Per un momento vidi soltanto la bocca di Riccardo, aperta come se la risposta gli fosse rimasta incastrata in gola. Non cercò più di prendere il microfono. Fu Eleonora a rompere il silenzio, chiedendo al cameriere di abbassare la musica, benché la musica fosse già cessata.
«È una faccenda privata», dichiarò.
Anita teneva gli occhi fissi su Riccardo. Aveva fatto una domanda senza formularla: lo aveva promesso davvero oppure no? Io non potevo rispondere al posto suo. Posai il microfono sul tavolo, perché nessuno potesse dire che lo stavo usando per obbligarlo a parlare.
«Sì», disse finalmente lui. «Ieri te l’ho detto.»
Un sospiro percorse la sala. Anita fece un passo avanti, poi si fermò. Sperava forse in un’altra frase, una che rimettesse insieme quelle due versioni dello stesso uomo. Riccardo invece guardò sua madre. La vidi distogliere gli occhi, ma non bastò a sciogliere ciò che era accaduto.
«Allora perché oggi no?» domandò Anita.
Riccardo si passò una mano sulla fronte. «Non è che oggi non puoi. È che certe cose vanno dette prima fra noi.»
«Me l’hai detto tu prima», rispose lei. «Eravamo in cucina.»
Ricordai la sera precedente. Io ero uscita sul balcone a rispondere a una telefonata di lavoro; quando ero rientrata, li avevo trovati vicini al lavello. Anita sorrideva, Riccardo asciugava una tazza. Avevo pensato a una piccola confidenza che non spettava a me interrompere. Adesso capivo che quella confidenza era diventata, in meno di ventiquattr’ore, un peso addosso a mia figlia.
«Basta», intervenne Eleonora. «La bambina non può metterci tutti sotto processo.»
«Si chiama Anita», dissi. «E ha chiesto soltanto di capire.»
Daniela era ormai accanto a noi. Non alzò la voce, non accusò nessuno. Si tolse il proprio scialle e lo appoggiò sulle spalle nude della nipote. Quel gesto semplice fece cedere Anita: una lacrima le scivolò sul viso, poi un’altra. Non perché fosse sensibile come sosteneva Eleonora, ma perché aveva resistito abbastanza.
Le chiesi se volesse andare via. Annuì senza esitazione. Presi la borsa, il foglio e il cappottino azzurro appeso dietro la sedia. Sul tavolo restarono le bomboniere, le candele e una torta sulla quale qualcuno aveva scritto i nostri due nomi. Per un attimo mi sembrarono oggetti appartenuti a sconosciuti.
«Elena, aspetta», disse Riccardo, seguendoci fino alla porta. «Non possiamo finire così.»
«Non sto decidendo come finire», risposi. «Sto decidendo di portare a casa mia figlia.»
«Mi hai messo in difficoltà davanti a tutti.»
Mi fermai. «Tu hai messo in difficoltà lei. E continui a parlare di te.»
In macchina Daniela guidò, perché le mani mi tremavano ancora. Anita rimase in silenzio per quasi tutto il tragitto. Le luci del lungomare scorrevano sul vetro; io tenevo il suo foglio sulle ginocchia senza osare piegarlo di nuovo. A metà strada la sentii muoversi sul sedile posteriore.
«Mamma, se avessi scritto solo Riccardo, mi avrebbe lasciata parlare?»
La domanda mi colpì più di tutte quelle degli adulti. Voleva sapere se il suo errore fosse stato un nome, non una scelta che altri avevano fatto prima di lei. Mi voltai quel tanto che bastava per incontrare i suoi occhi nello specchietto.
«Non hai sbagliato a scrivere papà. E non sarebbe stato giusto impedirti di parlare nemmeno se avessi scritto soltanto Riccardo.»
«Però lui ha detto che non sono sua figlia.»
«L’ha detto. E deve spiegarti perché ti ha ferita. Non sei tu a dover trovare una spiegazione che lo faccia sembrare migliore.»
