Anita scelse il luogo dell’incontro: una piccola biblioteca di quartiere con un cortile interno, dove andavamo a prendere libri il sabato mattina. Non voleva il nostro salotto, perché lì aveva costruito con Riccardo la città di cartone. Non voleva neppure il bar della nostra prima cena insieme. Disse che in biblioteca tutti, per parlare, dovevano prima imparare ad ascoltare. Mi sembrò una ragione sufficiente.
Scrissi a Riccardo che Anita desiderava leggergli il discorso, senza interrompersi e senza ricevere regali. Lui rispose chiedendo soltanto l’ora. Daniela si offrì di accompagnarci e di aspettare poco lontano, ma Anita preferì che restassimo io e lei. Non volle che decidessi per quanto tempo sarebbe durato l’incontro. Le spiegai che poteva concluderlo quando voleva e che sarei rimasta accanto a lei.
Riccardo arrivò con un quarto d’ora d’anticipo. Non portava fiori, né dolci, né oggetti per farsi perdonare. Si alzò quando ci vide, ma attese che Anita scegliesse se avvicinarsi. Lei si sedette di fronte a lui e appoggiò sul tavolo il foglio ancora segnato dalla gomma. Il silenzio iniziale non fu comodo, ma nessuno provò a riempirlo con una battuta.
«Prima leggo», annunciò Anita. «Poi puoi parlare.»
Riccardo annuì. «Va bene.»
Mia figlia cominciò con i ringraziamenti che avevo già intravisto al ristorante. Ringraziò Daniela perché conservava sempre per lei il pezzo di focaccia più croccante. Ringraziò me per le storie lette dopo il sonno, e aggiunse una frase sui giorni in cui io lavoravo troppo e lei mi lasciava un biglietto vicino al computer. La sua voce tremò, ma non si fermò.
Poi arrivò alla parte dedicata a Riccardo. Ricordò il pomeriggio della bicicletta bucata, quando lui non aveva fatto finta di sapere già tutto e l’aveva lasciata parlare con il meccanico. Ricordò che non le metteva le fragole nella merenda. Disse che con lui non aveva mai avuto paura di fare una domanda difficile. A quel punto lo guardò, aspettando che sollevasse gli occhi dal tavolo.
«Qui avevo scritto Riccardo. Poi gli ho chiesto se potevo cambiare e scrivere papà. Mi ha detto di sì.»
Non cercò il mio sguardo. Non aveva bisogno della mia approvazione per raccontare ciò che le era accaduto. Voltò il foglio e lesse l’ultima frase, quella che non mi aveva mai fatto vedere: «Se un giorno litighiamo, vorrei sapere se resterai comunque una persona a cui posso parlare». Poi abbassò il foglio.
Riccardo respirò lentamente. Il suo volto cambiò più volte, come se stesse cercando una risposta abbastanza bella da cancellare la scena del ristorante. Infine rinunciò a essere brillante.
«Alla festa non sono rimasto ad ascoltarti», disse. «Ti ho tolto il microfono e ti ho detto una cosa che ti ha fatto pensare di non avere un posto con noi. È stato sbagliato. Anche se avevo paura di una discussione con mia madre, non dovevo far pagare a te quella paura.»
Anita lo studiò. «Ma ci litigherai ancora, con tua madre?»
«Probabilmente sì. E dovrò imparare a farlo senza chiederti di sparire.»
«E se litighi con me?»
«Non ti toglierò il diritto di parlare. Potrò sbagliare altre cose, e non voglio prometterti di essere sempre bravo. Però posso promettere di ascoltarti e di dirti la verità, anche quando mi costa.»
La vidi abbassare gli occhi sulla pagina. Quella risposta non era una garanzia per il futuro. Era meno di quanto avrei voluto offrirle da madre, e forse più onesta di qualsiasi rassicurazione assoluta. Anita si prese il tempo di pensarci. Quando tornò a parlare, la sua voce era tornata quella di una bambina di nove anni.
«Per ora voglio chiamarti Riccardo.»
«Va bene», disse lui.
«E non voglio venire alle feste con tua mamma.»
«Non devi.»
«Non sono cattiva se non la perdono?»
«No. Lei dovrà capire cosa ti ha fatto sentire, e tu non sei obbligata a fare niente per tranquillizzarla.»
Mi accorsi allora che Riccardo stava guardando Anita, non me, mentre rispondeva. Era un particolare piccolo, ma nel ristorante era mancato proprio quello. Non trasformai il momento in una riconciliazione. Chiesi ad Anita se desiderasse una pausa. Lei volle soltanto andare in cortile a vedere un gatto che dormiva vicino a una panchina.
Rimanemmo soli al tavolo. Riccardo mi domandò se fosse andata bene. La domanda mi irritò più di quanto avrei previsto, non perché lui avesse sbagliato di nuovo, ma perché il desiderio di misurare quel pomeriggio come un successo era ancora lì. Gli dissi che non dovevamo dare un voto ad Anita né al suo dolore.
«Hai ragione», ammise. «Continuo a voler sapere subito che cosa succederà dopo.»
«Anch’io. Ma non possiamo chiederlo a lei.»
Mi raccontò di aver cercato un professionista con cui parlare della sua difficoltà a contraddire i genitori. Aveva fissato un primo colloquio per sé, senza pretendere che questa decisione cambiasse la mia. Gli dissi che speravo lo aiutasse davvero; non gli dissi che lo avrebbe fatto tornare a casa. Avevo imparato quanto fosse facile trasformare un gesto giusto in un anticipo di qualcosa che non era ancora stato guadagnato.
Anita tornò con un libro illustrato sotto il braccio. Lo mostrò a Riccardo e gli spiegò la trama, ma quando lui le chiese se volesse leggerlo insieme una domenica, rispose che ci avrebbe pensato. Uscimmo dalla biblioteca senza abbracci. Lui ci salutò dalla soglia e restò lì, fermo, finché non girammo l’angolo.
La sera Daniela venne a cena. Anita le raccontò del gatto e della biblioteca; non fece un resoconto dell’incontro. Quando mia madre uscì, la bambina mi chiese se Riccardo sarebbe tornato a vivere con noi. Le spiegai che prima della festa avevamo parlato di trasferirci tutti nella stessa casa dopo il matrimonio, ma che adesso non esisteva più una decisione già presa. Lei sembrò sollevata e triste nello stesso tempo.
«Allora possiamo cambiare il programma?» domandò.
«Sì. Possiamo cambiarlo anche se abbiamo già scelto i fiori.»
Il giorno dopo Serena mi chiamò. Mancavano quarantotto ore alla scadenza per confermare la sala e salvare parte della caparra. Sul tavolo avevo il calendario con il sabato cerchiato e, accanto, il discorso di Anita. Pensai a quante volte avevo difeso il progetto del matrimonio perché temevo che rinunciarci significasse ammettere un fallimento. Poi vidi la domanda di mia figlia scritta in fondo al foglio: non chiedeva una festa perfetta, chiedeva qualcuno che restasse ad ascoltare dopo un litigio.
Prima di rispondere a Serena, dovevo capire se potevo scegliere di non sposarmi senza chiedere ad Anita di diventare la ragione della mia rinuncia.
Per scoprire che cosa decisi di fare con la data delle nozze, continua con la Parte 6.













