Non risposi subito alla confessione di Riccardo. Dal finestrino vedevo il cancello della villetta dei suoi genitori, ancora lontano qualche centinaio di metri. Per due anni avevo attraversato quel cancello pensando che un giorno sarebbe diventato anche il luogo dei pranzi di famiglia di Anita. Adesso capivo che avevo confuso un invito a tavola con un posto riconosciuto.
«Non devi scegliere fra tua madre e me», dissi. «Devi scegliere se sei disposto a lasciare che tua madre decida quanto vale la parola data a una bambina.»
Riccardo spense il motore. «Ho già scelto di non darle più quel potere.»
«Allora dillo a lei. Non soltanto a me.»
Eleonora ci ricevette in salotto. Aveva disposto tre bicchieri d’acqua su un vassoio e lasciato acceso il televisore a volume basso, come se un programma pomeridiano potesse rendere ordinario l’incontro. Vittorio, il padre di Riccardo, sedeva accanto alla finestra con un giornale chiuso sulle ginocchia. Non lo vedevo dalla sera del ristorante.
«Elena, mi dispiace che tu abbia preso male il mio tentativo di proteggere la festa», esordì Eleonora.
«Non l’ho preso male. L’ho capito perfettamente.»
Lei strinse le labbra. «Non mettermi in bocca intenzioni che non ho. Anita è una bambina deliziosa, ma Riccardo non è il suo padre naturale.»
«Nessuno ha mai sostenuto il contrario», risposi. «Il problema è che hai deciso di trattarla come un’ospite tollerata anche nel matrimonio di sua madre.»
Eleonora rivolse uno sguardo a suo figlio. «Vedi? Non si può discutere senza essere accusati.»
Riccardo si schiarì la voce. Avrei potuto aiutarlo, come facevo sempre. Avrei potuto riempire il silenzio, dirgli che andava tutto bene. Invece restai seduta. Se avessi parlato per lui anche in quel momento, avrei ricostruito il medesimo meccanismo che ci aveva condotti fin lì.
«Mamma, hai dato disposizioni per mandare Anita via dal ricevimento», disse. «E io, lasciandoti fare, ne sono responsabile quanto te.»
«Volevo evitare che si sentisse fuori posto.»
«L’hai messa fuori posto tu.»
Vittorio abbassò il giornale. Eleonora fece per alzarsi, ma Riccardo continuò. Disse che non le avrebbe più permesso di trattare Anita come un problema da nascondere; che nessun accordo, prenotazione o invito sarebbe stato discusso in assenza mia; e che, se avesse cercato di parlare con la bambina per spiegarsi, avrebbe dovuto prima chiedere a me.
«E se non sono d’accordo?» domandò Eleonora.
«Puoi non essere d’accordo. Non puoi decidere al nostro posto.»
Lei lo fissò, come se la parte più offensiva di quella frase fosse l’averla pronunciata davanti a qualcuno. Poi si voltò verso di me. «Hai ottenuto quello che volevi. Adesso mio figlio mi parla come a un’estranea.»
«Non ho mai desiderato che vi allontanaste», risposi. «Ma non userò Anita per farvi tornare tranquilli.»
Ci alzammo per andare. Sulla soglia Vittorio mi raggiunse e, dopo essersi scusato per il silenzio della festa, disse qualcosa che avrei ricordato a lungo: «Ho passato anni a pensare che evitare uno scontro significasse proteggere mio figlio. Credo di avergli insegnato la cosa sbagliata». Non gli risposi con un perdono immediato. Gli dissi soltanto che sarebbe stato importante sentire quelle parole anche da Riccardo, un giorno.
Prima di uscire, Eleonora mi chiese se avrei almeno comunicato ai parenti che la festa era stata un malinteso. La guardai senza riconoscere nella sua richiesta nemmeno una domanda su Anita. Le risposi che non avrei mentito a nessuno, ma non avrei neppure raccontato i sentimenti di mia figlia come se fossero una notizia da discutere. Riccardo confermò che avrebbe parlato lui con gli invitati, senza chiedermi di preparargli le parole. Fu il primo compito che gli lasciai davvero, anche se non sapevo ancora come l’avrebbe affrontato.
Quella sera ricevetti una lettera scritta a mano. Riccardo l’aveva lasciata nella cassetta della posta, senza suonare. Sulla busta c’era scritto «Per Anita, se e quando vorrà». Prima di consegnargliela la lessi, perché non avrei permesso a un adulto di caricarla di aspettative mascherate da scuse.
La lettera non chiedeva di tornare a chiamarlo papà. Riccardo scriveva che aveva detto sì in cucina e no davanti agli altri, e che entrambe le volte Anita lo aveva ascoltato con fiducia. Diceva di aver avuto paura di contraddire sua madre e di aver fatto ricadere quella paura su di lei. Aggiungeva che nessuna parola scelta da Anita lo obbligava a essere perfetto, ma che la sua risposta avrebbe dovuto essere sincera, soprattutto quando qualcuno li guardava.
Non c’era una promessa di matrimonio, un regalo, un «perdonami» in fondo. Soltanto: «Non devi rispondermi. Se un giorno vorrai farmi una domanda, ti ascolterò fino alla fine». Per la prima volta riconobbi nelle sue parole qualcosa che non cercava di ottenere un risultato immediato.
Consegnai la busta ad Anita dopo cena. Le spiegai che poteva leggerla, metterla via o chiedermi di farlo insieme. Lei la rigirò tra le mani, controllò il nome e la infilò sotto il cuscino. Non ne parlò per tre giorni. Io non le chiesi niente, anche quando mi sorpresi a sperare che una lettera potesse risolvere ciò che non avevano risolto due anni di piccoli gesti gentili.
Intanto chiamai Serena per conoscere i costi dell’annullamento della cerimonia. La prenotazione poteva restare sospesa ancora quindici giorni, poi avremmo perso una parte della caparra. Nel mio calendario c’era una data cerchiata in rosso, scelta insieme a Riccardo quando pensavamo che il problema maggiore fosse trovare un sabato disponibile. Non la cancellai subito. Volevo che quella decisione venisse da un luogo più calmo della vergogna provata al ristorante.
Una domenica Anita mi raggiunse mentre piegavo il bucato. Aveva la lettera di Riccardo in una mano e il discorso nell’altra. Mi disse che aveva letto tutto, ma non sapeva se fosse pronta a parlargli. Le risposi che non doveva esserlo. Appoggiò i fogli sul letto, uno accanto all’altro, come due versioni incompatibili dello stesso giorno.
«Voglio che senta il discorso», disse. «Tutto. Non soltanto la parola che ho scritto sopra.»
«Possiamo organizzarlo, se sei sicura.»
Anita scosse la testa. «C’è anche una domanda che non gli ho fatto alla festa. Vorrei sapere se risponde ancora nello stesso modo quando tu non sei vicino a lui.»
Non sapevo quale domanda fosse. E per la prima volta non tentai di indovinarla al posto suo.
Per ascoltare la domanda che Anita aveva tenuto nascosta, prosegui con la Parte 5.