Anita annuì, ma la vidi stringere ancora il tessuto della gonna. A casa lasciò le scarpe bianche vicino alla porta con una cura che mi straziò. Chiese di dormire con me. Rimasi accanto a lei finché il respiro non divenne regolare; soltanto allora aprii il telefono. C’erano undici messaggi di Riccardo e tre chiamate perse.
Il primo diceva: «Mi dispiace per la scenata». Il secondo: «Mia madre non voleva offenderla». Soltanto al decimo compariva il nome di Anita: «Vorrei sapere come sta». Non risposi. Non era una punizione; era l’unico modo per non trasformare il dolore di mia figlia in una discussione notturna su chi avesse avuto torto.
Daniela mi preparò una tisana che non bevvi. Rimase seduta di fronte a me in cucina, nello stesso posto dove da ragazza le avevo confessato la gravidanza. Avevo venticinque anni allora, e ricordavo il terrore di non saper proteggere una bambina che non conoscevo ancora.
«Pensavo di essere diventata più brava a riconoscere i pericoli», le dissi.
«Non potevi prevedere ogni parola», rispose. «Ma adesso hai visto come si comporta quando qualcuno lo costringe a scegliere.»
«Non voglio che Anita pensi di aver rovinato un matrimonio.»
«Allora non chiamarlo un matrimonio rovinato da lei. Chiamalo una decisione che gli adulti devono assumersi.»
La mattina seguente Riccardo venne sotto casa senza preavviso. Non salì: mi telefonò dal portone. Anita stava ancora dormendo e io scesi da sola. Indossava la stessa camicia della festa, stropicciata sotto il giubbotto. Gli occhi arrossati non cancellavano ciò che aveva detto.
«Ho parlato con mia madre», cominciò. «Dice che non voleva umiliarla.»
«Non ti ho chiesto che cosa dice tua madre.»
Riccardo abbassò il capo. Dopo un lungo silenzio confessò che Eleonora gli aveva chiesto, prima della festa, di evitare qualsiasi riferimento a un legame paterno con Anita. Temeva che i parenti facessero domande e che la serata diventasse, parole sue, una presentazione ufficiale di una famiglia diversa da quella immaginata.
«E tu che cosa le hai risposto?» chiesi.
«Che avrei cercato di non farne un problema.»
«Ma il giorno prima avevi dato a Anita il permesso di chiamarti papà.»
«Non pensavo che l’avrebbe detto davanti a tutti. Quando mi ha chiesto, in cucina, mi è sembrato crudele dirle di no.»
Lo osservai. L’uomo che non aveva voluto pronunciare un no a una bambina lo aveva pronunciato con un microfono in mano. Non per cattiveria improvvisa, ma per la paura di contraddire sua madre. Era una differenza importante per capire; non lo era per cancellare la ferita.
«Non può esserci una promessa privata e una smentita pubblica», dissi. «Per ora il matrimonio è sospeso. E non parlerai con Anita finché non sarà lei a volerlo.»
Riccardo non protestò. Mi chiese se esistesse una possibilità di rimediare. Risposi che non lo sapevo. Quando tornai su, trovai Anita seduta al tavolo con il foglio aperto, intenta a cancellare con la gomma una parola che non poteva più essere cancellata senza rovinare la carta.
Poi il telefono vibrò. Eleonora mi aveva inoltrato il programma del matrimonio che stava preparando con l’organizzatrice. In una riga, fra le indicazioni sulle fotografie e il taglio della torta, lessi: «Anita accompagnata da Daniela dopo la cerimonia; non prevista al ricevimento serale». Nessuno me ne aveva parlato. Eppure qualcuno aveva già deciso dove sarebbe finita mia figlia nel giorno in cui avrei dovuto formare una famiglia.
Per capire chi avesse autorizzato quella riga, continua con la Parte 3.













