Anna parlava piano, fermandosi ogni tanto per bere un sorso d’acqua.
Non cercò di rendere la propria storia più drammatica.
Descrisse date, indirizzi e cifre con la precisione che ricordavo da quando la vedevo correggere i contratti sul nostro tavolo di cucina.
«A febbraio», cominciò, «mi avevi chiesto di dare un’occhiata a qualche costo anomalo nei trasporti verso Trieste. Ti ricordi?»
Annuii.
All’epoca ero impegnato in una trattativa a Genova e avevo lasciato a Lorenzo la gestione quotidiana degli acquisti.
Anna non era dipendente della mia società, ma le avevo mostrato alcuni prospetti perché conosceva il controllo di gestione e mi fidavo del suo giudizio.
Non pensavo che quella richiesta potesse diventare un pericolo per lei.
«C’era una fattura da centottantamila euro intestata ad Adriatica Coordinamenti», proseguì.
«Un servizio di movimentazione che non risultava nei rapporti operativi. L’ho segnalato con una nota. Poi abbiamo litigato, e tu mi hai detto che non mi amavi più.»
Non abbassai gli occhi.
Avevo il dovere di ascoltarla fino in fondo.
«Dopo il divorzio ho ritrovato la copia della fattura dentro una cartellina. Era rimasta con le mie cose. Lorenzo mi ha chiamata il giorno successivo, chiedendomi se l’avessi presa.»
«Come sapeva che ce l’avevi?»
«Non lo so. Ma sapeva esattamente quale pagina cercare.»
Inizialmente aveva pensato a un normale disaccordo amministrativo.
Poi Lorenzo le aveva offerto denaro affinché restituisse tutte le copie e firmasse una dichiarazione secondo cui non aveva mai svolto verifiche sui conti aziendali.
Anna aveva rifiutato.
«Mi disse che rischiavo di perdere tutto per una questione che non mi riguardava più.»
«Perché non sei andata subito dalla polizia?»
«Con una fattura e una sensazione? Volevo capire se il servizio fosse davvero inesistente. E avevo appena perso il lavoro.»
La sua precedente azienda non le aveva rinnovato un contratto di consulenza.
Il proprietario della stanza aveva chiesto il pagamento anticipato del mese successivo.
Anna aveva avuto nausea quasi ogni giorno e, dopo la scoperta della gravidanza, aveva passato settimane a convincersi che i sintomi sarebbero migliorati.
Non aveva chiesto aiuto perché temeva che qualsiasi contatto con me arrivasse alle orecchie di Lorenzo.
La paura e le difficoltà economiche non spiegavano da sole ogni dettaglio della sua malattia, ma finalmente smettevano di essere un mistero astratto.
«Quando hai saputo del bambino?» domandai.
«Tre settimane dopo il divorzio. Ho fatto un test, poi una visita. Avevo intenzione di dirtelo.»
Ricordai Raffaele davanti al vecchio ufficio.
Le mani mi si chiusero sulle ginocchia.
«Sei venuta a cercarmi.»
«Sì. Per la gravidanza, e per quelle carte. Non volevo che lo scoprissi da un avvocato.»
«Raffaele mi ha detto di averti mandata via.»
«Non gli do la colpa di avere seguito un ordine. Quell’ordine era tuo.»
Non esisteva una risposta che potesse smentirla.
Anna mi spiegò di aver trovato altre due fatture simili nei vecchi file che aveva salvato con il mio consenso quando lavoravamo insieme ai prospetti.
Non erano prove sufficienti a dimostrare una frode, ma tutte riportavano la medesima società e descrizioni generiche di servizi che nessuno, tra i responsabili operativi che conosceva, ricordava.
Aveva cercato informazioni pubbliche e scoperto che Adriatica Coordinamenti aveva cambiato sede due volte in meno di un anno.
«Lorenzo mi ha aspettata fuori dalla stanza un giovedì sera. Non era solo. C’era un uomo con una giacca verde, che non avevo mai visto.»
«Ti hanno toccata?»
Anna guardò i lividi sul polso.
«Lorenzo mi ha afferrata quando ho cercato di andarmene. Voleva sapere dove avevo messo il fascicolo. L’altro è rimasto vicino alla macchina. Non ho visto se fosse armato e non intendo inventare il resto.»
«È stato allora che ha saputo del bambino?»
«Sì. Gliel’ho detto io. Temevo che mi spingesse contro l’auto e gli ho chiesto di fermarsi perché ero incinta.»
«E lui ha usato quella notizia per minacciarti.»
«Non ha più smesso di ricordarmi che sapeva.»
Le chiesi se avesse denunciato l’aggressione.
Scosse la testa.
Era entrata in una farmacia per comprare una pomata, poi si era chiusa nella propria stanza.
Temeva che Lorenzo sapesse anche dove sarebbe andata a chiedere aiuto.
La dottoressa era stata informata dei lividi e avrebbe annotato quanto Anna le aveva riferito.
«Il fascicolo blu dov’è?» chiesi.
«Nella stanza, dentro una scatola di scarpe sul ripiano alto dell’armadio. Non c’è solo quello. Ci sono i messaggi che mi sono inviata quando ho iniziato a prendere nota degli incontri.»
«Posso andare a prenderlo.»
«No. Voglio che Marta venga con me, oppure che lo consegni lei con una mia autorizzazione. È una questione mia, Giacomo.»
Era difficile rinunciare all’impulso di risolvere tutto usando le risorse della mia azienda.
Ma lei aveva appena raccontato che il controllo esercitato dagli altri l’aveva fatta tacere per mesi.
Non sarei stato un’altra persona capace di decidere al suo posto.
Nel pomeriggio Anna rese una prima dichiarazione all’ispettora Conti, con Marta presente.
Confermò la provenienza del telefono e accettò che venisse acquisito secondo le procedure appropriate.
Descrisse Lorenzo, il secondo uomo e il luogo dell’incontro.
Silvia non le chiese di provare da sola ogni affermazione.
Le chiese, invece, di distinguere ciò che aveva visto da ciò che sospettava.
Più tardi Marta recuperò la cartellina dalla stanza, con il consenso scritto di Anna e dopo aver concordato la consegna dei documenti agli investigatori.
Non mi permise di fotografare le pagine.
Mi mostrò soltanto un elenco che Anna aveva preparato: tre fatture, due date di pagamento da verificare, una nota sugli accessi all’archivio e il nome di un dipendente che poteva confermare l’assenza dei servizi.
Era abbastanza per capire la direzione della ricerca, non per pronunciare una sentenza.
Quella sera tornai in ospedale senza Raffaele.
Avevo chiesto al mio avvocato aziendale di avviare una verifica indipendente e conservare i registri contabili.
La risposta preliminare conteneva un dettaglio che mi lasciò senza fiato: una delle autorizzazioni contestate risultava approvata con le mie credenziali mentre ero fuori città.
«Qualcuno ha usato il tuo accesso?» domandò Anna.
«Non so ancora chi. Ma la società potrebbe risultare responsabile di pagamenti che non ho autorizzato.»
Anna non sembrò sorpresa.
Prese il bicchiere con entrambe le mani.
«Lorenzo me l’aveva detto», mormorò.
«Se avessi parlato, avrebbe fatto sembrare che fossi stato tu a ordinare tutto.»
Non stavo più cercando soltanto di capire come fosse stata ridotta Anna.
Dovevo affrontare la possibilità che mio fratello avesse costruito un’accusa pronta a travolgere la nostra azienda e il mio nome.
Per scoprire quale scelta avrebbe fatto Giacomo davanti ai documenti compromettenti, leggi la Parte 4.













