Lessi il programma tre volte prima di riuscire a guardare altro. In alto c’era il nome della sala che avevamo scelto per il matrimonio, poi una lista ordinata di orari, tavoli, fotografie e trasferimenti. Anita compariva una volta sola, come un pacco da consegnare a mia madre. Sotto la voce «famiglia degli sposi», invece, erano elencati i genitori di Riccardo e i miei. Non c’era spazio per una bambina che avrebbe vissuto con noi.
Chiamai Daniela e le lessi la riga. Mi chiese se avessi davvero accettato una simile organizzazione. Risposi di no, e nel sentirlo dire mi resi conto che c’era qualcosa di ancora più inquietante dell’arroganza di Eleonora: per mesi avevo delegato a Riccardo i colloqui con sua madre, convinta che lui riportasse le mie risposte con la stessa fermezza con cui le pronunciavo.
«Non lasciare che questo foglio diventi un altro segreto fra adulti», mi consigliò mamma. «Ma scegli tu quando parlarne con Anita.»
Anita era in soggiorno, intenta a sistemare la città di cartone che Riccardo l’aveva aiutata a costruire. Una delle torri si era staccata e lei provava a rimetterla in piedi con del nastro. Le chiesi se volesse fare una passeggiata. Scosse la testa. Mi sedetti poco lontano e aspettai che trovasse le parole.
«Riccardo ha telefonato?» domandò infine.
«È venuto, ma ho parlato io con lui.»
«Era arrabbiato?»
«No. Gli ho detto che deve assumersi la responsabilità di quello che ha fatto.»
«E io devo sentirlo?»
«No. Non devi decidere oggi, e non devi farlo per farmi contenta.»
Mi mostrò la torre riparata. Aveva piegato un angolo del tetto per nascondere uno strappo. Mi venne voglia di dirle che certe cose si aggiustano, ma non volevo offrirle una metafora facile mentre lei stava ancora cercando di capire se fidarsi. Le chiesi soltanto di insegnarmi come si costruiva il ponte che univa due quartieri della sua città.
Nel pomeriggio telefonai all’organizzatrice del matrimonio. Si chiamava Serena e lavorava in uno studio non lontano dal centro. Le domandai chi avesse disposto che Anita lasciasse il ricevimento dopo la cerimonia. Sentii il rumore di una tastiera, poi una pausa.
«L’indicazione è arrivata dalla signora Eleonora», rispose. «Mi aveva detto che ne aveva già parlato con voi.»
«Non è vero. Da quanto tempo è lì?»
«Dalla seconda bozza, circa tre settimane fa. Riccardo era in copia nella mail.»
Il sangue mi salì alle guance. Le chiesi di non apportare altre modifiche e di inviarmi la conversazione completa. Quando arrivò, lessi un messaggio di Eleonora che descriveva Anita come una presenza affettuosa, ma troppo piccola per partecipare alla festa degli adulti. Nella risposta Riccardo aveva scritto: «Per me va bene lasciare le questioni pratiche a mamma». Non aveva ripetuto le sue parole; aveva consegnato a sua madre il diritto di decidere.
Lo chiamai e gli proposi di incontrarci il giorno dopo, in un bar vicino al lungomare. Non volevo discutere in casa, sotto gli occhi di Anita. Arrivò in anticipo. Quando gli mostrai l’email, impallidì e provò a spiegare che non aveva letto la seconda bozza fino in fondo. La sua risposta, disse, riguardava soltanto gli orari dei fornitori.
«Hai autorizzato tua madre a occuparsi delle questioni pratiche», replicai. «Il posto di mia figlia non è una questione pratica.»
«Hai ragione. Avrei dovuto leggere.»
«Avresti dovuto sapere che non esiste una festa della nostra famiglia senza Anita.»
Riccardo appoggiò la tazzina. Mi disse che da ragazzo aveva imparato a evitare le discussioni in casa, perché quando si opponeva a Eleonora lei smetteva di parlargli per giorni. Suo padre Vittorio lasciava passare tutto, nella convinzione che il silenzio fosse più comodo di un litigio. Era il primo ricordo personale che Riccardo mi offriva senza trasformarlo in una scusa.
«Capisco da dove venga la tua paura», dissi. «Ma Anita non può pagare il prezzo del modo in cui sei cresciuto.»
«Voglio dirle che mi dispiace.»
«Puoi scriverle una lettera. Deciderà lei se leggerla.»
Restammo seduti senza toccarci. Gli dissi che avrei congelato ogni prenotazione e chiesto a Serena le condizioni per annullare. Riccardo fece il gesto di prendere la mia mano, poi lo trattenne. Aveva capito, almeno in quell’istante, che non gli spettava pretendere conforto dalla persona che aveva deluso.
Rientrai a casa con le copie delle email nella borsa. Anita era tornata da scuola con un disegno: tre persone davanti a una porta, ma quella al centro era stata colorata con un pastello grigio e poi coperta di blu. Non le chiesi chi fosse. Mi raccontò invece che una compagna le aveva fatto i complimenti per le scarpe bianche. Le aveva risposto che non le avrebbe più messe.
«Perché?» domandai.
«Mi ricordano quando ho detto quella cosa.»
Mi sedetti accanto a lei. «Le scarpe non hanno fatto niente. E nemmeno tu. Puoi lasciarle nell’armadio finché vuoi, ma non devi odiarle per colpa di quella sera.»
Anita si appoggiò alla mia spalla. Per la prima volta mi raccontò per intero la conversazione in cucina. Aveva chiesto a Riccardo se poteva chiamarlo papà durante il brindisi, non soltanto in casa. Lui aveva sorriso e detto: «Se è quello che vuoi, sì». Non c’era stato un malinteso. Quel sì era stato chiaro, e lo era stata anche la fiducia di mia figlia.
Quando lo riferii a Riccardo, restò zitto per un tempo che mi parve interminabile. Alla fine disse: «Me lo ricordo. Speravo che cambiasse idea prima della festa. Non ho avuto il coraggio di affrontare mia madre». Fu la prima volta in cui smise di usare parole vaghe per descrivere la sua scelta.
La settimana seguente Eleonora mi invitò a casa sua per «chiarire da persone adulte». Proposi un incontro con Riccardo presente, senza Anita. Non intendevo permettere che chi aveva escluso una bambina parlasse anche in sua assenza, e poi riferisse una versione comoda dei fatti. Accettò con un messaggio breve.
Riccardo venne a prendermi, ma salii in macchina senza baciarlo. Durante il tragitto mi disse che aveva finalmente mostrato a sua madre l’elenco delle persone escluse dal ricevimento e che le aveva ordinato di non contattare più Serena. Aveva ricevuto una risposta che non riusciva ancora a ripetermi. Aspettai. Poco prima di arrivare, fermò l’auto sul lato della strada.
«Mia madre ha detto che devo scegliere», confessò. «O costruisco la famiglia che lei considera giusta, oppure smette di riconoscermi come figlio.»
Pensai alla bambina che, poche sere prima, aveva chiesto il permesso di usare una parola. Questa volta il permesso non bastava: Riccardo doveva scegliere che cosa significasse davvero essere un adulto.
Per vedere quale risposta avrebbe dato a Eleonora, continua con la Parte 4.













