dottoressa Elena Bianchi.»
Annuii.
Controllò il monitor.
«La sua ex moglie presenta una grave disidratazione, malnutrizione e anemia. Inoltre sembra aver ricevuto pochissima assistenza prenatale.»
Guardai Anna.
«Il bambino?»
«Per ora il battito è stabile.»
Per ora.
Quelle due parole rimasero sospese nella stanza.
«Che cosa le è successo?»
La dottoressa serrò le labbra.
«È proprio quello che stiamo cercando di capire.»
Prima che potesse continuare, comparve Raffaele sulla porta.
Aveva qualcosa in mano.
Una busta trasparente.
Dentro c’era un telefono.
Lo riconobbi immediatamente.
Era quello di Anna.
Lo schermo era quasi completamente distrutto.
«Dove l’hai trovato?»
«Era tra i suoi effetti personali.»
Raffaele entrò.
La sua espressione non mi piacque.
«Giacomo, devi vedere una cosa.»
Mi porse il telefono.
Lo schermo reagì ancora al tocco.
Tra le notifiche c’era una conversazione.
Una frase era rimasta perfettamente leggibile.
“Stai lontana da lui, Anna. Abbiamo avvertito te e il bambino.”
Lessi il messaggio una volta.
Poi un’altra.
Il bambino.
Chiunque l’avesse scritto sapeva.
Sapeva della gravidanza quando io non ne avevo idea.
«Chi è?»
Raffaele non rispose.
Non ne aveva bisogno.
Il nome era sopra il messaggio.
Lo vidi.
E sentii il sangue diventare freddo.
Lorenzo Rinaldi.
Mio fratello.
Alzai lentamente gli occhi verso Raffaele.
«Da quanto tempo?»
Ma proprio in quel momento il monitor accanto al letto cambiò suono.
Un allarme improvviso riempì la stanza.
La dottoressa si girò di scatto verso Anna.
Le porte si aprirono.
Entrarono due infermieri.
Io rimasi immobile con il telefono rotto in mano.
Tre mesi prima avevo mandato via la donna che amavo convinto di salvarle la vita.
Ora era incosciente davanti a me.
Incinta di mio figlio.
E l’unico messaggio che poteva spiegare ciò che le era successo portava il cognome della persona di cui avrei dovuto fidarmi più di chiunque altro.













